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domenica 4 agosto 2013

"Il segreto di Joe Gould" di Joseph Mitchell


«Mi permetta di presentarmi. Mi chiamo Joseph Ferdinand Gould, laureato a Harvard magna cum difficultate, classe 1911, presidente del consiglio d'amministrazione della Buona e Cattiva Sorte S.p.A. In cambio di un bicchiere reciterò una poesia, terrò una conferenza, sosterrò una tesi, oppure mi toglierò le scarpe e farò l'imitazione del gabbiano. Preferisco il gin, ma va bene anche la birra.»

Joseph Mitchell non è noto come scrittore. La sua fama è strettamente legata ai profili che scriveva per lo New Yorker. Nel 1942 scrisse, appunto per il giornale, un profilo intitolato: "Il professor Gabbiano". I profili non erano racconti di fantasia, ma ritratti di persone reali che Mitchell scopriva per caso e sulle quali poi indagava, mettendo insieme interviste, racconti, dati biografici. Negli anni '40 viveva al Greenwich Village di New York un bohémien molto famoso, quasi un'istituzione in città. Si chiamava Joe Gould.



«Era un ometto bizzarro, squattrinato e inadatto a un qualsiasi impiego, che giunse in città nel 1916 e tenne duro, a furia di sotterfugi ed espedienti, per più di trentacinque anni».

Fin da bambino era sempre stato considerato da tutti «un nanerottolo, un tappo, un omuncolo, una mezza cartuccia, una larva» e fin dall'infanzia era approdato ad una soddisfacente definizione di se stesso come «"ambisinistro", cioè mancino da entrambe le mani».
Il libro "Il segreto di Joe Gould" raccoglie quel primo profilo risalente al '42 e un secondo profilo, molto più ricco, scritto nel 1964, poco dopo la morte di Gould. Mitchell lo aveva conosciuto in occasione del primo profilo, e solo nel corso degli anni era venuto a conoscenza di quel "segreto" tragico, abnorme, che sarà oggetto del secondo scritto, e che doveva attendere la morte di Gould per essere rivelato.
Il risultato dei due profili riuniti è un libro di una straordinaria vivacità, che ritrae con incredibile vividezza un personaggio splendido, che si conficca nel cuore e stimola potentemente l'immaginazione. Una donna intervistata da Mitchell disse che l'inconscio di New York cercava di parlare a tutti loro attraverso Joe Gould.
Sì, perché Gould non è solo un senzatetto scroccone ed eccentrico. Non è semplicemente un mattacchione che va in giro ballando la ridda selvaggia imparata presso gli indiani Chippewa,

o che durante una festa noiosa attira l'attenzione iniziando a sbattere le braccia stridendo come un gabbiano. Gould è essenzialmente un nocciolo vivo di linguaggio e la sua storia è inscindibile dalla sua opera.
Joe Gould era il rampollo di una famiglia conosciuta e prestigiosa, nipote e figlio di chirurghi ed insegnanti di medicina ad Harvard. Da bambino si lasciò incanalare verso gli studi di medicina, ma raggiunta la maggiore età approdò ad una ferma decisione, che comunicò alla madre: non intendeva più studiare, ma "vagabondare e meditare". Andò a Long Island e lì si interessò di eugenetica. Entrò in contatto con l'Eugenics Record Office di Cold Spring Harbor e nel 1916 andò in North Dakota a misurare la testa di cinquecento indiani Mandan e un migliaio di Chippewa. In mancanza di finanziamenti che gli permettessero nuovi vagabondaggi nelle riserve, fu costretto (ameno per un po') a cercare lavoro a New York. Una mattina, mentre era intento a fare pausa stravaccato al sole, fu folgorato dall'ispirazione. Un'opera straordinaria, la Storia Orale del nostro tempo, si delineò per la prima volta nella sua mente. Allora mollò il lavoro e si buttò anima e corpo nella nuova impresa, perché solo una vita da senzatetto e disoccupato poteva garantirgli il tempo e la possibilità di intraprendere quel lavoro titanico.



«"Da quella fatale mattina" ha detto una volta in un momento di esaltazione "la Storia orale è stata la mia corda e la mia forca, il mio letto e la mia mensa, la mia sposa e la mia sgualdrina, la mia ferita e il sale sulla ferita, il mio whisky e la mia aspirina, la mia roccia e la mia salvezza. È l'unica cosa al mondo di cui m'importi qualcosa. Tutto il resto è ciarpame.»

La Storia Orale è una raccolta di conversazioni origliate in tram, per strada, nei locali notturni. Comprende saggi, articoli, considerazioni. È uno zibaldone di pensieri, racconti autobiografici, trascrizioni di storie riferite o vissute o tramandate o rubate. È un'opera chilometrica che occupa decine di quaderni conservati in diversi punti della città, affidati a diversi amici. Ed è un'opera che cresce continuamente a vista d'occhio, ed è scritta rigorosamente a mano.


