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martedì 12 novembre 2019

"La danza immobile" di Manuel Scorza

Nella mia libreria mentale questo libro sale al primo posto, in pareggio con La vita è altrove di Milan Kundera. Kundera racconta la formazione e la vita di un poeta, Sforza racconta la poesia, la rivoluzione, l'amore. Non un amore qualsiasi, ma un tipo d'amore di cui il nostro corpo-prigione conserva il ricordo, un amore che contiene in sé un anelito antico, che ti fa torcere le budella. Santiago e Nicolás, fratelli di spirito nella vita e compagni nella lotta, alla vigilia di una battaglia armata si ritrovano, per volere dell'organo direttivo di Sendero Luminoso e in assoluta clandestinità, sotto nomi e identità falsi, in una Parigi meravigliosa, costellata di locali alla moda, bar che profumano di filosofia. Essi si sdoppiano, si allontanano, si dicono addio per poi ritrovarsi nei ricordi e nei rimpianti. Entrambi innamorati, l'uno sceglie di restare a Parigi e di vivere la storia con la donna che ama, l'altro sceglie di partire verso una missione suicida, consapevole di ciò che sta lasciando indietro e alle spalle. Al termine (o all'inizio?) delle proprie vite, entrambi ripenseranno al compagno, rimpiangendo di non aver scelto diversamente. Come un mantra, Scorza presenta più e più volte i versi di una poesia di Rey de Texcoco:


Yo Nezahualcóyotl lo pregunto:
¿Acaso de veras se vive con raíz en la tierra?
Nada es para siempre en la tierra:
Sólo un poco aquí.
Aunque sea de jade se quiebra,
Aunque sea de oro se rompe,
Aunque sea plumaje de quetzal se desgarra.
No para siempre en la tierra:
Sólo un poco aquí.


Io, Nezahualcóyotl, chiedo:
È forse vero che si vive con le radici nella terra?
Non per sempre nella terra:
Soltanto un po' qui,
Seppure sua di giada si spezza,
Seppure sia d'oro di rompe,
Seppure sia di piume di quetzal si lacera.
Non per sempre nella terra:
Soltanto un po' qui.


La danza immobile è un vortice dal quale difficilmente si riesce a liberarsi, dopo aver letto l'ultima pagina. Perché forse Santiago è Nicolás, forse ciò che li divide non è semplicemente una scelta e forse le donne che amano non sono due donne diverse. Essi rappresentano l'amore e la rivoluzione. Ma forse, illustra Scorza con una scrittura pulita ma forbita, l'amore è la rivoluzione. L'uno non può esistere senza l'altra. E quando Santiago abbandona la rivoluzione per l'amore, in realtà sta abbandonando l'amore: in un gioco geniale di specchi, di rimandi, di storie nelle storie, Scorza ci regala un romanzo di vita, ci costringe a porci degli interrogativi sulla nostra condotta, ci fa vivere le nostre vigliaccherie e ci porta, mano nella mano, verso la redenzione. Perché l'amore è la rivoluzione. Perché entrambi esigono il coraggio. Perché la caducità delle nostre vite può essere sconfitta. Se questa vita non ci appartiene perché il fatto stesso di nascere ci rende esseri-per-la-morte, esseri proiettati cioè verso un fine che è anche la fine, qual è la maniera giusta di vivere? Chi è realmente il guerriero? Colui che sceglie l'amore o colui che sceglie la rivoluzione? Entrambe dettate dall'impulsività, queste scelte celano il punto di vista di Scorza. Se l'amore è la rivoluzione, proprio per questo motivo (e non per una differenza formale), chi sceglie la rivoluzione sceglie anche l'amore perché si può amare anche nella memoria. Il contrario è impossibile: chi sceglie l'amore, è costretto a pagare il prezzo della diserzione. Eppure nessuna delle due scelte è veramente sbagliata: il tempo, inesorabile, continua a pulsare come una melodia stonata, mentre le vicende di questi due uomini riaccadono ad ogni capoverso. Come se fossero in una palla di vetro piena di acqua che qualcuno agita. 
Un libro irreprensibile, da leggere tutto d'un fiato. Un'incredibile prova di scrittura e di sensibilità. 


– E lei crede che le rivoluzioni non tradiscano? – chiese l’editore.

– I rivoluzionari, forse. Le rivoluzioni mai.

– E l’amore non tradisce? – chiese Marie Claire.

Guardai girasoli lontani, vicini, prossimi, assenti. Il destino dei girasoli è di ruotare intorno al sole. Il destino degli uomini è di girare intorno all’amore. Guai al girasole o all’uomo impazzito che si ostinano a girare contro il loro sole! Poveri girasoli ciechi che girano e rigirano intorno al nulla, al non-essere!
– L’amore non tradisce mai; certe donne, sì.
[…]
– Santiago, io sono Marie Claire!
Guardai con rancore la sua bellezza irrimediabile.
– Lei è certamente Marie Claire. Ma io non sono quel Santiago.
Mi alzai. E me ne andai.

mercoledì 13 marzo 2019

La donna clitoridea e la donna vaginale, di Carla Lonzi


«Il sesso femminile è la clitoride, il sesso maschile è il pene.»

Questo è l’assioma di partenza del celebre saggio di Carla Lonzi del 1971. Da questa “scoperta” l’autrice sviluppa la sua teoria psicoanalitica che, a partire dalla mappatura dei luoghi del piacere sessuale femminile, ricostruisce la soggettività della donna come soggettività autonoma rispetto a quella maschile, un “soggetto imprevisto” che mette in discussione le fondamenta della cultura e della civiltà, che irrompe nel mondo dialettico costruito dagli uomini, uscendo dalla dimensione spettrale in cui l’uomo l’ha relegata e affermando la propria esistenza piena, densa, concreta.

Perché la clitoride come organo precipuo della sessualità femminile è una scoperta? Dagli albori della civiltà sino alla psicoanalisi freudiana, l’organo della sessualità femminile è stato identificato con la vagina. Lonzi comincia la sua riflessione ribaltando questo dato di fatto, mettendo in discussione un dogma accettato sia dagli uomini che dalle donne e sostenendo che proprio questa accettazione è stata l’origine dell’ «angoscia della donna» e, più in generale, del disagio della civiltà. Il fatto che la vagina sia stata dichiarata sede ufficiale del piacere femminile è il primo atto di colonizzazione del corpo della donna da parte dell’uomo. Il primo atto di violenza e sottomissione, da cui si dispiegano la personalità aggressiva, dominatrice dell’uomo e la personalità alienata e spettrale della donna.

La vagina è una zona «moderatamente erogena». L’autrice riporta gli studi di Freud e Reich sulla frigidità femminile oltre che studi anatomici sull’orgasmo vaginale e quello clitorideo. Nella psicoanalisi “maschile” l’orgasmo clitorideo è considerato un tipo di piacere infantile, mascolino, autoreferenziale. La donna sana e pienamente sviluppata è colei che, dandosi completamente al suo uomo, è capace di raggiungere l’orgasmo vaginale. Coloro che non ne sono capaci, sono affette da frigidità, non hanno avuto un regolare sviluppo sessuale.  Lonzi si pone una domanda apparentemente semplice: perché la clitoride, l’unico organo che è in grado di procurare alla donna un orgasmo certo, spontaneo, immediato, è considerato un organo sessuale infantile? Perché l’orgasmo vaginale, che invece richiede una serie complessa di mediazioni psichiche e di processi di adattamento, è considerato l’autentico orgasmo femminile?

Nel maschio il piacere e la procreazione coincidono nel medesimo atto. Il pene è l’organo che provvede al soddisfacimento di entrambi i bisogni, quello individuale e quello della specie. Nella donna le cose non stanno così: la vagina è sì l’organo della procreazione, ma non è quello del piacere sessuale, se non in misura marginale. L’atto colonizzatore dell’uomo impone la coincidenza che è solo a lui propria. Sull’oblio di questa infibulazione originaria si fondano tutte le civiltà umane.
La vagina diventa il totem della sottomissione femminile e la clitoride il tabù, lo scandalo di una sessualità femminile che non ha bisogno dell’uomo. L’identità della donna si avviluppa in questa proibizione ancestrale, cercando in ogni epoca di adattarsi. Ma questo adattamento non è indolore, né compiuto definitivamente. Emergono allora due tipi psicoanalitici: la donna vaginale e la donna clitoridea.

La donna vaginale è colei che è riuscita ad adattarsi alla proibizione imposta dall’uomo. Vive l’illusione dell’orgasmo come il momento in cui il piacere della donna e quello dell’uomo esplodono all’unisono. Vive l’illusione della sessualità, del sesso come atto d’amore. Sacrifica il suo piacere immediato, quello clitorideo, alla trascendenza del Vero Amore, del Vero Piacere, di quel “qualcosa in più” che solo l’uomo può dare.  È una donna che cerca di adeguarsi al maschio in ogni sua azione, anche quando rivendica i propri diritti e il proprio ruolo nella società. Una società che resta quella edificata dal maschio, nella quale la donna vaginale non chiede altro che di essere accolta e accettata. La donna vaginale lotta per il diritto all’aborto e alla contraccezione senza però chiedersi “Per chi sono rimasta incinta? Per il piacere di chi?”, senza risolvere la contraddizione della società contemporanea per cui si controllano le nascite ma si lascia intatto il modello di sessualità procreativa. Una contraddizione che resta irrisolta e tutta a vantaggio dell’uomo.

