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domenica 3 aprile 2022

Inventare il futuro, di Srnicek e Williams

Il mondo di oggi rimane invece costretto all'interno dei parametri imposti dal "realismo capitalista". Il futuro è stato cancellato: siamo più inclini a credere che la catastrofe ecologica sia imminente, la militarizzazione della società inevitabile e l'aumento delle diseguaglianze inarrestabile. 

 Manifesto risalente a sette anni fa, Inventare il futuro di Srnicek e Williams sembra provenire da un passato ben più remoto. In quegli anni ’10 del Duemila si cominciava a pensare, in forme contraddittorie e spesso ingenue, a nuove forme di stato sociale, a nuovi modi di produrre e redistribuire la ricchezza globale, ad una nuova concezione dello Stato e della democrazia.

In Italia abbiamo assistito alla parabola del Movimento 5 Stelle che si è fatto portatore di molte di queste nuove istanze politiche e sociali. Dalle utopiche riflessioni sulla decrescita felice all’elaborazione di forme di democrazia diretta fondate sulla partecipazione virtuale, questo movimento è arrivato in parlamento, diventando un partito tradizionale sia nell’organizzazione che nelle idee politiche, sempre più vicine alla socialdemocrazia della seconda metà del novecento.

A prescindere dal caso specifico, in questi anni abbiamo capito – soprattutto dopo l’esperienza del covid -  che la partecipazione politica non può non essere fisica, che le nuove tecnologie possono essere un supporto per nuove forme di aggregazione, ma non possono sostituire quelle tradizionali. Che è fondamentale una nuova redistribuzione della ricchezza, un nuovo modo di teorizzare e progettare lo stato sociale, ma che questo non può ridursi ad uno stato “minimo” che si limita ad elargire un reddito di base, tralasciando di occuparsi dei servizi fondamentali quali l’istruzione e la sanità. Così come non possono ridursi ad uno stato minimo e liquido i movimenti politici che propagandano e diffondo idee di riforma e progresso sociali.

Rileggere un testo come quello di Srnicek e Williams alla luce di un tempo diverso da quello in cui è stato scritto aiuta da un lato a riflettere sul nostro più recente passato, dall’altro a riprendere quei concetti che erano validi e degni di discussione allora e che lo sono altrettanto oggi, e lo sono ancora di più proprio per le esperienze e per i cambiamenti che abbiamo affrontato in questi anni.

Il manifesto dei due autori si divide in una parte critica e in una programmatica. Nella prima parte viene criticata, con il nome di folk politics, quella tendenza della sinistra europea e statunitense contemporanee a frammentarsi in tanti piccoli movimenti che portano avanti rivendicazioni molto specifiche e spesso rivolte ad un passato piccolo borghese, artigianale, che non può costituire un’alternativa valida al capitalismo sempre più aggressivo, tecnologicamente avanzato e capace di fagocitare le più diverse forme di vita.

Da Occupy Wall Street ai movimenti per lo slow food, la tendenza dei movimenti critici nei confronti del capitalismo globale hanno fatto della loro debolezza politica il loro eroismo, della loro ineffettualità la loro superiorità etica, della loro incapacità organizzativa la loro utopica creatività. Sulle radici filosofiche e teorico-politiche di questo fenomeno gli autori non si soffermano, ma è un capitolo della storia contemporanea su cui vale la pena riflettere.

Ad ogni modo, questa impostazione della lotta sociale e politica si è rivelata fallimentare, e non poteva non fallire. Questo perché l’organizzazione neoliberista della società globale – nelle sue diverse forme di sussunzione – non è il frutto di una contingenza storica, ma di un progetto articolato in diverse fasi, intelligentemente organizzato e tenacemente portato avanti. Srnicek e Williams ripercorrono la storia del neoliberismo novecentesco che nasce come una teoria economico-politica fortemente minoritaria rispetto al keynesismo, soprattutto nella seconda metà del Novecento. Ebbene, una minoranza di economisti e uomini politici ha portato avanti un progetto egemonico in controtendenza rispetto ai tempi fino alla sua piena realizzazione, formando e mandando nel mondo intellettuali, politici, uomini di scienza.

