Visualizzazione post con etichetta Horror. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Horror. Mostra tutti i post

lunedì 15 aprile 2013

"Racconti del terrore" di Edgar Allan Poe

«Questo sentimento si trasformò ben presto in irritazione ed infine, come un irrevocabile ribaltamento, comparve lo spirito della PERVERSITÀ. Di questo spirito la filosofia non tiene conto; ma io non sono tanto sicuro dell'esistenza della mia anima, quanto lo sono del fatto che questa forma di malvagità perversa è uno degli impulsi primordiali del cuore umano - una di quelle inscindibili facoltà primarie, - sentimenti, che governano il caratterer dell'Uomo. [...] Non abbiamo forse una perpetua inclinazione a violare, a dispetto dei nostri migliori intendimenti, quella che è la Legge, soltanto perchè comprendiamo che di questa si tratta? Questo spirito di perversità causò la mia completa rovina. Fu questa insondabile propensione dell'anima a torturare se stessa - a fare violenza alla propria natura - a compiere il male per il piacere di farlo».

Esistono dei grandi classici che non ci si stancherebbe mai di leggere e rileggere, storie che scoprimmo una volta (magari da bambini) e nelle cui atmosfere suggestive ed immortali ci torna la voglia di immergerci, di tanto in tanto. Tra le penne capaci di produrre tali piccoli miracoli ci fu certamente quella di E. A. Poe. Uno straordinario novelliere, di grandissima potenza suggestiva e con un enorme bagaglio di novità e trasformazione, che incise profondamente sulla letteratura della prima metà dell'Ottocento. I racconti di Poe sono degli autentici classici: archetipi del racconto del terrore, del grottesco, del macabro. Quelle che oggi sono delle caratteristiche all'ordine del giorno, quasi dei luoghi comuni del genere horror (uno su tutti, la morte apparente), furono da Poe acquisite e fissate, trasformate in tradizione, attraverso una produzione straordinariamente creativa e variegata. In Poe, infatti, vediamo elementi che a quei tempi costituirono una vera e propria avanguardia, sapientemente miscelati ad elementi più classici: in questo autore straordinario si intrecciano decadentismo, gusto gotico, cupo romanticismo, lirismo sepolcrale, tocchi scapigliati e maledetti (non a caso, fu Baudelaire a riscoprire la produzione di Poe, a tradurla e diffonderla dal 1852, poco dopo la morte del novelliere statunitense).
Il volume dei Racconti del terrore raccoglie alcune tra le novelle più riuscite e più famose di Poe: Il gatto nero, Il barile di Amontillado, La mascherata della Morte Rossa, La caduta della Casa Usher, La verità sulla vicenda del signor Valdemar, La sepoltura prematura, Il cuore rivelatore, Una discesa nel Maeström, Il manoscritto trovato in una bottiglia, Il pozzo e il pendolo. 
Basta scorrere questi titoli per rendersi conto di quanto l'influenza di Edgar Allan Poe sia stata pervasiva, di quanto potentemente il suo stile abbia inciso sull'immaginario collettivo. Chissà quanti di noi, guardando quella certa puntata dei Simpson, si sono stupiti di vedere Lisa nei panni del protagonista de Il cuore rivelatore, alle prese con l'inganno e i conseguenti morsi della coscienza! E chissà quanti, guardando quella certa puntata de Il commissario Montalbano, vedendo l'ultimo messaggio lasciato da un uomo agonizzante, "EAP", avranno riconosciuto le iniziali di Poe e intuito che la soluzione del caso si sarebbe trovata in un foglio di carta, manoscritto, nascosto in una bottiglia. Infine, chi di noi ha in camera una mensola carica di Dylan Dog, tra cui l'apisodio liberamente ispirato alla Morte Rossa? Gli esempi sono numerosissimi e, per quanto banali, dimostrano che la produzione di Poe fa saldamente parte di quella scorta di citazioni e situazioni ricorrenti nel cinema, nel fumetto, nella letteratura di genere e non, nella semplice immaginazione. 
Di Poe sono immortali anche la produzione poetica, vicina al simbolismo francese, e teorica, ma è propriamente nell'ambito del terrore che il suo nome si è configurato come un pilastro fondamentale. Negli anni '30 del Novecento sono sorti dei tentativi di interpretazione psicanalitica delle sue novelle, e gli odierni studi in materia psicologica evidenziano l'abilità di Poe nello sviscerare i più bui e profondi abissi della psiche umana. Nei Racconti del Terrore vediamo ricorrere alcuni dei temi più suggestivi di sempre (e non solo della letteratura di genere): la tafofobia, il terrore di essere sepolti vivi; l'epidemia, e il motivo risalente a Lorenzo il Magnifico del godere una vita spensierata finché sia possibile; la simbologia del gatto nero e le superstizioni ad essa legate; il tema ricorrente della morte, inflitta o subita o in agguato. La grandezza di Poe risiede però, più che in ogni altra cosa, nella sua capacità di perturbare senza mai abusare di quello che oggi chiamiamo splatter: perturbante, autenticamente terribile, in Poe è l'uomo stesso, le sue ossessioni, le sue perversioni. I protagonisti di Poe sono folli, omicidi, personalità ossessive e fobiche, spesso inconsapevoli di esserlo, altre volte lucidamente presenti al proprio orrore interiore, perfino compiaciute di esso. Il Male non è il nemico, nei racconti di Poe, ma il cuore tenebroso del protagonista, di colui che per definizione dovrebbe accattivarsi le simpatie del lettore e suscitare la sua immedesimazione. Forse è per questo che i racconti di Poe incantano e avvolgono il lettore in un sudario di brividi: perché non fanno leva su un facile disgusto o su un macabro gratuito, ma svelano quanto di più orrido possa annidarsi in noi stessi.

lunedì 24 dicembre 2012

"Nero" di Tiziano Sclavi


«Nella notte fredda e scura, chi ha paura? 
Chi ha paura?
Ha paura l’assassino di incontrare il suo destino.»