«"William Shakespeare non martellava mica i tasti di uno schifoso aggeggio da novantacinque dollari" ha scritto Gould "e non lo farà neanche Joe Gould."»

La Storia Orale è variegata, è ricca, è enorme. I capitoli hanno titoli come: "La terribile moda del pomodoro, ovvero state attenti! State attenti! Abbasso il Dott. Gallup!", "Brillo come un grillo, ovvero come misurai la testa di 1500 indiani a temperatura zero" e "Echi dalle sale di servizio del Bellevue" (capitolo ambientato in una clinica e suddiviso in parti intitolate: "Operazioni e amputazioni spettacolari", "Morti orrende", "Dottori sadici", "Dottori alcolizzati", "Dottori drogati", "Dottori donnaioli", e "le cose strane che si trovano durante le autopsie".)

Il proposito di Gould è ritrarre esattamente, in modo quasi fotografico, la New York dei suoi tempi. Senza alcuna modestia, intende creare un'opera esauriente e attendibile, un'autentica testimonianza storica.



«"In futuro" disse in un'altra occasione "la gente leggerà la Storia orale di Gould per capire che cosa non ha funzionato nella nostra civiltà, un po' come oggi leggiamo Gibbon per capire la decadenza e la caduta dell'Impero romano.»

E il suo obiettivo è perseguito con costanza, con totale devozione. Una sera salì sul vagone della metropolitana, si aprì un quaderno sulle gambe e continuò a scrivere senza pause fino al mattino.



«"Quando sono uscito dalla metropolitana" dice Gould "tossivo e starnutivo, avevo gli occhi che mi bruciavano, le ginocchia che mi tremavano, una fame da lupo, e in tasca esattamente otto centesimi. Ma non me ne importava un fico. La mia storia si era allungata di undicimila parole nuove di zecca, e scommetto che in quel momento non c'era in tutta New York un banchiere più felice di me."»

Gould è un personaggio davvero straordinario. Suscita un calore e un'emozione intensi il pensare che ogni cosa riferita da Mitchell sia reale, attribuibile ad una persona realmente vissuta. Una persona pittoresca, controversa, che cavalcò per tutta la vita il limite tra la vita e la leggenda metropolitana (e solo chi leggerà fino alla fine per scoprire il suo segreto saprà fino a che punto e potrà cogliere tutta la tragicità e l'enormità di quest'uomo incredibile). Scrive Mitchell:



«Gould è ossessionato dal timore di morire prima di aver portato a termine la prima stesura della Storia orale. È già lunga come undici Bibbie. Gould calcola che il manoscritto comprenda nove milioni di parole, tutte scritte per esteso. Non è escluso che si tratti dell'opera inedita più lunga che esista.»

Gould è uno straccione, indossa abiti presi in prestito o ricevuti per carità. Non sopporta l'idea di possedere denaro. Quando eredita un migliaio di dollari dalla madre, inizia a offrire disperatamente da bere a conoscenti e sconosciuti e non si dà pace prima di aver dilapidato la cifra ricevuta fino all'ultimo dollaro. Mangia a scrocco, a volte chiede ospitalità per la notte; si imbuca alle feste e alle mostre; si atteggia a grande intellettuale, senza la minima modestia, e stronca scrittori e poeti che giudica inferiori senza alcuno scrupolo. Si è costruito un ego gigantesco. «Probabilmente la penso così perché soffro di manie di grandezza. Sono convinto di essere Joe Gould.» scrive. E la sua enorme eccentricità si unisce al disprezzo che nutre per gran parte degli altri intellettuali, pseudo-intellettuali ed intellettualoidi del Village e non solo, ed emerge da aneddoti come quello in cui:


«Rovesciò indietro la testa e cominciò a stridere e a trillare e a gracchiare e a miaulare e a rugliare e a gloglottare e a schiamazzare e a crocidare, inframmezzando i suoni con sputacchi occasionali [...]» per poi dire che «Henry Wadsworth Longfellow si traduce molto bene nella lingua dei gabbiani. [...] Tutto sommato, se devo essere sincero, credo che suoni meglio nella lingua dei gabbiani che in inglese.»