Gli autori omettono un piccolo particolare. La minoranza neoliberista appartiene comunque ad un’élite borghese che aveva mezzi e risorse per poter costruire la sua egemonia, al contrario dei ceti subalterni e dei popoli sfruttati di tutto il mondo. Tuttavia, la loro analisi, pur presentando delle ingenuità, incoraggia all’azione, alla riflessione, cerca di opporre delle argomentazioni ragionevoli al fatalismo rassegnato dell’opinione pubblica occidentale.

Alla folk politics si contrappone l’universalità di un nuovo pensiero riformista e progressista. La più specifica delle questioni si inserisce in un contesto globale che va analizzato e compreso. Solo alla luce di questa comprensione totale e dei nessi che legano le specifiche problematiche della nostra società, è possibile costruire una rete di movimenti guidata da un centro coordinatore teorico e pratico. Questo “centro” io lo chiamerei “partito”, ma gli autori a questo proposito non si pronunciano.

Qual è, dunque, la visione politica che si abbozza in questo saggio? La tesi di fondo è che nella società contemporanea il lavoro non sia più necessario e che la piena automazione sia ormai una possibilità concreta. Già Herbert Marcuse, quasi settant’anni fa, aveva prospettato questa possibilità come via d’uscita e superamento della società capitalistica, che aveva creato un surplus prestazionale e repressivo che superava “l’ordinaria” amministrazione repressiva della società. Più la società capitalistica si accresce e complica, aumentando i propri bisogni, incrementando e migliorando le sue capacità produttive, sussumendo sotto di sé l’intero globo terrestre, più il disagio della civiltà diventa insostenibile e più diventa necessario amministrare non solo il tempo di lavoro degli esseri umani, ma anche il loro tempo libero, il loro modo di pensare, le loro pulsioni creative più spontanee. L’automazione permetterebbe di liberare proprio questa pulsioni e di “umanizzare” la civiltà meccanizzando il lavoro.

Secondo Srnicek e Williams la nuova sinistra deve abbandonare l’ideologia del lavoro cui è stata ancorata per più di un secolo ed abbracciare questa nuova ideologia del non lavoro, del reddito universale e della piena automazione del sistema produttivo. In questo modo, quel surplus di popolazione mondiale che viene emarginata dai processi produttivi, relegata a forme di economia di sussistenza, sopraffatta dalla miseria, dalla disperazione e dell’angoscia, potrebbe finalmente ricchezza che gioverebbe e sarebbe indirizzata all’umanità stessa, e non ritorta contro di essa.

Questo assunto universale si declina a seconda delle condizioni materiali, della storia e della cultura dei diversi popoli ma, in linea generale, è una prospettiva che coinvolge tutti gli esseri umani e che permetterebbe l’emancipazione delle classi e dei popoli oppressi. E questo proprio in una società in cui lavoro che fai segna profondamente chi sei e in cui non lavorare è visto come una colpa imperdonabile, come uno stigma che ti relega ai margini della società.

Un ultimo punto interessante. Per i due autori il problema del surplus di popolazione non è legato necessariamente a momenti di crisi economica. Si sta verificando il fenomeno per il quale anche quando l’economia è in crescita, i posti di lavoro diminuiscono e non soltanto nei paesi a capitalismo avanzato, ma anche in quelli in via di sviluppo. Il problema della popolazione “in eccesso” rispetto alle attività produttive potrebbe diventare un problema sempre più grave anche qualora si dovesse superare la crisi economica che, a fasi alterne, caratterizza gli ultimi quindici anni di capitalismo globale.

Nel saggio si descrive il mondo che dovrebbe sorgere dall’abolizione del mondo del lavoro come “post capitalismo”, termine che non mi trova d’accordo, perché ci fa capire come l’alternativa al capitalismo sia ancora talmente nebulosa da non avere nemmeno un nome, e come il capitalismo ci sembri ancora l’unico dei mondi possibili, sebbene non il migliore. Ma, come gli stessi autori ammettono, il percorso teorico e pratico è ancora lungo e difficile, tutto da costruire.  