La prima cosa che si scopre leggendo un libro è chi sia il protagonista. Nel caso di Nero, non solo l'identità di "lui" non è chiara dal principio, ma non sarà chiara neppure alla fine. Il protagonista attraversa diverse identità: "l'uomo", Federico Zardo, di nuovo l'uomo, lui, fino all'ingresso dell'"altro Zardo" che torna a rimescolare le carte.
Vi sto confondendo? Questo non è niente.
Presso il grande pubblico, Tiziano Sclavi è conosciuto quasi esclusivamente come "il papà" del celeberrimo Indagatore dell'incubo, Dylan Dog. I suoi romanzi (Tre, Dellamorte Dellamore, il brevissimo Film e lo stupendo Mostri, oltre che lo stesso Nero del 1992) sono scritti in quello stesso stile che abbiamo imparato ad amare dal fumetto.
In Sclavi (come in molti numeri di Dylan Dog, sceneggiati da altri ma coerenti al progetto dell'autore) vediamo ripresentarsi degli inquietanti temi ricorrenti: l'identità stravolta e sostituita, il delitto sposato al delirio, il tema caro e delicato dei "freaks". In Nero vediamo la centralità del primo di questi temi, condito dall'immancabile gusto noir, grottesco più che horror, abbondantemente splatter, tipicamente grandguignolesco. Regina incontrastata è sempre l'Oscura Signora, la morte che domina la scena con la sua presenza inersorcizzabile e pervasiva. Tocco finale, l'onnipresente ironia (e a volte sarcasmo) che sempre caratterizza le battute di Dylan Dog e ritroviamo in tante espressioni del libro. Insomma, Nero si inscrive a pieno titolo in quel filone tipicamente sclaviano, che si contraddistingue per le sue suggestioni inquietanti e oniriche (ovviamente da incubo, e non da sogno!).
Eppure, nonostante l'omogeneità dell'opera al resto della produzione sclaviana, Nero non nasce per essere un romanzo o un racconto tra i tanti. Inizialmente, nelle intenzioni dell'autore c'è scrivere una sceneggiatura per un fumetto a puntate, una sorta di lunga e macabra soap opera cartacea; dei disegni sarebbe stato incaricato Claudio Villa, sebbene alla fine non sia stato possibile portare a termine il progetto.
Cosa resta allora di Nero?
«È una sceneggiatura raccontata minimamente per lasciare molto libero il regista» dice Sclavi. Già, perché la storia del romanzo Nero è inscindibile dalla storia dell'omonimo film. Il regista in questione è Giancarlo Soldi e il romanzo di Sclavi trova così la sua giusta dimensione. Leggendo il libro, infatti, si ha proprio l'idea di scorrere un canovaccio o di seguire da vicino un lavoro di regia; sembra non di leggere ma di ascoltare una voce che ci sta raccontando un film.  «Lentamente si delinea lo skyline di Milano», leggiamo, e ci sembra di vedere l'inquadratura allargarsi e delinearsi. Numerosi flashback e flashforward sono introdotti esplicitamente e scritti in corsivo. I dialoghi sono spontanei e secchi, le descrizioni scarne fino all'assurdo, puri appunti per una futura scenografia.
Eppure, nonostante questa incredibile leggerezza suggestioni e renda la lettura facilissima, non è altrettanto semplice la comprensione del testo. Essendo nato per altri scopi, addirittura, Nero è un romanzo senza finale. Per il film ne è stato appositamente inventato uno, "anzi due", come dice lo stesso Sclavi in un'intervista. E dice anche, dopo aver dichiarato di nutrire ricordi vaghi della stesura di Nero:
«La maggior parte delle cose che ho scritto, fin da ragazzo, le scrivevo da ubriaco. La classica figura dello scrittore alcolista, con la sigaretta, il bicchiere di whiskey e la macchina da scrivere. Ciò mi ha permesso di diventare alcolista, non scrittore!». La solita ironia sclaviana di cui parlavo.
Sclavi è un autore davvero da non perdere, e nel dire questo mi riferisco anche e forse soprattutto al fumetto. Leggendo diversi autori, soprattutto tra i giovani, mi risultano evidenti i prestiti e le influenze sclaviane, nei generi che spaziano dal noir all'horror più scabroso. Si può dire senza tema di essere smentiti che Tiziano Sclavi sia un punto di riferimento per la letteratura di genere degli ultimi vent'anni; di certo, è un autore che ha lasciato un segno molto incisivo nel panorama italiano.
Non aspettatevi di ricevere chiavi di lettura per comprendere meglio Nero, e non nutrite vane speranze in una chiarificazione finale. Lasciate che questa storia vi suggestioni e vi trasporti senza essere troppo razionali. E, naturalmente, accompagnate la lettura con la visione del film. Buona lettura e buona visione!


Francesca, protagonista femminile del film, accompagnata da Federico Zardo (un Sergio Castellitto superlativo come sempre).

«Dissolvenza in nero.»
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...