La donna clitoridea è invece una donna che non riesce ad adattarsi, che attraversa l’angoscia della sua diversità per poi affermarne la potenza e la preziosità.

«La donna clitoridea non è la donna liberata, né la donna che non ha subíto il mito maschile – poiché queste donne non esistono nella civiltà in cui ci troviamo – ma quella che ha fronteggiato momento per momento l’invadenza di questo mito e non ne è rimasta presa. La sua operazione non è stata ideologica, ma vissuta durante buona parte della propria vita attraverso ogni sorta di sbandamenti rispetto alla norma, sbandamenti che nella cultura maschile venivano interpretati come una ovvia manifestazione delle velleità dell’inferiore. Ma è stato proprio attraverso di essi che la donna ha potuto cominciare a sperimentare la propria iniziativa resistendo alla pressione della colonizzazione che la richiamava pesantemente ai ruoli con la promessa di gratificazione e consenso dell’uomo. La donna clitoridea ha registrato con rabbia, impotenza e deliberazione totale di salvare almeno se stessa, il momento in cui le proprie compagne venivano inghiottite dal mondo maschile e sparivano senza lasciare traccia di sé e non ha potuto darsi ragione di tutte quelle vite perdute, del fatalismo con cui alla fine accettavano che un altro ispirasse i pensieri e i gesti, e ha intuito una macchinazione storica contro il suo sesso. La donna clitoridea è una donna che ha resistito sull’autocoscienza reprimendo in se stessa tutta una parte di femminilità finché non ha scoperto che era la parte della femminilità che l’uomo aveva imposto e alimentato nella donna, ma lei non l’ha fatto sulla garanzia della liberazione, ma sull’autenticità che può finire nel nulla di fatto».

La donna clitoridea  è una figura psicoanalitica, storica, umana che pone, con la posizione della sua esistenza autonoma e indipendente, nuovi modi di vita e di relazione, che il femminismo interpreta ed elabora. Non è l’antagonista dell’uomo, ma semplicemente un soggetto diverso, che non rivendica l’integrazione all’interno di una società già data, ma cerca di modificarla attivamente. La donna clitoridea propone una nuova forma di sessualità in cui il piacere della donna è rispettato, e in cui l’uomo, rinunciando al suo ruolo di dominatore, elimina ogni criterio efficientistico che quel ruolo comporta (dalle ossessioni per le dimensioni del pene a quelle per la durata delle prestazioni sessuali). La donna, attraverso la presa di coscienza della sua sessualità, recupera il suo piacere immediato e spontaneo, che non genera frustrazione né angoscia. Ricostruisce la propria identità, si afferma come autocoscienza, pronta a rivivere quella solidarietà femminile che caratterizza l’infanzia e l’adolescenza. Si fa soggetto concreto e creativo e, solo in quanto tale, disposto a spendersi per gli altri.



mercoledì 30 gennaio 2019

Donne annamite e dominazione francese ("le Paria" 1° agosto 1922) - Ho Chi Minh

«La colonizzazione è per se stessa un atto di violenza del più forte nei confronti del più debole. Tale violenza si fa ancora più odiosa quando viene esercitata sulle donne e sui bambini.
È amara ironia scoprire che quella civiltà — simbolizzata nelle sue varie forme, cioè libertà, giustizia, ecc. dalla gentile immagine di una donna e guidata da una categoria di uomini che hanno fama di essere campioni della galanteria — infligga al suo emblema vivente il trattamento più ignobile e lo offenda vergognosamente colpendo la donna nelle sue maniere, nella sua modestia, talvolta perfino togliendole la vita.
Il sadismo dei colonizzatori è incredibilmente diffuso e crudele, ma qui ci limiteremo a ricordare pochi casi, di cui sono stati testimoni e che ci hanno narrato persone insospettabili di parzialità. Questi fatti permetteranno alle nostre sorelle occidentali di rendersi conto sia della “natura” della missione civilizzatrice del capitalismo, sia delle sofferenze delle loro sorelle nelle colonie.
“All’arrivo dei soldati”, racconta un colonnello, “la popolazione si diede alla fuga; rimasero soltanto due vecchi e due donne: una ragazza ed una madre che allattava il suo piccolo e teneva per mano una bambina di otto anni. I soldati chiesero denaro, liquori ed oppio. Siccome non riuscivano a farsi capire divennero furiosi e abbatterono uno dei vecchi con il calcio dei fucili. Più tardi, due di loro, che erano già ubriachi all’arrivo, si divertirono per molte ore ad arrostire l’altro vecchio su un fuoco di legna. Nel frattempo, gli altri raparono le due donne e la bimba di otto anni. Quindi, annoiati, uccisero quest’ultima. La madre riuscì poi a scappare con il suo piccolo e da una distanza di cento iarde, nascosta dietro a un cespuglio, vide torturare la sua compagna.
“Ella non sapeva perché venisse commesso quell’assassinio, ma vide la giovane giacere supina, legata ed imbavagliata, mentre uno degli uomini, più volte, le immergeva lentamente la baionetta nell’addome e, lentamente, la ritraeva. Quindi tagliò un dito alla ragazza morta per impossessarsi di un anello, e la testa per rubarle una collana.
“I tre cadaveri giacquero sul terreno piatto di un’antica salina: la bimba di otto anni nuda, la giovane donna con gli intestini fuori, il braccio sinistro rigido con il pugno sollevato verso il cielo indifferente ed il vecchio, orribile, nudo come gli altri, sfigurato per le bruciature, con il grasso che era colato, si era sciolto e poi solidificato contro la pelle del ventre, che era tesa, abbrustolita e dorata come quella di un maiale arrostito”.»

Al principio del Novecento, il movimento nazionale vietnamita viene brutalmente represso dalle autorità coloniali francesi ma non viene sradicato in profondità. Nel Tonchino [Vietnam settentrionale] imbocca la via delle società segrete e dell’agitazione sovversiva clandestina, mentre in Cocincina [Vietnam meridionale] iniziano a sorgere organizzazioni che conciliano gli obiettivi politici democratici con gli interessi commerciali della borghesia saigonese. Una particolare “zona ribollente”, “culla permanente della rivoluzione” è il Nghe-Tinh, zona agricola ad alta densità demografica formata dalle province di Nghe An e Ha Tinh, che sforna letterati e rivoluzionari, conoscitori della lingua cinese e patrioti.
Tra questi c’è Nguyen Sinh Sac (noto anche come Nguyen Sinh Huy), un mandarino di cui non si sa molto, se non che viene destituito dalla sua carica per le sue simpatie nazionaliste e perché, come tanti uomini istruiti originari della stessa zona, rifiuta di imparare il francese. Nel 1885 prende parte ad una delle tante sollevazioni del Nghe-Tinh, la cosiddetta Can Vuong o “rivolta dei letterati”, sorta su appello dei mandarini nazionalisti. Cinque anni più tardi nasce suo figlio, il ribelle annamita dai molti nomi: chiamato alla nascita Nguyễn Sinh Cung, più tardi Nguyen Tat Thanh, e poi come Nguyen Ai Quoc (“il patriota”), nome che manterrà, tra alterne vicende, sino all’ottobre 1944, quando scrive la “Lettera alla Nazione” firmata per la prima volta con il nome di Ho Chi Minh.

Nel giugno 1911 comincia la sua vita di emigrante. Arriva a Parigi dove, nel 1919, aderisce al partito socialista e, col nome di Nguyen Ai Quoc, inizia, insieme con compagni di diverse colonie, un’intensa attività di denuncia del colonialismo e dell’ipocrisia della “civiltà occidentale”, che maschera sotto magniloquenti frasi la reale barbarie dell’oppressione coloniale. Gli anni parigini sono molto importanti per la formazione politica di Ho Chi Minh.
Sui giornali di sinistra francesi – “l’Humanité”, divenuta organo del PCF; “La Vie Ouvriére”, rivista socialista, organo della “Confédération Générale du Travail”; il giornale anarchico “le Libertaire” – in articoli spesso sarcastici e partendo da casi specifici denuncia le condizioni inumane in cui versa la popolazione coloniale del Vietnam e la barbarie inumana dei colonizzatori.
Un discorso a parte va fatto per “le Paria”, che ha come sottotitolo nella testata “organo dell’Unione intercoloniale”. Questa viene fondata nel luglio 1921 a Parigi da rappresentanti di diverse colonie dell’impero francese, tra cui il Gruppo dei patrioti vietnamiti, per una lotta comune per la liberazione nazionale. Nguyen Ai Quoc è segretario aggiunto. Il PCF ospita la piccola redazione de “le Paria”. L’internazionalismo diviene qui una componente essenziale della lotta per l’indipendenza nazionale. 
Nell’agosto 1922 viene pubblicato su “le Paria” il “Manifesto dell’Unione intercoloniale”, che si rivolge non solo ai popoli coloniali ingannati dai colonizzatori che li hanno usati come carne da cannone nella carneficina della Grande Guerra e li mantengono ora in un regime di servaggio e supersfruttamento, ma anche ai lavoratori della metropoli: 