 

 

 

 

 

venerdì 11 febbraio 2022

Il lavoro e il sogno della contemporaneità

 

In un’epoca in cui, nella civiltà occidentale a capitalismo avanzato, il lavoro è diventato sempre meno necessario, esso si vela di caratteristiche sempre più magiche e fantasmagoriche, miraggio che promette appagamento, sicurezza economica, fiducia in se stessi, riposo dopo tanti e spesso vani sforzi.

L’idea di trovare un Lavoro che ci sollevi finalmente dall’insopportabile peso dei mille “lavoretti”che si è costretti a fare per vivere, dei tanti compromessi per poter essere accettati, riconosciuti e apprezzati in un determinato ambiente sociale – sia questo la famiglia, la cerchia di amici, l’azienda in cui si vuole far carriera, l’accademia o il bar sotto casa – è il faro che guida la nostra condotta nel rapporto con noi stessi e con gli altri, con i pari e con i superiori.

Pochi di noi nati nel 1990 o giù di lì possono negare di aver sentito quel peso e quell’angoscia derivanti da un profondo senso di inadeguatezza e di smarrimento dovuti al fatto di essersi trovati sospesi nel vuoto dopo aver percorso tutto d’un fiato una strada che ci sembrava certa e sicura. Quella strada che i nostri genitori avevano percorso o sulla quale ci avevano immaginati e sognati, felici e grati dei loro sforzi.

Le cose sono andate diversamente. E continuano ad andare diversamente per le generazioni successive. Quelle strade non sono più sicure, ma piene di buche e insidie, di trappole in cui si può cadere. E morire.

Il sogno di un lavoro sicuro e appagante si trasforma in un incubo sia perché è difficilissimo da raggiungere e richiede molto tempo e fatica, sia perché questo traguardo così importante, posto in cima ad un’altissima montagna che siamo spinti a raggiungere, condiziona tutta la nostra esistenza, il nostro presente, che diventa un impercettibile passaggio tra un passato da dimenticare e un futuro da inseguire.

In una società in cui la fatica non è più necessaria, come giustificare questa corsa insensata? Più il lavoro diventa inutile, più l’individuo è valutato sulla base delle proprie capacità prestazionali e delle proprie competenze specialistiche. Se da un punto di vista oggettivo si fa concreta la possibilità di vivere degnamente senza doversi sobbarcare la fatica del lavoro, dal punto di vista soggettivo gli individui si convincono che la loro professione qualificata sarà ciò che li renderà felici, protagonisti all’interno della società, amati e rispettati. Gli individui si convincono che una volta raggiunto il loro scopo non saranno più soli, che non dovranno più lottare, che avranno vinto sulle pressioni sociali. Noi uomini contemporanei occidentali viviamo nella contraddittoria e illusoria convinzione che possiamo diventare liberi dall’angoscia che ci viene dalla società, dal grande Altro che ci giudica e ci osserva – che per ognuno di noi assume un volto diverso – solo se ne assecondiamo ogni richiesta o, ancora meglio, se riusciamo ad intuire anticipatamente queste richieste e a soddisfarle ancor prima che ci vengano fatte.

Siamo educati e diretti verso la “realizzazione” di noi stessi, che non è estrinsecazione libera e gioiosa della nostra personalità, ma darwiniano adattamento alle condizioni ambientali, a quella seconda natura che è la nostra civiltà. Oggi le condizioni ambientali si fanno sempre più dure e i sacrifici necessari per l’adattamento sempre più dolorosi. I sintomi, i ritorni di ciò che viene rimosso, le coazioni a ripetere riemergono sempre più frequenti.

 Inquietante, sorge un dubbio: è davvero necessario? Ne va davvero della nostra sopravvivenza? Se non si riesce a vincere la lotta per l’adattamento è necessario rinunciare a vivere?

