domenica 28 febbraio 2016

"Lo straniero" di Albert Camus e George Brassens

Leggendo Lo straniero di Camus ho pensato ad altre creazioni del genio francese che gli somigliano: Ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo e La Mauvase Réputacion di George Brassens. Opere create e vissute su registri stilistici e in forme espressive molto diverse, ma affratellate da uno stesso slancio, intelligente e umano, e da un certo tono allo stesso tempo lieve e grave. La canzone del cantautore francese, che ha infuso nel nostro Fabrizio De Andrè il rigetto per la giustizia facilona e per il gusto collettivo verso la legge del taglione e i giudizi tagliati con l'accetta, racconta (senza saperlo) qualcosa del Meursault, protagonista de Lo straniero. Recita:


«Au village, sans prétention,
j'ai mauvaise réputation. [...]
Le jour du Quatorze Juillet
je reste dans mon lit douillet.
La musique qui marche au pas,
cela ne me regarde pas.
Je ne fais pourtant de tort à personne,
en n'écoutant pas le clairon qui sonne.
Mais les brav's gens n'aiment pas que
l'on suive une autre route qu'eux [...]
S'ils trouv'nt une corde à leur goût,
Ils me la passeront au cou...»

[Al paese, senza menar vanto,
ho una cattiva reputazione. [...]
Il giorno del 14 luglio
resto nel mio letto confortevole.
La musica che marcia al passo
non mi riguarda affatto.
Eppure non faccio del male a nessuno
non ascoltando il clarino che suona.
Ma la brava gente non ama che
si segua una strada diversa dalla sua. [...]
Se troveranno una corda di loro gusto
me la passeranno intorno al collo.]

Merita di essere ascoltata tutta, e infatti al suo ascolto rimando senz'altro, ma questi pochi passaggi mettono a fuoco gli elementi cardine del romanzo di Camus: il protagonista è un «petit bonomme», un ometto qualunque e tranquillo, senza qualità ma neanche malvagio, un signor nessuno che eppure è odiato da tutti. Il delitto (un omicidio nel romanzo, lo
sgambetto fatto a un contadino perché non fermasse la fuga di un ladro di mele) è compiuto senza alcuna pulsione malvagia, in uno stato di innocenza quasi infantile, e da solo sembrerebbe quasi non bastare a condannare un uomo che non ha mai inteso coscientemente fare il male, ma lo ha compiuto senza quasi accorgersene e senza un reale movente (Lo straniero) o accettandolo come effetto collaterale, piccolo male necessario a fronte di un bene inteso e voluto (lo sgambetto e la caduta del contadino, la salvezza del ladro nella canzone). Eppure, i due signor nessuno di Camus e Brassens sono odiati da tutti. Letteralmente odiati, e il resto del consorzio umano arriva a desiderarne la morte, anche (assurdamente) senza una stringente correlazione con il crimine commesso. Mearsault sbatte queste urla rabbiose in faccia al cappellano che cerca di estorcergli una conversione in cella: «Che importava se, accusato di omicidio, sarebbe stato giustiziato per non aver pianto al funerale della madre?».
L'omicidio di un arabo, la complicità con il ladro di mele, non sono che pretesti per far fuori due uomini fastidiosi, socialmente insopportabili, perché devianti, diversi, "stranieri". Mearsault appare mediocre e di carattere debole, incapace di odio come di amore, e non si strugge in pubblico per la morte della madre, e al contrario si svaga andando a nuotare e al cinema con una donna, che parallelamente accetta di sposare pur non sentendo di amarla particolarmente. La società potrebbe perdonargli il suo delitto, ma non questa sua malsana diversità. Lo straniero non piange ad un funerale in cui tutti pretendano che pianga, il protagonista di Brassens non canta festoso il 14 luglio, ma si rintana da solo nel suo letto. Resistenza al dolore o alla gioia imposti dalla società, anticonformismo emotivo, "stranezza": è questo il delitto inemendabile che rende gli imputati passibili di morte. La brutalità della giustizia asservita a questi osceni meccanismi e l'inumanità della pena di morte sono complementari a questa violenza larvata, non istituzionalizzata, che vuole tutti gli uomini omologati finanche nei loro sentimenti, rassicuranti nel loro essere come tutti, facilmente dominabili nel loro placido spirito di adattamento a qualunque cosa la società passi loro per "normale" e, proprio in nome della normalità, esiga da loro. Resistere a questo tritacarne sociale, a questa fabbrica di passività, significa rivendicare prepotentemente la propria individualità e il proprio diritto ad una mente pensante, a dei sentimenti autentici e non necessariamente approvati o condivisi, alla libertà di dissociarsi e di star soli, se si vuole.
Eppure, il diritto all'individualità non è un invito all'individualismo: al contrario, è solo rispettando le singolarità che una società può farsi autenticamente plurale, ugualmente accogliente per tutti. Pretendere di essere se stessi, senza con ciò chiudersi egoisticamente agli altri, è un diritto-dovere che ara il terreno in cui si potranno piantare rispetto reciproco, libertà sociali e civili, uguaglianza reale, educazione alla collettività. Citando un altro testo di Camus, e incarnando con le stesse parole lo spirito anarcoide di Brassens: mi rivolto, dunque siamo.