«Fratelli oppressi della metropoli! Siete stati ingannati dalla borghesia, che vi ha usato come strumenti per conquistare i nostri paesi. Usando la stessa politica machiavellica, la vostra borghesia oggi pianifica di usare noi per reprimere i vostri sforzi di liberazione. Contro il capitalismo e l’imperialismo, i nostri interessi coincidono. Compagni, tenete in mente l’appello di Karl Marx: “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”»

Nel cinquantenario della morte di Ho Chi Minh, MarxVentuno Edizioni raccoglie scritti e discorsi (1919-1969) del rivoluzionario vietnamita nell'edizione più completa disponibile in italiano.
I testi riuniti in questa raccolta ripercorrono la vita di Ho Chi Minh, dagli anni della militanza giovanile nel Partito Socialista e poi Comunista Francese alla fine degli anni Sessanta.
Attraverso gli articoli e gli appelli accorati rivolti al popolo vietnamita e ai dirigenti e quadri delle diverse organizzazioni che ha diretto durante cinquant’anni di attività politica e rivoluzionaria, scopriamo la complessa personalità di una delle figure più importanti della storia dell’anticolonialismo: uomo politico radicale ma prudente, commentatore acuto e capace di pungente umorismo, diplomatico e dirigente di partito totalmente dedito alla causa del Vietnam ma sempre, lucidamente consapevole della dimensione internazionale della lotta dei popoli per la propria autodeterminazione.
Gli scritti dello «zio Ho» ci accompagnano lungo cinquant’anni di storia del Vietnam, dalle lotte per rovesciare il giogo coloniale francese all’eroica resistenza popolare contro l’imperialismo statunitense, verso quello che sarà, finalmente, il Vietnam libero e riunificato. 

sabato 28 luglio 2018

"Confessione africana": la giovinezza, il Mediterraneo, l'incesto

«Avevamo scambiato qualche frase senza capo né coda sulla letteratura moderna: sui timidi progressi della psicologia nel romanzo francese contemporaneo, sulle audacie di certi autori stranieri, ecc. Gli ho citato un recente articolo del "Temps" che accusa i giovani romanzieri americani di affrontare per puro capriccio argomenti "scabrosi" e del tutto "inverosimili". Al che lui ha risposto qualcosa di vago, ma con un tono inaspettatamente irritato, del tipo: "Io certa gente non la capisco, signor du Gard! A loro sembra sempre tutto inverosimile! Ma la vita non è fatta quasi unicamente di dettagli eccezionali?"»

Trattare un tema scabroso prevedendo, o piuttosto auspicando, di farne oggetto di scandalo: questo è il difetto di certa letteratura indelicata o modaiola, sempre intrinsecamente e snobisticamente borghese, che schiaffa sotto la lente d'entomologo l'immorale, lo sconcio, il perverso, e lo disseziona dalla cattedra professorale.
Non è questo il caso della "Confessione africana" di Roger Martin du Gard, che affronta il tema scabroso per eccellenza, il tabù di tutti i tabù: l'amore incestuoso. L'autore (premio Nobel per la letteratura nel 1937) riferisce di un incesto tra fratello e sorella delicatamente, quasi sottovoce, trasmettendo una straordinaria assenza di stupore, attraverso un racconto dall'architettura perfetta.
L'espediente letterario è un «caro amico» che invita insistentemente du Gard a inviargli qualcosa da pubblicare sulla sua rivista. L'idea di du Gard è riadattare, omettendo i luoghi esatti e i nomi reali, qualche vecchia pagina di diario, che sarebbe tuttavia incomprensibile senza qualche precisazione sugli antefatti. La prima parte del racconto, l'introduzione alla "confessione africana", è a sua volta racconto, magistralmente camuffato e disinvoltamente somministrato al lettore. Si legge della visita di du Gard, qualche anno prima, al nipote malato ricoverato a Font-Romeu, e della conoscenza in quell'occasione dell'italiano Leandro Barbazano e del nipote di questi, Michele Luzzati, ragazzo pallido e gracile, a sua volta ammalato.
La degenza dei ragazzi nella pensione di Font-Romeu e la morte del giovane Michele gettano le basi di un'amicizia che porterà du Gard e Barbazano, anni più tardi, a incontrarsi nella città nordafricana (la chiamerò Y, scrive l'autore, a designare Orano, Algeri, Costantina o Tunisi) in cui l'italiano gestisce una importante e sempre affollata libreria insieme al cognato Luzzati.
Luzzati e Amalia, la sorella di Barbazano, mostrano un'adiposa opulenza orientale e una tribù di bambini pasciuti e chiassosi tra cui l'autore stenta a immaginare il gracile primogenito Michele.
Du Gard e Barbazano partono insieme a bordo di un piroscafo per attraversare il Mediterraneo con meta Marsiglia. Dopo tanto preambolo si consuma qui, sul ponte silenzioso dell'imbarcazione e nell'aria tiepida e leggera della notte, la "confessione africana" che du Gard assicura al «caro amico» di riportare parola per parola. Il lungo monologo di Barbazano, mai interrotto dal giudizio o dall'interrogazione dell'interlocutore, racconta delle avventure amorose di un'adolescenza spensierata, e di cui Amalia, con cui il ragazzo condivideva la stanza da letto in cameratesca promiscuità, sapeva e taceva. «Eravamo proprio come due compagni», dice Barbazano, o come quelle vecchie coppie che non hanno segreti e sono cementate dall'intimità e la confidenza di un'intera vita trascorsa insieme. L'arrivo estivo di una delle ragazze del fratello, la magra e frizzante Ernestina che arriva a trascorrere la notte con Leandro alla presenza di Amalia, spacca l'idillio e instilla nella sorella un'aperta gelosia che raggela i rapporti tra fratelli, in un'oscillazione tra dispetto, noncuranza e voglia di lite. È la gelosia di un'amante tradita, è il preludio dell'esplosione di un'attrazione che viene raccontata con tutta la naturalezza della "normalità".

«... perché proprio quella mattina, in quel preciso momento, nel percorso fra il catino e il letto, ho improvvisamente pensato che mia sorella era una donna fatta come tutte le altre - anzi, che era infinitamente più desiderabile della magra Ernestina... L'ho buttata sul letto insultandola come se fossi ancora arrabbiato con lei. Mi ricordo che ha smesso tutt'a un tratto di dibattersi: è rimasta supina, senza nemmeno cercare di rialzarsi - e mi guardava fisso.»

Du Gard raccoglie la confessione e la riferisce fedelmente: mostra il desiderio di Barbazano di alleggerirsi di un segreto mai rivelato, non perché orribile o disumano, ma perché intimo e tenero. La Amalia del presente non somiglia più all'Amalia attraente e appassionata della gioventù e anche Leandro non è più il ragazzo in cerca di avventure o pazzo di amore. Il servizio militare di lui, il matrimonio forzato di lei, i figli, il tempo hanno aggredito quella bolla di amorosa felicità domestica fino a sgonfiarla. La vita è passata sulla relazione come una mano di vernice, appiattente e normalizzante, estinguendo i furori e fiaccando le confidenza, riducendo quell'avventura a un sogno di giovinezza, a cui guardare senza rimpianto ma senza pentimento, e con un po' di tenerezza. La costruzione di du Gard è un'occhiata lanciata in un passato intimo, nella polpa morbida di un frutto legnoso, una vita ormai adulta che ha conosciuto nostalgie e dolori, che ha attraversato la guerra. "Confessione africana" è un gioiellino, che nella sua folgorante brevità condensa abissi psicologici verosimili ed autentici, nonostante la risposta stizzita di Barbazano all'articolo del "Temps". Du Gard accarezza delicatamente la vita e ne trasmette la ruvidezza, la temperatura, la vibrazione, senza pesantezza né retorica, senza perbenismo né velleità sociologica.

«Tacque. E tutta la storia, quella sera, sotto quel bel cielo notturno, pareva in effetti così semplice che non ho trovato niente da dirgli.»

martedì 26 giugno 2018

"L'anima e il mondo. Francesco De Sanctis tra filosofia, critica letteraria e teoria della letteratura" di Emiliano Alessandroni