Comincio a credere che nella risposta che diamo a questa domanda ne vada davvero della nostra vita. Ma in un senso contrario a quello dell’ideologia della prestazione e della “realizzazione di sé”. Penso che inseguire questo falso idolo stia diventando pericoloso per la nostra vita, che l’adattamento all’ambiente non sia più giustificato dalla necessità della sopravvivenza ma che, al contrario, ci conduca alla morte. Le modalità e le manifestazioni di questo principio distruttivo e mortifero sono innumerevoli,  vanno dalla morte intesa in senso metaforico come annichilimento delle pulsioni più vitali e creative degli esseri umani – e non solo – alla morte reale.

D’altro canto penso che ogni manifestazione di rifiuto di questa logica annichilente sia un moto della vita che non riesce a negare se stessa e che raccoglie le sue poche e deboli energie per fronteggiare il processo della sua distruzione. Molto probabilmente mancare del tutto o in parte l’adattamento potrebbe salvarci dalla morte, magari permetterci di fare esperienza di forme di appagamento differenti, di scoprire una nuova vita. Più morbida, più dolce, più adatta a noi.

 

 

 

domenica 10 dicembre 2017

Black Friday - Le cose che una volta possedevi, ora possiedono te


Il sabato mattina dopo il Black Friday si lavora: non è un giorno qualsiasi. 
Se il Black Friday è la giornata in cui i commercianti, attraverso un'intelligente (per non dire scaltra) politica della promozione, invitano i consumatori ad entrare nei propri negozi, segnando l'inizio della stagione degli acquisti natalizi, il saturday successivo è il giorno in cui si innesca la vera e propria bomba. Entrambe le giornate sanciscono il via alla disumanizzazione: c'è chi si azzuffa per accaparrarsi una scopa elettrica scontata del 50%, chi trascorre la notte in accampamenti di fortuna messi a punto appena fuori dai centri commerciali, chi accende mutui per acquistare l'ultimo Iphone, chi attende davanti ad un monitor con diligenza maniacale l'esatto orario in cui questo o quel prodotto sarà scontato (sono le cosiddette offerte lampo), chi controlla minuziosamente la tracciatura del proprio pacco con il form per il reclamo già aperto su un'altra scheda del browser e chi, occupando una posizione aziendale di spicco, organizza veri e propri squadroni da combattimento che possano soddisfare la richiesta del mercato. 
Non si hanno notizie certe sull'origine del nome: forse Black Friday farebbe riferimento alle annotazioni dei libri contabili dei commercianti che, tradizionalmente, passavano dal colore rosso (indicante le perdite) al colore nero (indicante il guadagno). Denoterebbe, quindi, un venerdì particolarmente produttivo per le attività commerciali, che passerebbero dal "rosso" al "nero", dalla perdita al guadagno. Il primo Black Friday può esser fatto risalire al 1924, quando la catena Macy's organizzò la prima parata per celebrare l'inizio degli acquisti natalizi. Ma fu negli anni Ottanta che prese piede l'usanza di celebrare un Black Friday all'anno: il Paese capofila, gli Stati Uniti, lasciò quindi posto agli altri Paesi.
In quella giornata lo shopping diventa virale, nella misura in cui non si tratta più di acquistare qualcosa per necessità, ma semplicemente perché sarebbe assurdo non comprare, se si ha uno sconto! Allora si compra per il gusto di comprare. I siti internet di e-commerce, che pubblicizzano l'evento mesi prima, arrivato quel giorno, propongono nel layout della propria home page una serie di categorie, da cui il consumatore può attingere tutta una serie di consigli per gli acquisti: stai arredando casa? L'immagine di un sofà ti indicherà la categoria relativa agli oggetti per la casa: schiaccianoci di design, tovaglie antimacchia, decorazioni per il bagno in stile shabby chic (l'ultima moda in termini di arredamento), ombrelli che si aprono al contrario, profumatori per ambiente. Basta cliccare il tasto "compra", compilare qualche form e il gioco è fatto. E a spese ridotte! Non solo si ha uno sconto considerevole, ma le spese di spedizione (previste sempre, se si acquista online), per il Black Friday, sono gratuite. Siamo tutti felici quando il nostro pacco arriva direttamente sulla soglia di casa nostra e noi siamo lì, in pigiama, ad accogliere il corriere mentre fuori piove.


The future of commerce!