Joe Gould è una figura così straordinaria da non potersi certo riassumere in un post. Anzi, temo che questa mia breve rassegna lo abbia banalizzato. Credo che il libro di Mitchell gli renda compiutamente giustizia e onestamente non posso che invitare chiunque a leggerlo. Personalmente, ritengo questo libro uno dei più belli che io abbia mai letto. Generalmente i libri possiedono dei picchi di gradevolezza, di interesse o di spirito. Questo non vale per Il segreto di Joe Gould, e non avevo mai trovato un libro del genere: Mitchell mostra un talento davvero straordinario nello stilare una cronaca dettagliata e brillante, vivida e potente. Non ci sono picchi, non ci sono alti e bassi. L'intero libro è omogeneamente splendido, e isolare poche citazioni come ho fatto in questo post è davvero difficile ed arbitrario.
La storia di Joe Gould è divertente e insieme profondamente drammatica. È una finestra spalancata sul mondo disperato ed incerto dei senzatetto, dei soli, degli abbandonati; è un ritratto di una New York pulsante e piena di contrasti; è l'immagine di un'epoca che si avviava a passi da gigante dalla modernità all'attuale società atomizzata e cinica. È il racconto di grandi fermenti culturali e artistici, è uno spaccato fedele, coinvolgente e decisamente interessante di una società contraddittoria. Soprattutto, è un insieme di vissuti personali intensi, sulla scia di una figura ribelle e incontentabile, ambiziosa e disperata. A Joseph Mitchell l'enorme merito di avercela tramandata.
La Storia Orale di Joe Gould, il più ampio progetto editoriale mai intrapreso, è un sogno ad occhi aperti; è il racconto corale di una New York che scelse di incarnarsi in uno dei suoi cittadini più piccoli e dimessi; è una sfida lanciata alla creatività di ognuno, è un invito traboccante di poesia.




Nel 2000 Stanley Tucci ha diretto il film "Il segreto di Joe Gould", tratto da questo libro straordinario, e interpretato da Ian Holm.

venerdì 1 marzo 2013

"Lo stagno di fuoco" di Daniele Nadir

«Ci son mosche su di me
Ci son mosche su di te
Ma su Gesù neanche una
Ma su Gesù neanche una

Ci son mosche su di me-ee
Ci son mosche su di te-ee
Ma su Gesù neanche... una
Ma su... Ge-sù... neanche... una
No, no!


Cavallo di battaglia di Jou Gould (ubriaco)
mentre si esibisce (ballando)
nella ridda di Joseph Ferdinand Gould
alle feste più esclusive del Greenwich Village,
nonché canzone dell'Esercito della Salvezza
in voga i primi del XX secolo»


Premetto che amerei sbattere in galera (e dare la chiave della cella in pasto a un alligatore) chi scrive certe cavolate (per essere signorile) sulle copertine dei libri. Un esempio? "Lo stagno di fuoco" è un libro (incantevole, incredibile) ambientato quasi esclusivamente nell'Inferno, in un Inferno fantasioso e pazzesco; racconta dell'Apocalisse, di come un pugno di uomini e angeli restino fuori dalla suddivisione buoni-cattivi per motivi misteriosi, e di come i protagonisti si muovano tra dannati ed Eminenze, demoni e Squartatoi alla ricerca di un fine che sia il più lieto possibile.
Dove sta la cavolata, vi chiedete? Sta nel fatto che un maledetto genio ha definito "Lo stagno di fuoco" «il romanzo storico sugli ultimi giorni dell'umanità». Proprio così, storico. Non fantasy, eh! È evidente che un romanzo che tratta di tutte quelle belle cose non sia fantastico ma storico, e magari anche ben documentato. Già. E la cosa più bella è che a scrivere questa corbelleria non è stato un umile blogger come me, o qualche recensore folle o qualche bimbominkia con una cognizione distorta dei generi letterari. Qualcuno ha scritto questa definizione, con manifesta fierezza, sulla copertina de "Lo stagno di fuoco", e la Sperling, che non è certo una casa editrice piccola e sprovveduta, non ha evidentemente avuto niente da ridire. Boh. Lasciamo perdere.Tornando al libro... Anzi, no, voglio sproloquiare ancora un attimo. Sapete cosa si trova in giro? Recensioni in cui si dice peste e corna di questo libro perché, a detta di qualcuno, ha una grave pecca, un difetto inemendabile che dovrebbe coprire Daniele Nadir di onta ed infamia. Sapete quale difetto? Tenetevi forte. Quello di avere troppe pagine. Proprio così, il numero di pagine influisce direttamente, e non incidentalmente, sulla qualità di un romanzo. Non perché lo stile sia pesante, la lettura noiosa, la scrittura prolissa (cose che comunque reputo non vere, ma de gustibus...), ma proprio perché le pagine sono troppe. Tant'è...