domenica 14 febbraio 2016

"Una donna spezzata" di Simone De Beauvoir

«Prima, non uscivo granché dal mio guscio, ma quando ne uscivo, tutto m'interessava: i paesaggi, la gente, i musei, le strade. Adesso sono una morta. Una morta che dovrà tirare avanti ancora per quanti anni? Già una giornata mi sembra tanto: quando apro un occhio, al mattino, mi sembra impossibile arrivare sino alla sera. Ieri, mentre facevo il bagno, il solo fatto di sollevare un braccio mi poneva un problema; perché sollevare un braccio? Perché mettere un piede davanti all'altro? Quando sono sola, resto immobile sull'orlo del marciapiede, per parecchi minuti di seguito, totalmente paralizzata.»

Monique, protagonista di questo romanzo straziante, è una donna spezzata: in frantumi sono il suo orgoglio, i suoi nervi, la sua vita quotidiana, ma cosa assai più grave, in frantumi è il suo stesso io, la sua individualità. Dalle prime pagine, il suo essere inizia ad assottigliarsi, a sfilacciarsi, e al finale non ne rimane che una traccia appena percettibile, informe, che lei stessa non sa riconoscere.
Tra i quaranta e i cinquant'anni, con due figlie ormai grandi e lontane da casa, Monique scopre che suo marito frequenta un'altra donna. Regge il colpo con dignità e pacatezza, senza scenate e con molte concessioni, cullata dal mantra standard che le arriva da ogni parte - È normale che il marito tradisca la moglie! - e dalla solida speranza che, stanco della nuova avventura, Maurice tornerà presto da lei. Ma giorno dopo giorno, la relativa serenità e