Più trovata pubblicitaria di questa, signori, non so cosa ci possa essere! E i retroscena sono preoccupanti: chi lavora behind the scenes, sa benissimo che non è tutto rose e fiori. D'altronde, il Black Friday si fonda su una concezione capitalistica e consumistica della realtà, the american dream: lavorare per lavorare, insomma. Dove non contano valori come la sicurezza o l'efficienza, ma conta l'how much and how, da tenere assieme, come due facce della stessa medaglia. How much and how diventa il motto dell'operaio, del corriere, del portapacchi, che pur di mantenere il proprio posto di lavoro scendono a compromessi inaccettabili. Lavorare tanto, ma mantenere una resa alta, anche se l'attenzione cala, anche se la stanchezza aumenta.
La disumanizzazione, così, passa anche attraverso il lavoro. Il picco di lavoro dura pochi mesi, per cui le aziende devono scegliere tra due possibilità: assumere personale precario da impiegare appositamente durante il picco di produzione (e con il Jobs Act, almeno in Italia, non è più un problema) oppure sottoporre il proprio organico già consolidato a ritmi incessanti, previo pagamento di somme incentivanti (straordinari o flessibilità che dir si voglia). Ma il lavoro non è solo la riscossione di uno stipendio: è crescita, progettualità, impegno, fiducia. In entrambi i casi, è sempre il dio denaro a vincere, dal momento che al lavoratore vengono sottratti proprio questi valori che fanno del lavoro ciò che nobiliterebbe l'uomo: il precario per la propria condizione di instabilità, che si traduce in un guadagnare tanto, ma per poco tempo; il lavoratore consolidato per la situazione in cui si viene a trovare, quella in cui guadagna tanto, ma senza la possibilità di godere del proprio denaro. 
Soluzioni? Ce ne sarebbero tante, ma andrebbero a discapito di chi sovvenziona questo modus operandi. È un circolo vizioso: il più potente stabilisce i termini, il più debole ne accetta passivamente le condizioni. 

lunedì 6 marzo 2017

Garanzia Giovani. La mia esperienza

Nella affannata ricerca di un impiego, mi sono imbattuta in una delle opportunità fornite dallo stato per conseguire questo nobile obiettivo. Il governo Renzi ha stanziato non so quanti milioni di euro per fornire ai giovani una rete burocratica di servizi che aiutano non soltanto nella ricerca di un lavoro, ma anche nella formazione di un profilo professionale spendibile nel mercato del lavoro. Questa rete si sviluppa attraverso diversi punti, in cui pubblico e privato collaborano al fine di occupare i giovani, di sottrarli a quella condizione di inattività che caratterizzerebbe la nostra generazione, affranta e sconsolata, senza valori, né prospettive, manipolo di semi-analfabeti che bivaccano tutto il giorno sui divani acquistati a rate, e con grandi sacrifici, dai nostri genitori.