De Sanctis incontra l'estetica hegeliana attorno al 1843 e approfondisce la conoscenza di Hegel confrontandosi, negli anni della prigionia, con dei testi nell'edizione originale tedesca. Ne resta segnato e come scisso: negli anni a seguire, con il raffinarsi delle sue posizioni critiche ed estetiche, opera una vera e propria (come scrive Sergio Landucci) «scissione tra il "metodo" e il "sistema" di Hegel». De Sanctis sposa il metodo ma rigetta il sistema; in particolare è costretto ad emendarlo nelle sue concezioni estetiche, che vogliono l'arte mera manifestazione sensibile dell'idea, priva dunque di un proprio statuto autonomo, e che ne pronosticano la «morte» con il tramonto dell'era romantica.
Il rapporto complesso con Hegel non è l'unica venatura polemica che attraversa l'opera di De Sanctis (ed essendo la sua un'opera essenzialmente militante, le è in certa misura "connaturato" un antagonismo teoretico ed ideologico con altre interpretazioni dell'arte in generale e della vita culturale italiana in particolare). Gli anni dell'elaborazione teorica di De Sanctis si inseriscono in un quadro di crisi culturale, quella «crisi di fine secolo» che vede scontrarsi con attriti epocali gli agglomerati titanici del «positivismo soverchiante» (come ne scrisse Croce in Storia d'Italia), del giovane marxismo e di un rinascente e non esaurito idealismo.
L'aspra lotta si conduce sui terreni della letteratura e della critica letteraria, della filosofia della storia, dell'estetica. Immerso in tale temperie, De Sanctis decide di contrastare non solo l'impianto teorico hegeliano, a cui pure, quanto il giovane marxismo, è debitore, ma anche e conseguentemente le posizioni di Benedetto Croce in merito alla metastoricità dei quattro "concetti puri" dell'arte, della logica, dell'economia e dell'etica. Di contro a tale pretesa e alla tesi hegeliana dell'opera letteraria come pura forma, De Sanctis rivendica l'unità storicistica di forma e contenuto, di vita culturale e nazionale, e gli esiti storico-politici di tale unità con i quali si confronterà, pochi decenni più tardi, il Gramsci dei Quaderni.
L'affluente, tra i più importanti e controversi della cultura italiana, che discende da Hegel a De Sanctis e a Gramsci, riverbera nell'intervento di Togliatti alla Commissione culturale nazionale del Pci del 3 aprile 1952 (ricordato nell'introduzione al saggio "L'anima e il mondo"), nel quale l'allora segretario nazionale del partito affermò che la cultura socialista «è tale per il suo contenuto, ma è nazionale per la forma» e che «il pensatore di cui in questo campo dobbiamo saper valutare sia le posizioni progressive che i limiti, è prima di tutto Francesco De Sanctis».
Il saggio di Emiliano Alessandroni "L'anima e il mondo. Francesco De Sanctis tra filosofia, critica letteraria e teoria della letteratura" si inserisce in tale alveo, proponendosi di ripercorrere l'opera di De Sanctis ma soprattutto di affrontare la questione della sua eredità, della comprensione dei suoi limiti storici ma anche della validità della sua lezione. Alessandroni raccoglie la sfida del «diffuso antidesanctisismo di ritorno» partorito, o almeno germogliato sullo stesso terreno ideologico, di quella «condizione postmoderna» negatrice dell'universale ed esaltatrice del particolare. La filosofia del capitalismo maturo rigetta le grandi narrazioni, fa assurgere la negazione dell'ideologia ad ideologia, rifiuta alla storia ogni andamento progressivo e ogni tensione teleologica, rigetta l'istituzione tout court, demolisce l'assunto hegeliano del reale come razionale e lascia solo il pulviscolo del soggettivismo etico ed estetico a colmare l'immenso spazio vuoto, il pressoché infinito margine di manovra dell'immaginazione. Ormai celebrato il «funerale dell'idea», quella grossa macchina ottusa e coercitiva che intrappola e soffoca la soggettività, si può asserire che la «differenza» ha preso ormai il posto della «dialettica» e festeggiare, finalmente, il dispiegarsi di ogni libertà umana (individuale).
La crisi dell'oggettivismo, del realismo, della Ragione hegeliana porta con sé la «crisi della critica». Il Geist, l'universale respiro della storia, viene sostituito dall'«immediatezza dionisiaca» di cui scrive Giorgio Colli in Scritti su Nietzsche. Abbandonata ogni pretesa di rinvenimento di "vero" nell'"intero", sfuma la possibilità di rintracciare la razionalità del sensibile, l'oggettività nell'artistico. L'ontologia perde qualunque significato e l'attività esegetica perde qualunque valore e utilità pubblica. Da tale processo De Sanctis non può che restare travolto.
Alessandroni, che si offre come avvocato dell'«imputato De Sanctis», riporta la critiche mosse all'autore irpino (e, per mezzo di lui, a Gramsci e al marxismo in generale) da Asor Rosa in Il "diagramma De Sanctis" e il nostro:

«La letteratura italiana non può essere subordinata alla storia etica e civile della nazione italiana».

Questa tesi, così lapidariamente esposta, è l'indice di una temperie culturale che crocifigge l'intellettuale engagé e denuncia ogni contaminazione socio-politica (e, negli echi crociani, perfino storica) nella sfera letteraria ed artistica in generale. L'intangibilità di un'arte metastorica tutela questa dal rischio della disonestà intellettuale, della frode ideologica, del tentativo di subordinare, appunto, l'estetico all'etico.
Alessandroni denuncia la «liquidazione sommaria» di De Sanctis operata in nome di una guerra allo «storicismo - desanctisiano, crociano, gramsciano», a quella connessione tra filosofia, storia e politica screditata dal pensiero postmoderno e postideologico. "Liquidazione" che è necessario denunciare proprio e massimamente in quanto "sommaria": la frenesia anti-ideologica che condanna De Sanctis per presunto abuso di categorie etico-politiche nella critica letteraria e per eccessiva politicizzazione delle stanze sacre e apolitiche dell'arte, gli attribuisce grossolanamente la posizione di un'arte per statuto subordinata ad altro, che sia l'etica o la politica. La storicità dell'arte e la sua intrinseca unità di formale e materiale, rivendicate da De Sanctis, insieme all'analisi socio-politica dell'oggetto artistico, non sono sufficienti a privare l'arte di uno statuto autonomo o di una piena dignità ontologica, né ne hanno l'intenzione. Scrive De Sanctis:

«La moralità è una buona cosa. Ma l'essere stati l'Ariosto o il Machiavelli immorali, ha così poco a fare con la storia letteraria delle loro opere, come l'immoralità di Bacone ha poco a fare col suo Organo. Se ne può parlare per incidente, ma non a criterio del merito delle loro scritture».

Si legge qui la rivendicazione dell'autonomia dell'arte, insieme, ancora una volta, alla traccia di Hegel: sono le stesse leggi estetiche, che esclusivamente dalla natura dell'oggetto estetico discendono, a rivelare il «torpore spirituale» delle opere che abbiano una finalità estrinseca, estranea all'ambito dell'arte. È in tali opere che si verifica quella subordinazione dell'arte ad altro, che viene malamente imputata a De Sanctis, e che le rivela come oggetti non artistici in senso proprio, al pari di opuscoli di propaganda o romanzi a tesi scritti su commissione.
L'autentico diagramma De Sanctis dimostra di essere, di contro alle semplificazioni che lo rendono facile bersaglio della critica postmoderna e dei detrattori della tradizione marxista e del realismo (socialista), tutto interno all'orizzonte estetico di ascendenza hegeliana, e il suo autore valorizza la pienezza ontologica dell'opera d'arte sia in qualità di critico letterario che in qualità di teorico.
Il saggio di Emiliano Alessandroni ripercorre la genealogia del pensiero debole, mostra filiazioni e contraddizioni da Nietzsche a noi, riprende le critiche più o meno fondate all'approccio desanctisiano alla cultura e vi risponde puntualmente, sorretto da una bibliografia estesa e da uno stile espositivo allo stesso tempo minuzioso e chiaro. È un saggio militante, che non si limita a fare storia della letteratura, ma guarda al presente con acutezza e rigore teorico. "L'anima e il mondo" è una lettura che illustra ed interroga: sul senso della letteratura e sulla politicità dell'arte, su alcune categorie culturali e politiche in uso oggi, sulla possibilità e sulla necessità di recuperare un orizzonte comune e un senso collettivo dell'esistere e del fare arte. È facile ammirare questo saggio per la sua solidità, specie nei giorni culturalmente travagliati dell'individualismo neoliberista come somma libertà, della pretesa "trasversalità" del politico, dell'impoliticità assurta a patente di onestà intellettuale, della demonizzazione dell'ideologia e perfino della negazione per essa di ogni residuo significato storico.

lunedì 25 giugno 2018

La Storia, di Elsa Morante



A scuola ci hanno insegnato la Storia con S maiuscola. Quel processo immenso, onnicomprensivo, fatto di grandi battaglie, di uomini eccellenti, della concatenazione di meccanismi economici e sommovimenti politici. La storia dei grandi imperi, delle guerre tra nazioni, dello scontro tra il mondo occidentale e i paesi colonizzati. Al di sotto di questa grande macchina complessa e di cui è difficile comprendere il funzionamento, si muove un piccolo mondo anonimo. Un mondo fatto di micro-storie sempre uguali a se stesse, di drammi mai scritti, di piccole e quotidiane lotte per l’esistenza. Il mondo anonimo della vita, per usare le parole di Husserl.

Una piccola umanità disorganizzata e mai narrata è il protagonista di questo capolavoro di Elsa Morante. Quell’umanità che mai avrà la dignità del racconto storiografico, viene accolta dal linguaggio dolce, materno, poetico della scrittrice. Un linguaggio semplice e commovente, come le storie, le piccolissime storie di cui l’autrice racconta.

Il periodo della Storia in cui il romanzo è ambientato va dal 1940 al 1947. Al di sotto della Seconda Guerra mondiale, della caduta del fascismo e della prima età repubblicana, si muove una maestra elementare, Ida, bruttina e avanti con gli anni stuprata da un giovane soldato tedesco, il figlio nato dallo stupro, Useppe, e il suo figlio maggiore, Nino. Attorno a questo piccolo nucleo famigliare si muovono una serie di uomini e donne del popolo, tutti ammassati nei rifugi per sfollati, che urlano la loro antica miseria e le loro speranze.