Niente da fare, queste recensioni mi fanno ridere troppo. Mi sembra di rivedere la pubblicità della carta igienica, con Dante tutto contento che butta giù l'ultimo verso, «l'Amor che move il sole e l'altre stelle», e Beatrice che commenta: "Bellina codesta commedia, Dante, divina! Ma non sarà un tantino lunga?". Mi viene da chiedermi se questi signori reputino un biglietto da visita letterariamente più degno de "I fratelli Karamazov", vista questa corrispondenza biunivoca tra brevità e qualità.
Non intendo sostenere che "Lo stagno di fuoco" sia un romanzo perfetto e senza macchia, o che sia la punta di diamante della letteratura contemporanea. Eppure, la sua qualità mi sembra evidente. Nadir dà un po' il mal di mare, col suo stile oscillante tra picchi elevatissimi (le descrizioni gustosissime delle nature angeliche e demoniache, i brani aulici e quasi poetici e gli sfarzosi racconti nel racconto) e rarissime eppure presenti "fosse delle Marianne" (mi riferisco in particolare allo stile rapidissimo e quasi elementare delle prime pagine). Parlando di fantasy italiano, dopo aver letto Licia Troisi, Daniele Nadir sembra Calliope in persona. Giuro.
Lo Stagno non si presenta come un libro modesto o dimesso, ma questa sua ambiziosa esuberanza non è da rimproverare all'autore, che sembra decisamente all'altezza dei suoi propositi. Nadir è un mix esplosivo di erudizione (storica e mitologica in primo luogo), una fantasia allucinata, uno stile ricchissimo, un'attenzione maniacale per i dettagli più succulenti, il gusto per le suggestioni epiche, apocalittiche e fantastiche. Condire il tutto con le bellissime illustrazioni di Mattia Ottolini. Infornare per alcune settimane (ho impiegato parecchio a leggerlo, per la sua densità che non è necessariamente e direttamente correlata al numero delle pagine). Si otterrà una lettura capace di impressionare profondamente, colpire con tutto il proprio carattere, stupire per la sua qualità e per il suo essere così diversa dai best-seller del momento. Anche i personaggi (tranne la protagonista, Sara, che è praticamente un'ameba) sono delineati sapientemente. Spiccano su tutti, naturalmente, Joe Gould (il tizio che si esibisce ubriaco ballando e parlando il gabbianese), Giuda (scappato niente meno che dalla bocca di Satana, riportandone brutti ricordi e comprensibili motivi di disagio psichico) e l'Arcangelo Michele (potentissimo ed imperturbabile, insospettatamente virile, una lama di diamante, un guerriero santo e implacabile, dotato di «stronza cavalleria»).
Per farla breve, difficilmente nel panorama italiano riuscirei ad indicare un fantasy più ricco, documentato e letterariamente elevato. Allora, per quale motivo non reputo lo Stagno un romanzo perfetto?
Perché, in parte leggendo con attenzione e in parte facendo riferimento ai nutriti ringraziamenti dell'autore, ci si rende conto di quanto poca sia la farina del suo sacco. Certamente non è stato Nadir ad inventare cerchie angeliche e personaggi religiosi, questo è ovvio e banale. Neanche Dante ha inventato granché da quel punto di vista! No, quello che mi ha onestamente deluso è stato scoprire che da un punto di vista strettamente contenutistico lo Stagno sembra un gigantesco copia-e-incolla.
Il Quirim, il sadico gioco delle tre leve, Nadir lo deve ad un suo amico Federico. La Crociata dei Fanciulli, a quanto dice, è un evento storico attestato da non so chi. Il bombardamento di feci (ehm... leggete e capirete!) durante l'assedio di Nuova Dite è un omaggio al Fabulazzo osceno di Franca Rame e Dario Fo. La leggenda dell'Ebreo Errante, quella di Fenrir che inghiotte la luna e molte altre sono evidentemente attinte dalla tradizione mitologica di diverse culture. Il brano sulla luna verso la fine del romanzo è preso dal Cyrano di Rostand. Ma, ciò che ha demolito il mio entusiasmo più di tutto il resto, è stato scoprire che neanche il protagonista è originale di Nadir, bensì preso in prestito dalla realtà (essendo una persona realmente vissuta) attraverso la meravigliosa mediazione de Il segreto di Joe Gould di Joseph Mitchell.
Considerato che, come ho detto prima, l'originalità è uno dei migliori pregi dello Stagno, capirete la mia delusione (constatato che di originale, alla fin fine, non c'è neanche il protagonista!).
Eppure... Non so. Nutro una specie di amore-odio per questo romanzo. Gli devo delle suggestioni che sono rimaste incise davvero in profondità nella mia fantasia, e se rimprovero qualcosa a Nadir, ho molto altro per cui lodarlo. Lo Stagno è un romanzo davvero controverso. Ho detto (lungamente) la mia ma sento di non avergli reso giustizia, perché ci sarebbe ancora davvero molto da dire. Non mi resta che consigliarne caldamente la lettura. Nel bene e nel male, "Lo stagno di fuoco" è un libro raro e imperdibile.
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