Ebbene, cercherò di illustrarvi brevemente il percorso che ho affrontato, un’avventura che ha confermato, ahimè, molte delle ipotesi nate dalle mie estenuanti quanto vane riflessioni sul mondo del lavoro, sul senso del lavoro, sulla sua dignità e qualità nella società contemporanea.
Tutto comincia con una semplice iscrizione sul sito di Garanzia Giovani, iscrizione che consta di due tappe. Facile, basta un click! Dopodiché, bisogna attendere la telefonata dell’ufficio di collocamento del proprio comune di residenza, telefonata che avviene entro i 60 giorni dall’iscrizione. A questo punto, si può procedere con il primo colloquio tenuto dall’impiegato dell’ufficio: questo colloquio, della durata di circa due ore, prevede una prima  parte di spiegazione del servizio e una seconda di tipo burocratico. Bisogna compilare una serie di moduli on-line, registrarsi al portale del servizio regionale, e infine ti viene assegnato un indice di inoccupabilità, ossia, in base al tuo curriculum e al tuo percorso di studi, la Regione ti dice quanto sei inadatto al mondo del lavoro e, sulla base di questo indice, l’azienda che in futuro ti assumerà, potrà godere di tanti sgravi fiscali quanto più alto è il tuo indice. Un laureato in Filosofia, come me, ha l’indice di inoccupabilità massimo, ossia 4. Dopo il primo colloquio, bisogna scegliere sul portale regionale, un’agenzia privata alla quale aderire. Ogni agenzia ha la sua “Vetrina dei servizi”, in cui informa l’utente sui corsi di formazione e sui tirocini messi a disposizione. Ne ho scelta una, quella che mi sembrava più fornita di offerte di lavoro e di corsi di formazione. Non mi sarebbe mai più capitata la possibilità di frequentare corsi di lingua, di editoria, di grafica in modo completamente gratuito! Una volta aderito all’agenzia, questa ti chiama per “la presa in carico” – lo stato e i privati prendono il NEET dal suo bel divano e se lo caricano sulle spalle per gettarlo di peso nel mondo del lavoro – che prevede un breve colloquio con il direttore locale dell’agenzia. Nel mio caso, sono stata catapultata in una scuola di estetica, a parlare del mio futuro tra teste di manichini, specchi e parrucche. Segue, dopo qualche giorno, il colloquio con lo psicologo, della durata obbligatoria di due ore. Si parla di Emerson, della formazione del soggetto, del fatto che devo avere degli obiettivi ben precisi nella vita. Alla fine, si passa nuovamente dal direttore dell’agenzia, il quale – ma questo è il mio caso – mi propone un corso di due settimane di “Gestione delle risorse umane”.

-Ma io… Sarei maggiormente interessata a quell’altro corso… Questo non mi sembra…
-Eh no, signorina, quel corso non parte. Devono esserci almeno otto iscritti.
-Ma non potrebbe partire in un altro paese, magari nel capoluogo? Non potrei farlo lì?
-No, perché ogni centro si contende la realizzazione di un corso. Nessuno sarebbe disposto ad indirizzare i propri clienti verso un altro centro.
-E invece per i tirocini? Ho letto offerte interessanti nella vostra vetrina…
-Ma no, quelli sono solo codici. Noi non sappiamo quali aziende offrano questi tirocini. A volte capita che qualche azienda chiami…
-Va bene, la ringrazio.

Me ne vado, pensierosa… Il direttore mi telefona e mi chiede “Beh, che ha deciso?” ed io “Non mi interessa”. “Ma tanto, piuttosto che stare senza far nulla” -“Beh, questo corso non è ciò che cerco. La sua agenzia millanta offerte che non ci sono” -“È una sua opinione”.
Fine della mia esperienza.

Tanti filosofi hanno detto che la conoscenza comincia con l’esperienza, che l’esperienza è il modo più immediato, spontaneo e autentico di conoscere la realtà. Tanti hanno anche detto che l’esperienza senza l’intelletto, le induzioni razionali operate dalla ragione mediante la sua attività creativa ed immaginativa, sono cieche, anarchiche e insensate. Ho voluto fare di questo insensato spreco di energie un’esperienza. Ho voluto trarre delle conclusioni, o meglio, degli interrogativi e dei dubbi da quello che mi è capitato.