Il quadro creato dalla Morante è pieno di colori, di dialetti, di storie di povertà, di malattia e di morte. Di  amori struggenti, come quello tra Nino e Useppe, o tra Useppe e Bella, una pastora maremmana capitata nella famiglia per caso. Storie di grandi amicizie, come quella tra Nino e Davide, partigiani che non verranno mai citati nei libri di storia, condannati nel dopoguerra all’emarginazione sociale, alla delinquenza e alla tossicodipendenza.

Il popolo minuto, ritratto con eleganza, intelligenza e delicatezza, è la vittima prediletta della Storia. I grandi eventi lo travolgono, deturpandone l’innocenza, corrompendone l’equilibrio conquistato con lo sforzo quotidiano che l’esistenza gli impone. Come un piede che calpesta un gruppo di laboriose formiche, le quali si allontanano per riunirsi altrove, sempre alla ricerca di un luogo sicuro in cui vivere.

La figura più enigmatica, complessa e immediata al tempo stesso, il personaggio che di sicuro non si riesce a non amare  è Useppe, un bambino fragile, malato, nato per sbaglio. Un bambino che si reca scortato dalla sua cagna in un luogo fantastico sulle sponde del Tevere, che crea tante poesie meravigliose che non saranno mai scritte. Che di fronte agli orrori della guerra non riesce che a tacere.  Useppe incarna l’amore incondizionato per la vita, un amore che ha la sua origine nell’esistenza stessa, nell’essere stesso delle cose. Incarna il dolore antico dell’uomo, quello che necessariamente accompagna la vita. Useppe è la solitudine, la fragilità assoluta esposta al meccanismo impietoso della Storia. Useppe è la grande speranza dell’umanità, che la Storia fino ad oggi ha sempre tradito e ucciso.

La Storia è un grande ed un piccolo romanzo. Piccolo perché con sguardo “micrologico”, così lo chiama Adorno, descrive un mondo sempre ai margini degli eventi e del racconto. Grande perché grande è l’umanità che racconta, grande e profonda la vita che la attraversa, grande il silenzio a cui essa è destinata.


mercoledì 9 maggio 2018

"Il mondo è rotondo": un racconto di Gertrude Stein

"A rose is a rose is a rose"

Questa è la celebre e senz'altro vera tautologia di Gertrude Stein, quella che Hemingway, in seguito a un aspro litigio con l'amica, deformò in "A bitch is a bitch is a bitch".
La stessa tautologia potrebbe essere una stringatissima sinossi del racconto per bambini "The world is round" che Stein scrisse nell'estate del 1939. Che il mondo sia rotondo è poco meno che una tautologia, è una esposizione di un fatto ovvio e universalmente noto (terrapiattisti a parte). Ma la intrinseca e autoevidente verità che, in fondo, "una rosa è una rosa", per la protagonista del racconto è tutt'altro che scontata, ed è più difficile dirsi sicura di questo che della rotondità del mondo.
La protagonista si chiama Rosa (come la "rosa francese", la piccola aristocratica Rose Lucy Renée Anne d'Aiguy a cui il racconto è dedicato), e della propria identità non è affatto sicura. Le piacerebbe poter dire di se stessa "Rosa è rosa", con la stessa immediata evidenza e indiscutibile certezza della tautologia lapalissiana. Ma così non è, e la piccola Rosa pensa molto all'argomento, pensando ad esempio:


«Forse che sarebbe stata Rosa se non si fosse chiamata Rosa e sarebbe forse stata Rosa se fosse stata gemella».

Oppure:

«Sono una bambina e il mio nome è Rosa,
Rosa è il mio nome.
Perché sono una bambina
e perché il mio nome è Rosa
E quando sono una bambina
e quando è il mio nome Rosa
[...] Quale bambina sono».

Nella ricerca della verità della propria identità, Rosa, che frequentemente scoppia a singhiozzare e tormenta i cani Love e Pépé imponendo loro di ascoltare le sue lamentevoli canzoni, è accompagnata dal cugino Willie. Lui è l'antirosa: non ha alcun dubbio sulla propria identità e sul proprio esserci, nonostante il suo nome sia un'interrogazione (Will he?). Willie è lo specchio di Rosa, che invece è tutta un'interrogazione, a dispetto del suo nome semplice e concreto, solido e ovvio, portatore della verità più vera che "una rosa è una rosa".
Stanca di dubbi, o forse in cerca di dubbi nuovi, Rosa prende la sua seggiolina blu e portandola con sé si inerpica in cima a un monte, con l'intenzione di accomodarsi una volta giunta in cima per godersi il panorama. E non che la scelta della sedia blu abbia permesso a Rosa di esimersi dalla sua infaticabile attività elucubrativa.



«Mentre Rosa pensava a questa cosa incominciò a sentirsi molto strana naturalmente incominciò a sentirsi molto strana.
Si può pensare che Rosa sia una rosa
se il suo colore preferito è il blu
le cose possono essere blu ma non le Rose ma Rosa era una rosa e il suo colore preferito era il blu.
E ora doveva pensare a cosa fare lassù.
Sarebbe stata una sedia verde o blu
La sedia da portare lassù
[...] Così Rosa aveva talmente tante cose da fare oltre a deliberare se la sedia da portare lassù dovesse essere verde o blu».

Il fatto che il colore preferito di Rosa sia il blu ma che una rosa normalmente non sia blu, confonde Rosa non poco. Ciò che ci piace non può essere ciò che ci definisce? Non possiamo identificarci in ciò che amiamo?
Per rispondere alle sue domande, la protagonista si avvia su scoscesi pendii, tra punteggiature inesistenti, in un bosco di rime, assonanze e allitterazioni, seguendo un percorso incerto e antisintattico che costruisce concetti e frasi con libertà e in spregio di ogni regola tradizionale, ma senza cadere nella trappola della "scrittura automatica" per associazioni inconsce, gradita ai Surrealisti, che per Stein non era "arte" ma un mero esperimento psicologico (lei e Leon M. Solomons studiarono appunto il processo della scrittura automatica in un esperimento condotto dall'Univeristà di Harvard, che mostrò le caratteristiche di un testo scritto inconsapevolmente da un soggetto mentre presta attenzione ad altro, come alla lettura di un libro).
Questo stile rivoluzionario nella misura in cui si liberava brutalmente dei vincoli della sintassi e dei significati fissi pose Stein all'attenzione delle studiose femministe e del teatro d'avanguardia, che in questo stile appunto e nei temi dell'autrice americana riscontravano un potenziale sovversivo, in un'ottica di genere, di rinnovamento profondo di teatro e di scrittura, di liberazione della creatività dalle pastoie della letteratura convenzionale. A Gertrude Stein questa spregiudicatezza stilistica costò in un primo tempo la possibilità di farsi capire e apprezzare da un pubblico mainstream, ma fu questa stessa novità letteraria, difficile da digerire e amare, a inserirla prepotentemente nella storia della letteratura del Novecento.

Nell'introduzione al racconto (Il Mangiafuoco - Emme Edizioni), ci viene ricordato che fu Cesare Pavese a tradurre dall'inglese "Tre esistenze" e "Autobiografia di Alice B. Toklas" (mentre la traduzione "Il mondo è rotondo" è di Rosella Mamoli Zorzi). Proprio a Pavese Stein inviò il suo racconto "The world is round", nel '39. Pavese le rispose che il racconto era «delightful» e anche: «È il libro di avventure ideale, specialmente nella seconda parte, e mi ha fatto molto sognare a proposito del monte e della sedia».

  • Sul tema della scrittura automatica in relazione allo stile di Gertrude Stein, si può trovare qualcosa in "Il comportamento verbale" dello psicologo americano B. F. Skinner.
  • Sullo stesso tema: "Gertrude Stein: l'esperimento dello scrivere", raccolta di saggi a cura di Biancamaria Tedeschini Lalli.
  • In riferimento, nello specifico, a "Il mondo è rotondo", segnalo il testo della stessa traduttrice, Rosella Mamoli Zorzi, intitolato "'diavolo diavolo diavolo': Gertrude Stein e la fiaba del linguaggio", incluso in "Ritratto dell'artista come donna: saggi sull'avanguardia del Novecento" ("diavolo diavolo diavolo" è una iscrizione che la protagonista del racconto legge lungo la sua ascesa al monte con la sedia blu, e da cui è molto spaventata).

martedì 8 maggio 2018

Opinioni di un clown, Heinrich Böll



Una faccia dipinta di bianco, un naso rosso enorme, gli occhi e le labbra contornate da surreali colori, vestiti sgargianti, scherzi, burle e capriole, allegria e malinconia, riso e paura. Molteplici sono le impressioni che la visione di un clown suggerisce. Il pagliaccio è una figura perturbante: il solo vederlo destabilizza uno stato di quiete, la sua sola presenza mette in discussione lo spazio circostante, che il clown irride e sfida con i suoi frenetici movimenti. Il clown nasconde la realtà attraverso la sua rappresentazione ridicola, la riempie di fantasmi divertenti ed inquietanti e, allo stesso tempo, rivela qualcosa della realtà che ancora non conoscevamo. Riempie gli oblii su cui la vita quotidiana costruisce le sue fondamenta con la macchietta e con la fantasia, facendo emergere il rimosso.

Il pagliaccio è un emarginato, svincolato da legami sociali, da convenzioni religiose e culturali, escluso dai processi storici e politici di una comunità. Il clown è una tautologia: sempre uguale a se stesso, si rifugia nella farsa, si nutre di paranoia, solitudine e sociopatia. Eppure è capace di instaurare con la realtà un rapporto privilegiato, proprio perché la rovescia e la trasfigura, facendoci uscire per un attimo, con la sua finzione grottesca, dal conformismo della vita di tutti i giorni.

Per queste sue peculiari caratteristiche, a mio avviso, Heinrich Böll descrive la Germania del secondo dopoguerra attraverso gli occhi di un clown alcolizzato caduto in disgrazia. La Germania degli anni di piombo in cui non è lecito domandare né ricordare gli orrori appena passati. Il protagonista del romanzo è l’unico che rievoca i ricordi, che richiama in vita i fantasmi del passato, provocando con acuta ironia tutti coloro che vogliono andare avanti e dimenticare. Tra una capriola e una bevuta, tra una telefonata e un ricordo, il clown ricostruisce la storia appena passata ed elabora una critica spietata della società tedesca a lui contemporanea.

Il Grande Dittatore
Charlie Chaplin, 1940
Hans Schnier è figlio di un grande capitalista che decide di intraprendere il mestiere di clown. L’evento scatenante che lo spinge a mettere in discussione l’intero mondo che lo circonda – compreso se stesso e la sua amata arte – è l’abbandono di Maria, la sua compagna, per un cattolico di nome Züpfner. Maria aveva vissuto con il protagonista in una relazione illegittima, pur essendo una fervente cattolica, sempre bisognosa di respirare “aria di cristianesimo”. Schnier non se ne capacita. Come può, una credente, essere anche adultera? Non è forse adulterio abbandonare il compagno a cui si è giurato amore eterno per sposarne un altro? E come può la Santa Chiesa celebrare come legittimo un matrimonio che si fonda sull’abbandono, sull’infrazione di un giuramento prestato? Queste riflessioni spingono il protagonista a scandagliare il mondo cattolico nel quale Maria lo aveva trascinato, fatto di personaggi ipocriti, di maschere di cera, di omertà e accondiscendenza. In questo circolo si aggirano personaggi come Herbert Kalis, comandante della Hitlerjugend di Bonn, noto a scuola per la sua crudeltà e per la sua intransigente fede politica, diventato un esempio di democrazia e tolleranza nell’ambiente cattolico del dopoguerra. Quei ragazzi che avevano imbracciato ai tempi della guerra il Panzerfaust, fanatici della resistenza e della difesa del Reich ad oltranza, sono diventati uomini in giacca e cravatta che frequentano i salotti buoni, che parlano di democrazia, progresso, pace e prosperità. Che pregano per la salvezza dell’intera umanità. E se Schnier prova a rievocare i ricordi della guerra e le atrocità da loro commesse in passato, questi rispondono indifferenti, con gli sguardi vuoti, come se non capissero a cosa ci si riferisca. L’atteggiamento antagonista e provocatore del pagliaccio mette in imbarazzo la sua compagna, la quale lo emargina dal gruppo fino ad abbandonarlo.

Altro gruppo di indifferenti è il nucleo famigliare. La madre di Schnier, che aveva assecondato sua figlia Henriette ad arruolarsi nella difesa antiaerea Flak, nel dopoguerra si era dedicata ad un comitato per l’integrazione razziale. Ogni volta che Hans cerca di ricordare la morte della sorella, i suoi genitori cambiano argomento. Nella cinica dimenticanza di un lutto mai elaborato, la vita della famiglia Schnier prosegue tranquilla. Eccezion fatta per Hans, il quale viene escluso ed emarginato anche da questa comunità.

Con il ginocchio dolorante a causa di un infortunio durante un’esibizione, in preda all’alcol, senza un soldo, Hans passa l’ultima parte del romanzo a fare telefonate alla ricerca disperata di un aiuto economico e umano. Il frigo è vuoto, la bottiglia anche, le sigarette sono finite. Maria non c’è, è solo in una casa vuota e impersonale – molto più anonima degli alberghi in cui dormiva durante le tournée – la sua vita è a pezzi, dietro l’apparente agio del suo appartamento, così come è a pezzi la Germania, dietro al piano Marshall e all’ipocrita normalità piccolo borghese. La comunità si chiude buttandolo fuori, il suo grande amore e la sua famiglia lo respingono, persino la sua arte gli sembra ormai impraticabile. Con la faccia truccata, zoppicante, imbraccia la chitarra e va in strada a cantare canzoni cattoliche, ridotto ad invisibile mendicante.

«Un clown, il cui effetto principale consiste nell’immobilità della maschera, deve mantenere il viso perfettamente mobile. Un tempo, prima di cominciare a fare i miei esercizi, usavo tirar fuori la lingua per sentirmi realmente vivo e presente prima di staccarmi di nuovo da me stesso. Più tardi abbandonai questo esercizio e presi a guardarmi attentamente in viso, senza far uso di nessun trucco e movimento, ogni giorno per almeno mezz’ora, finché alla fine non esistevo più: dal momento che non soffro di narcisismo, spesso mi sentivo prossimo alla pazzia. Dimenticavo semplicemente che ero io quella faccia che vedevo nello specchio, voltavo lo specchio e quando avevo finito gli esercizi, o quando più tardi, nel corso della giornata mi vedevo per caso allo specchio passando, mi spaventavo: c’era un estraneo nella mia stanza da bagno, al gabinetto; un tizio che non sapevo se fosse serio o buffo, un fantasma pallido con il naso lungo; e allora correvo più in fretta da Maria per vedermi nel suo viso. Da quando lei non c’è più non riesco più a fare i miei esercizi: ho paura di diventare pazzo».


martedì 17 aprile 2018

Un racconto boreale: "Luce d'estate ed è subito notte" di Jón Kalman Stefánsson

"Luce d'estate ed è subito notte" è interessante e "algido" come di solito sono i libri di Iperborea. È semplicissimo e insieme pretenzioso. Rappresenta un ripiegamento della narrativa sull'addome molle del focolare, del tedio quotidiano, della routine con gli stati d'animo che ciclicamente trascina con sé. È una scelta intimista e minimale, sorretta da un registro quotidiano e da descrizioni essenziali, rapido e spontaneo come un racconto orale. Il narratore sembra avvinto dalla tensione tra l'infinitamente piccolo dell'io (la memoria individuale, gli interrogativi quotidiani, la sognante progettualità) e l'infinitamente grande (il "senso della vita", gli abissi del cielo con le sue lunghissime notti e i suoi lunghissimi giorni, il respiro del mare, la volta stellata). Il personaggio dell'Astronomo è il referente, presso la sua piccola comunità, di questo infinitamente grande che inghiotte l'uomo e lo libera da ossessioni e paure superflue: è il personaggio che manda in malora il matrimonio con una bellissima moglie, il Maglificio che dirige con profitto, la casa invidiabile, per dedicarsi allo studio del latino e degli astri, nel suo ritiro spoglio sulla collina.
Ai piedi dell'Astronomo si srotola il tappeto dell'esistenza minuta: l'impiegata delle poste che sbircia la corrispondenza dei compaesani per diffondere informati pettegolezzi, il magro Jónas che fa il poliziotto per seguire le orme del padre ma ama gli uccelli del cielo e dedica tutto il suo tempo libero a studiarli e disegnarli, la contadina Ásdís che scoperto il tradimento del marito uccide gli animali domestici, la cagna con i suoi cuccioli, dà fuoco all'automobile e costringe il marito a vendere tutte le terre di famiglia, per vivere una vita nuova in un'altra casa e con un altro lavoro. 



Le comparse delle storie precedenti diventano protagonisti degli episodi successivi, in un intreccio di storie particolari che rende l'affresco di un villaggio islandese incastrato tra la campagna e i fiordi, riscaldato dalla calda Corrente del Golfo e dalle passioni dei suoi abitanti. Le loro vicissitudini sono raccontate con un occhio alla terra (la sveglia, il lavoro, gli agnelli e i camion, la televisione, il sesso, il fitness, i dolci da offrire agli ospiti in soggiorno) e uno al cielo (la sumarljós, il lunghissimo chiarore dell'estate; il volo delle diverse specie di
uccelli e i loro stridii; i cambiamenti di umore del clima, con le sue pioggerelle frequenti e fitte, che trasformano le aie in spiazzi fangosi). La narrazione è estremamente frammentata, svincolata da qualunque logica temporale e dalle costrizioni di sintassi e periodo. Lo stile segue piuttosto la logica della poesia (Jón Kalman Stefánsson esordisce come poeta alla fine degli anni Ottanta, e solo in seguito si dedica alla prosa) e modula la voce come per una lunga telefonata, che pretende di raccontare la molteplicità delle vite individuali e normali, piccole e incrostate sul terreno islandese, per dedurne l'universale, l'eterno, il davvero-importante, oltre le frenesie del consumismo e le promesse delle pubblicità. 
Naturalmente ho trovato irritanti queste velleità sacerdotali, ma affascinanti e malinconiche le descrizioni del fiordo grigio e degli stormi vagabondi, della memoria delle cose (più importante e vera delle cose stesse) e dei progetti destinati spesso al naufragio. "Luce d'estate ed è subito notte" è un libro che non vedevo l'ora di finire; ma quando l'ho finito, ho desiderato invano che ne restasse ancora un pezzetto. 