Ad una prima occhiata, il progetto Garanzia Giovani mi è sembrato un’opportunità. Ad una seconda mi è sembrato  insensato. Ad una terza mi è sembrato un’organizzazione scientifica che coordina pubblico e privato al fine di sussumere il lavoro ai rapporti di produzione capitalistici. Detto in parole povere, un modo per non pagare i giovani lavoratori e farli sentire comunque soddisfatti, fortunati, speranzosi, parte attiva della società e del mondo produttivo e, d’altro canto, far sentire tutti gli altri dei parassiti travolti dalla psicosi di corsi di formazione pubblici e privati, scrittura del curriculum, assertività e determinazione,  che costituiscono solo uno spreco delle migliori energie e di cui beneficiano soltanto le agenzie private che lucrano sul senso di inadeguatezza dei giovani e sulle inefficienze del sistema d’istruzione pubblico. Perché la mia banalissima conclusione è questa: chi trova lavoro con Garanzia Giovani lo avrebbe trovato comunque, ma sarebbe stato pagato con uno stipendio “normale”. Chi, invece, non ha i requisiti per inserirsi nel mercato del lavoro, ne resta escluso. Se l’offerta lavorativa è ingannevole, quella formativa è assolutamente inadeguata. Si propone una formazione standardizzata, un pacchetto che viene offerto ai giovani senza alcuna cura per il loro percorso di studi, di lavoro, di vita, che non entra minimamente in competizione con la formazione privata. Un giovane che non ha potuto studiare, un giovane che ha studiato filosofia hanno forse le stesse esigenze? Vogliono fare lo stesso mestiere?  Non sono interrogativi che ci si pone perché c’è la crisi e va bene qualsiasi mestiere. Dietro questa ideologia si nasconde ben altro: la possibilità per i privati di percepire soldi pubblici senza preoccuparsi dei servizi che vengono forniti. Un tale spreco di risorse pubbliche non può che preoccupare e rammaricare profondamente.
Chi sono i “giovani”? E quali “garanzie” dovrebbe fornire lo stato a queste persone? Qual è il significato di queste parole e quale ideologia supportano? Giovani è una definizione biologica, ma anche sociale: per lo stato si è giovani fino a 29 anni… Ai trenta scatta l’anzianità. Abbiamo forse problemi differenti rispetto a quelli nati nel 1987? E il gruppo che comprende i ragazzi dai 18 ai 29 anni è omogeneo? Qual è il minimo comune denominatore di questa compagine? Un laureato in Ingegneria, un diplomato, uno studente di un Università privata, un lavoratore precario non hanno le stesse esigenze a livello formativo, né possono inserirsi nel mondo del lavoro con le medesime modalità. Né affrontano lo stesso ordine di difficoltà nella ricerca di un lavoro. Ma per Garanzia Giovani siamo tutti uguali, tutti “sulla stessa barca”, ossia giovani che non hanno nessuna prospettiva nella vita, che non sanno quello che vogliono e che dunque possono essere spinti a fare qualsiasi cosa pur di alzarsi da quel maledetto divano.


Se le cose stanno così, io non sono giovane e non voglio garanzie. Non mi sento inattiva, né disperata né inadeguata. Se mi guardo attorno, vedo i miei coetanei lavorare, contribuire alle spese della famiglia – altro che mantenuti dai genitori! – studiare, pensare, sperare… Vedo intorno a me forze produttive non riconosciute, ignorate, irreggimentate in etichette ideologiche. Vedo le migliori menti della mia generazione relegate nel senso di inadeguatezza. Aspetto il momento in cui riusciremo a volgere lo sguardo verso l’esterno, riconoscendo quell’inadeguatezza non più dentro di noi, ma nel mondo che ci è stato consegnato. 

sabato 7 gennaio 2017

Se questo è lavoro




Quest'anno mi ritrovo seduta qui davanti al mio pc sottoproletario a pensare. E ciò che penso riguarda inevitabilmente il mio futuro, così incerto da farmi star male. Per l'anno che verrà ho pochi buoni propositi che, purtroppo, non dipendono da me. Questa volta l'impegno e la dedizione non bastano. Forse "bastavano" all'università, quando si amalgamavano perfettamente alla passione per ciò che stavo studiando. Oggi non basta più neanche la passione come collante. Domattina vorrei svegliarmi con la consapevolezza di poter contare su qualcosa che non sia né la paura di non poter pagare l'affitto né i forse del mio contratto a tempo determinato vecchio di circa due anni. Due anni in cui ho messo da parte una grande fetta della mia vita per lavorare il più possibile, cercando di dimostrare competenza e professionalità. Penso che questi due anni siano stati sufficienti per fare presente di essere capace di entrambe. Ma non è tutto. Tentavo di dimostrare di meritare un contratto degno di questo nome. Tentavo in tutti i modi di smascherare, con il mio operato, il circolo vizioso di un momento storico in cui si elimina l'articolo 18 e poi si presenta un nuovo piano di riorganizzazione del lavoro. Jobs act. Azione sul lavoro. «Mi hanno gentilmente spiegato che da quando lo Statuto dei lavoratori è stato abolito, indeterminato significa soltanto che è l'azienda a decidere quando il contratto termina», ma in fondo chi ci arriva all'indeterminato? Di certo non io, troppo ambiziosa e ottusa per poter anche lontanamente immaginare che questo gioco di parti durerà non più di trentasei mesi. Ce l'hanno fatta! I capitalisti ce l'hanno fatta: hanno permesso che si vivesse per il lavoro. Viviamo per lavorare perché la nostra capacità contrattuale non ci rende portatori di diritti, benché il nostro lavoro sia di qualità perché misurato dal merito.