martedì 27 marzo 2018

Il Castello, Franz Kafka



«La burocratizzazione offre soprattutto la maggiore possibilità di attuare il principio della divisione del lavoro amministrativo sulla base di criteri puramente oggettivi, mediante l’attribuzione dei singoli compiti a funzionari preparati in maniera specialistica, e che si qualificano di più sempre con un maggiore esercizio. In questo caso, l’adempimento “oggettivo” significa in primo luogo un adempimento “senza riguardo alla persona”, in base a regole prevedibili. “Senza riguardo alla persona” è però anche la parola d’ordine del “mercato”, ed in generale di ogni sforzo diretto a perseguire interessi economici. La conseguente realizzazione del potere burocratico comporta il livellamento dell’"onore" di ceto – e quindi, se non viene contemporaneamente limitato il principio della libertà di mercato, l’universale dominio della “situazione di classe”. […] La burocrazia nel suo pieno sviluppo si trova anche, in senso specifico, sotto il principio della condotta sine ira ac studio. La sua specifica caratteristica, gradita al capitalismo, ne promuove lo sviluppo in maniera tanto più perfetta quanto più essa si “disumanizza” – e questo vuol dire che consegue la sua propria struttura, attribuita ad essa come virtù, che comporta l’esclusione dell’amore e dell’odio, di ogni elemento affettivo puramente personale, generalmente irrazionali e non calcolabili, nell’adempimento degli affari d’ufficio .»
(Max Weber)

Il Castello fu scritto da Kafka tra il gennaio e il settembre del 1922. È un’opera incompleta, pubblicata postuma nel 1926 a Monaco. Con il suo stile scarno, tratteggiando i personaggi in modo approssimativo, spingendo il lettore ad addentrarsi in un insensato percorso fatto di lettere inviate, telefonate, incontri con funzionari, Kafka ci narra la storia di una entità invisibile che si erge maestosa e incomprensibile, come una grande potenza estranea, di fronte all’individuo ridotto ad un’ombra: l’organizzazione burocratica della società.

Tutti apparteniamo al Castello, ma a volte sembra difficile crederlo
K. arriva una sera in un villaggio e, stanco per il viaggio, cerca riparo in una modesta locanda. Appena mette piede nel locale, lo spazio si riorganizza tutto attorno a lui: gli avventori lo guardano stupiti, l’oste si avvicina imbarazzato per accogliere l’ospite indesiderato, le cose assumono il loro volto più inospitale. K. si presenta, è un agrimensore assunto dal Castello. Questa spiegazione sembra tranquillizzare l’oste, il quale gli permette di riposare su un giaciglio improvvisato nella cucina. Il sonno dello straniero sarà ben presto disturbato da uno scettico che non crede a questa spiegazione. Ad un litigio segue una serie di telefonate al Castello, dai cui funzionari K. riceve vaghe risposte affermative. Sì, c’è bisogno di un agrimensore. K. è stanco, vuole riposare. L’indomani, si recherà al Castello per cominciare il suo lavoro.

K. al Castello non arriverà mai. Cercherà di parlare con diversi funzionari, lottando affannosamente per ogni singolo colloquio: ogni piccolo passo che sembra lo avvicini al Castello – una lettera ricevuta, un incontro con un impiegato del Castello, un’informazione ottenuta per caso – si rivela sempre un passo apparente. In questo continuo dimenarsi per restare sempre allo stesso punto, il protagonista esaurisce le sue forze, si annichilisce, senza riuscire a perdere completamente la speranza di svolgere il suo lavoro. E il Castello, quella costruzione in cima alla montagna che, appena arrivato, K. scorge vagamente tra la nebbia, resterà sempre vago e spettrale. Distante, sebbene decida e condizioni in ogni particolare la vita degli abitanti del villaggio. Come dirà Olga, uno dei personaggi più consapevoli del romanzo, «Dicono che apparteniamo tutti al Castello, che non esistono distanze da colmare, e normalmente può anche essere vero, ma purtroppo abbiamo avuto occasione di vedere che in certi casi non lo è affatto».

La potenza decisionale dell’apparato. Colloquio con il sindaco
K. si accorge ben presto che non sarà facile raggiungere il Castello. Il cammino è lungo e faticoso, il sentiero gira intorno alla montagna e sembra non arrivare mai in cima, la popolazione è ostile, se chiede un’informazione si voltano dall’altra parte o gli danno una risposta cortese ma non pertinente. Lo accolgono freddamente nelle loro case e lo invitano ad uscire dopo pochi minuti.

Difficile è anche la comunicazione con le autorità: l’amministrazione del Castello ha una struttura complessa e gerarchica. Ci sono i signori, gli alti funzionari, che hanno dei servi, i quali sono pure funzionari di un certo livello; ci sono diversi uffici, ognuno dei quali svolge uno specifico compito, anche se non è ben chiaro quali siano i compiti e gli uffici preposti. Si dice che tra una zona e l’altra ci siano delle barriere. Gli impiegati di infimo livello non possono avere liberamente contatti con i propri superiori. Le informazioni, gli ordini e le direttive vengono trasmessi da un segretario a uno scrivano, dallo scrivano al messo, poi al servo, poi ad un altro ufficio, poi ad un altro messo. Impossibile riuscire a seguire le tappe che percorre una procedura. L’intero processo amministrativo assume una propria forza autonoma: è l’intero sistema che prende le decisioni, nessuno ne è pienamente responsabile o consapevole. Questa organizzazione impersonale ed oggettiva permette al sistema di essere pienamente efficiente. Al Castello non sfugge nulla, la macchina burocratica è sempre ben oliata e funzionante. Tuttavia, nonostante la precisione di questo efficiente marchingegno computazionale, possono verificarsi degli errori. L’assunzione di K. è uno dei questi casi.

Questa è la spiegazione che dà il sindaco, quando K. si rivolge a lui per ottenere dei chiarimenti. Da giorni è giunto al villaggio, ha ricevuto una lettera da Klamm, alto funzionario del Castello, ma ancora non ha ben capito quale sia il suo compito e quando potrà svolgerlo.  Ebbene, il sindaco gli risponde che non c’è bisogno di alcun agrimensore. Molti anni prima, un impiegato del Castello aveva  avviato una pratica per l’assunzione di un agrimensore. Sortini, un impiegato modello, attento e meticoloso, aveva ricevuto questa pratica, e l’aveva inviata al sindaco. Durante l’assemblea comunale c’era stata una lunga discussione sulla necessità di questa assunzione: l’impiegato che aveva avviato la pratica aveva premuto perché fosse assunto, ma alla fine l’assemblea aveva stabilito che non c’era bisogno di alcun agrimensore, e aveva comunicato la decisione al Castello. Questa comunicazione non era giunta, e la pratica era rimasta sospesa. In questa situazione di stallo, che si verifica soltanto per i casi insignificanti come quello di K., il sistema prende una decisione:

«Quando una questione va avanti per molto tempo, può accadere, anche prima che le deliberazioni siano già concluse, che improvvisamente in un punto imprevisto e più tardi non determinabile, spunti fuori una soluzione che liquida la faccenda in modo spesso giusto, ma tuttavia arbitrario. È come se l’apparato amministrativo non potesse più sopportare la tensione, l’eccitazione subita da lunghi anni per colpa di quella questione, e in se stesso, senza l’aiuto dei funzionari, abbia preso una decisione.»

Il sindaco offre a K. un prezioso consiglio, logico quanto insensibile: prenda in considerazione l’idea di lasciare il villaggio, signor K. Nessuno le imporrà questa decisione, nessuno la inviterà ad andarsene, ma se non è contento della sua situazione qui, non deve per forza restare. K. dà una risposta semplice e commovente, che mette in risalto l’incompatibilità del sistema burocratico-amministrativo del Castello con le esigenze della vita degli individui:

«Le faccio un elenco di alcune della ragioni che mi trattengono: i sacrifici che ho fatto per lasciare la mia casa, il lungo e difficile viaggio, le legittime speranze che riponevo su questa nomina, la mia totale mancanza di mezzi, l’impossibilità, ora, di trovare al mio paese un altro lavoro equivalente, e da ultima, ma non per importanza, la mia fidanzata che è di qui».

L’Eros all’ombra del Castello: Frieda, Olga e Amalia
Nel romanzo sono narrate diverse relazioni erotiche attraverso le quali Kafka delinea i caratteri dei personaggi femminili. In generale, la vita amorosa degli abitanti del villaggio, compreso K., sembra amministrata per via indiretta dal Castello. Il ruolo sociale che si occupa nella piccola comunità è fondamentale per la determinazione della natura delle relazioni erotiche. Il sesso costituisce un elemento di elevazione o discesa sociale, può aiutare alla costruzione della stima dei proprio vicini oppure attirare su di sé il biasimo di tutta la comunità, a seconda che si abbia una relazione con un alto funzionario o una persona di poco conto, che si ceda alle lusinghe dei ministri del Castello o che le si rifiuti. Il sesso è una pratica umana, di vita come tutte le altre. Anche questo va amministrato.