Mi sono documentata. In questa società flessibile, così come è stata definita dal professore Luciano Gallino, il merito non è il fine, ma il mezzo. Se sei meritevole hai tuttalpiù diritto ad un rinnovo del contratto, ma la condizione è quella di continuare ad essere meritevole. No signori, il merito non è quello che voi pensate. In questa società della rovescia il merito è la resistenza al lavoro e la sottomissione al padrone. Sostenendo che «accrescere il numero dei lavori flessibili rientrerebbe [...] negli interessi generali della collettività», i membri di questa società non fanno altro che obliare l'effettivo stato delle cose e, in particolar modo, che «ci sono tante persone, giovani e meno giovani, che alla lunga vivono i contratti a termine, le collaborazioni dette continuative ma di fatto discontinue, il lavoro intermittente, a chiamata, on the road o semplicemente occasionale, oppure in nero, come una ferita esistenziale, una fonte immeritata di ansia, una diminuzione di diritti di cittadinanza che si solevano dare per scontati». Un lavoratore flessibile può arrivare a posporre «...l'opportunità di sottoporsi a una visita medica alla necessità di essere presente sul posto di lavoro, sperando così di accrescere, o almeno non diminuire, la probabilità di vedersi rinnovato il contratto che sta per scadere».

Non solo! Il lavoro flessibile ha come diretta conseguenza quella di creare concorrenza tra i lavoratori aventi diritti e salari minimi e lavoratori aventi diritti e salari elevati. Dalla nascita di questa contrapposizione (di per sé assurda) al "tu sei l'ultimo arrivato, quindi io posso e tu no" il passo purtroppo è breve. Va ad annientarsi la solidarietà proletaria tra operai e, anzi, gli operai "senior" vanno a delinearsi come sottopadroni: i diritti di cui godono non sono più diritti, ma vengono vissuti e presentati all'esterno come i privilegi di una casta. Si ribalta inevitabilmente anche il concetto di dovere: il dovere non è più associato ad un diritto, ma diventa il pegno di una condizione, la precarietà. È la crisi dei sindacati. Non a caso, scrive Gallino, l'avvento della società flessibile va di pari passo con la decadenza dell'elemento aggregante della società stessa: mentre Chiesa e sindacati perdono di valore, il tempo della vita si dimezza progressivamente. Il tempo del lavoratore flessibile è quello del lavoro. Non si tratta solo delle ore lavorative, ma dello stress del post-lavoro. Le mura domestiche diventano il nido dei problemi: la mancanza di stabilità, di tempo, di progettualità; il sentirsi messi al muro, senza via di scampo. Dal 2012 la cara Fornero ha abolito l'articolo 18, che «attribuiva al lavoratore un diritto sacrosanto: se veniva licenziato senza giusta causa, il giudice doveva reintegrarlo nel posto di lavoro». Eppure io ci spero ancora nell'articolo 18, nell'indeterminato, nel merito come fine e non come mezzo. La nostra generazione si ritrova a dover lottare per ottenere diritti che in passato i nostri genitori hanno già ottenuto. Mi direte, forse, che erano altri tempi, che il sindacato giocava un ruolo fondamentale nell'operare fianco a fianco con il lavoratore, che era diversa la mentalità aziendale, che era diversa la mentalità dei giovani. La ferita esistenziale del lavoro sta mutando la visione del lavoro stesso: non lavorare per vivere, ma vivere per lavorare.

Per il nuovo anno ho ancora pochi piccoli propositi che non dipendono da me, ma voglio credere ancora alla mia Italia.





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