Frieda è la fidanzata di K. La descrizione del loro primo incontro amoroso è l’unica, in tutto il romanzo, densa di sentimenti ed emozioni istintive, creative, non irreggimentate. Frieda e K. si attraggono al punto che la ragazza decide di abbandonare la sua posizione di privilegio per proseguire la sua relazione con K. La ragazza è privilegiata perché svolge un lavoro molto stimato alla mescita della Locanda dei Signori. Ma, soprattutto, è stimata perché è l’amante del grande funzionario, il signore dei signori, Klamm. Da quello che viene descritto da diversi personaggi del romanzo, oltre che da Frieda stessa, Klamm convoca nella sua stanza, tramite ambasciata, una donna che considera attraente e consuma un rapporto sessuale senza neanche rivolgerle la parola. Uscite da quella camera, l’amante di turno si vede elevarsi nella scala sociale.  I ministri del Castello sembrano quasi costretti ad avere contatto con delle donne del villaggio per esigenze biologiche, ma le donne vengono investite di un privilegio che permette di ottenere molti vantaggi.

Dopo la fuga di Frieda, K. cercherà di avere un colloquio con Klamm, per affrontare la questione “da uomo a uomo”. Ma è chiaro che K. non è un uomo per il Castello. Klamm non acconsentirà né si rifiuterà di avere questo colloquio, ma si nasconderà dietro il rifiuto indignato di tutti gli intermediari ai quali K. si rivolgerà per avere un’udienza. Eppure, Klamm è un’ombra densa nella relazione tra Frieda e K.: gli aiutanti che il Castello ha inviato a K. per i suoi “lavori di agrimensura”, cercheranno di sabotare la relazione, finché uno dei due non riuscirà ad interromperla. L’unica volta che K. viene convocato da un funzionario, Erlanger, è per sentirsi dire, dopo un’intera notte passata alla Locanda dei Signori ad attendere, che Frieda deve tornare alla Locanda, non perché a Klamm importi qualcosa, ma perché non si può correre il rischio di turbarlo.

Figura opposta è quella di Amalia. Olga e Amalia sono sorelle di Barnabas, uno strano messo che il Castello ha inviato a K. per eventuali comunicazioni. In realtà, questo messo è un povero ragazzo disperato che cerca un contatto con i funzionari per riabilitare la sua famiglia da un grande disonore. E anche Olga cerca un contatto con il Castello, diventando la prostituta dei servi dei funzionari. Causa del disonore fu Amalia, alcuni anni prima dell’arrivo di K.: una sera, in occasione di una festa, un funzionario che era stato in disparte per tutta la sera, si rianima alla vista di Amalia, ma ovviamente dissimula l’impressione che gli ha fatto la bellezza della ragazza. Il mattino dopo le invia, tramite messo, un biglietto pieno di oscenità: Amalia lo strappa e getta i pezzi di carta in faccia al messo. Da quel giorno la famiglia di calzolai perde il lavoro, i clienti, le amicizie, la stima della comunità. Sono dei dannati, la gente rabbrividisce quando K. li nomina. Il padre e la madre perdono il senno e la salute. Amalia si rinchiude nel suo malinconico orgoglio. Restano Barnabas ed Olga  a lottare per la riabilitazione della famiglia. Ma è difficile. Se si riuscisse ad avere un colloquio con qualcuno del Castello, questi potrebbe dire che la perdita dei clienti è una questione economica, che nessuno ha ordinato ai loro amici di non frequentarli più, che il Castello non ha mai emesso alcuna delibera né a favore né contro la loro famiglia. Inoltre, l’offesa riguarda il funzionario o il messo? Persone probe e integre come i funzionari non possono certo offendersi per un episodio così insignificante. Forse bisognerebbe cercare il messo e chiedergli scusa per l’atteggiamento scontroso della ragazza. Ma il messo non si trova, e sopravvivere, per questa famiglia ormai decaduta, diventa sempre più difficile.

L’inafferrabilità del Potere: i mille volti di Klamm
Klamm è l’uomo del Castello. La sua figura di alto funzionario rispecchia fedelmente la vaghezza dell’istituzione per cui lavora. Klamm, come il Castello, è irraggiungibile, indifferente, la sua assenza è ingombrante e decisiva. Nella Locanda dei Signori, Klamm ha una stanza tutta per sé, con la porta sempre chiusa a chiave. Lo si può guardare soltanto spiando dallo spioncino. Il volto di Klamm è indefinito, la sua persona indecifrabile. Non ha desideri né inquietudini. È l’apparato dei suoi sottoposti, la gente del villaggio, che cerca di interpretare i bisogni del superiore e si prodiga per soddisfarli. Klamm esercita il suo potere con il silenzio. In un bellissimo dialogo tra K. e Olga, la ragazza riporta il dubbio di Barnabas, che si chiede chi sia veramente Klamm. Qual è il suo vero aspetto? Se dovesse confrontare le descrizioni fatte dagli abitanti del villaggio con l’uomo che lui ha visto al Castello, non riuscirebbe a sovrapporle. C’è una differenza impercettibile, un misterioso scarto tra la sua visione e quella degli altri, tra il Klamm della Locanda e il Klamm del Castello. Eppure, quando Barnabas descrive l’uomo che ha visto, la descrizione corrisponde a quella a tutti nota:

«Ma dunque, Barnabas – gli dico – perché dubiti e ti tormenti?Allora, visibilmente imbarazzato, comincia a elencare le caratteristiche del funzionario del Castello, ma piuttosto che riferirle sembra quasi che le inventi, e inoltre sono di così poca importanza, impossibili da ritenere affidabili: riguardano, ad esempio, un particolare modo di accennare col capo, o soltanto un panciotto sbottonato».

Speranza o illusione? Il dialogo con Bürgel, la strana danza dei funzionari, l’offerta di Pepi
Le ultime scene del romanzo sono caratterizzate dalla stanchezza del protagonista. K. è nella Locanda dei Signori, in attesa del colloquio con Erlanger. Le palpebre si chiudono pesantemente, vorrebbe solo trovare un angolino in cui risposare. A questa stanchezza profonda, a questo corpo pesante che si aggira come un uno zombie per il corridoio con le camere dei funzionari, si contrappone una certa vitalità e dinamicità del contesto. Sembra affacciarsi una speranza, che lascia del tutto indifferente il protagonista.

K. cerca disperato un posto in cui dormire. Bussa ad una porta, sperando che la stanza sia vuota. Ahimé, dentro c’è un funzionario, Bürgel, che si sveglia e comincia a parlare ininterrottamente. K. si appoggia ad un angolo del letto e ascolta questo strano discorso sospeso tra il sogno e la veglia. Il funzionario comincia a parlare di un uomo che bussa alla porta di un funzionario, e questo decide di aiutarlo. Non perché questo rientri nelle sue competenze o nei suoi doveri di impiegato, ma mosso da una spinta diversa, che non ha nulla a che fare con il dovere. È un senso di empatia, di solidarietà di un uomo che vede un altro uomo in difficoltà e vuole aiutarlo. Questo comporta forzare la macchina burocratica, non attenersi strettamente alle procedure, prendere una scelta autonoma e una decisione libera e responsabile. E a quel punto il funzionario smette di essere tale e diventa un’altra persona. L’impiegato sembra alludere ad un momento eccezionale, che però può avvenire: un momento in cui l’apparato non ha più importanza, ci sono due uomini di pari livello e dignità tra i quali si intesse una relazione immanente, spontanea, non condizionata da strutture esterne. Non accade mai, dice Bürgel, ma non è neanche impossibile.

Quelle del funzionario restano parole, che K. ascolta assonnato e senza entusiasmo. Sarà Pepi ad offrire una mano a K. Pepi è la ragazza che aveva sostituito Frieda alla mescita, dopo che questa era scappata con K. Con il ritorno di Frieda alla Locanda, questa sarebbe tornata al lavoro di donna delle pulizie, che svolgeva prima della sua inaspettata ascesa sociale. Pepi sente il suo destino legato a quello del protagonista: grazie a lui aveva potuto ottenere quel lavoro prestigioso, e per causa sua ora avrebbe dovuto rinunciarci. Pepi offre a K., rimasto ormai solo e disperato, di rifugiarsi nella umile stanza che condivide con altre cameriere. K. non accetta né rifiuta.

Tra l’incontro con Bürgel e quello con Pepi, c’è una scena onirica e surreale. Si è ormai fatta l’alba, le porte delle stanze dei funzionari si aprono e comincia una strana danza. I servi muovono un carrello pieno di documenti lungo il corridoio e cominciano a distribuire le carte tra i vari funzionari. K. resta inerte nel corridoio ad assistere alla scena. Nessuno sembra vederlo. I funzionari urlano da una stanza ad un’altra, i servi corrono di qua e di là, fino a che il carrello con i documenti non si svuota. Solo a quel punto un funzionario comincia a suonare una campanella, e tutti gli altri, sollevati, ripetono il medesimo gesto. A quel punto, accorrono l’oste e sua moglie, che si scusano mortificati col funzionario, prendono K. per il braccio e gli urlano “Ma sei impazzito? Come ti viene in mente di restare qui?”. I funzionari, che avevano fatto finta di non vedere K. per tutto il tempo, erano rimasti nelle loro camere per non farsi vedere da lui. Quella danza era stata fatta soltanto per evitarlo.






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