il clima disteso si incrinano sempre più: mezze frasi, coperture saltate, indizi e ricordi che a posteriori acquisiscono un senso fanno comprendere a Monique che la verità è ancora più atroce. Il tradimento di Maurice non dura da poco e non è neanche il primo. Il marito, che sembra pieno di senso di colpa, buona volontà e una certa forma di devozione alla moglie, si mostra per un fedifrago seriale, avvezzo a nascondere la verità, incapace di tutelare veramente Monique e i suoi sentimenti.
Da questa improvvisa solitudine alla disperazione è un passo: perché Monique sente che è troppo tardi. Se avesse saputo otto anni prima, quando tutto è cominciato - dice a se stessa, un po' per consolazione, un po' per rimprovero - avrebbe potuto avere anche lei altri uomini, cercare un lavoro, altri amici e interessi, e avrebbe avuto accanto le sue figlie. Ma lei non ha nulla di tutto questo, lei non ha nulla, e crede sia troppo tardi per potere conseguire qualsiasi cosa. La vita stessa, questo contenitore che a rigore si può riempire di qualunque cosa, per Monique è soltanto un vaso vuoto che niente può più colmare, che varrebbe forse la pena infrangere del tutto, se una sottile traccia di vitalità, un moto interiore inspiegabile non la tenesse cocciutamente attaccata alla sopravvivenza, seppure nell'abbandono, seppure nell'angoscia.
Il grande dolore di Monique non è causato solo dalla perdita di un uomo o dall'improvviso vuoto umano che le si è fatto attorno - ora che le figlie sono distanti, i conoscenti sanno e parlano, le amiche consigliano con reticenza e tracce di malevolenza - o dalla frantumazione di una routine quotidiana tutto sommato serena e tranquilla. No: non sono amore famiglia e vita quotidiana, è Monique stessa che è perduta. Sì, perché lei non è mai stata altro che questo: moglie e madre. Lasciati gli studi per la vita familiare, senza un lavoro né il desiderio mai di averlo, la sua unica ambizione era educare nel modo migliore le due figlie e vivere serenamente col marito, stretta a lui da un patto inviolabile e reciproco di eterna fedeltà. Era soddisfatta delle due figlie: le parevano una ragazza romantica fatta per gli affetti domestici e un'altra libera e con un brillante avvenire professionale davanti a sé. Adesso, nel vortice che ha travolto tutto seminando solo domande e sensi di colpa, a Monique la maggiore 
appare una fallita, una casalinga affatto brillante che pur di avere la sicurezza di una famiglia ha sposato il primo mediocre ragazzo che le fosse passato a tiro; e la minore, una ragazza cinica e quasi spietata, che si divide tra lavoro, frivolezze e incontri privi di calore umano. E il proprio io, questa donna che le pareva soddisfatta e serena, questa moglie-madre perfetta, rassicurante e sensibile, premurosa e chioccia, questa donna che non viveva per altro che per i suoi cari, adesso appare a se stessa una matrona autoritaria e invadente, che ha ridotto la figlia maggiore a un fantoccio senza aspirazioni e costretto la minore a fuggire verso la libertà, oltreoceano. Questa donna, questa moglie, che non è altro: a cosa le servirà la vita ora che Maurice ama un'altra?
Simone De Beauvoir
Saprà questa donna reinventarsi? Inventare un'altra se stessa, che abbia bisogno degli altri ma senza dipenderne ottusamente? Non lo sappiamo: di lei sappiamo che non ha più certezze, né sugli altri né su di sé, né sul suo avvenire. Prostrata nei nervi e nel fisico, la vediamo logorarsi in un tormentoso viluppo di richieste dell'amante di lui che diventano pretese, di contese per i minimi tempi e spazi vitali, di umiliazioni e sottomissioni forzate, quando ogni tentativo di ribellione e ogni rivendicazione è bollato con un altero: Non fare scenate. È straziante passare per queste pagine fatte di bugie, impotenza e affronti, è doloroso accompagnare Monique in questo viaggio verso la distruzione di sé stessa che non arriva che a un misero barlume di rinascita futura. L'ultima cosa che leggiamo di lei è la sua paura: della solitudine, del nulla, del domani. La più grande lezione che questo libro doloroso ci ha insegnato è quella dell'indipendenza. È un libro atroce e vero, rapido e traumatico: una sorsata alcolica che brucia e spalanca la visuale. Un libro necessario, puro come un diamante.

domenica 7 febbraio 2016

Uccellacci e Uccellini, Pier Paolo Pasolini

Padre e figlio camminano per le vie della periferia romana, apparentemente senza una meta. Durante il loro cammino incontrano un personaggio particolare, un piccolo corvo che dice di abitare nel paese di Ideologia, nella città del futuro, la Capitale, in via Karl Marx al numero settanta volte sette, di essere figlio di Dubbio e Coscienza. I due popolani gli rispondono ironicamente: noi abitiamo al Borgo della Monezza, in via Morti de Fame, numero 23. Il corvo chiede loro il permesso di poter raccontare una storia, una storia di uccellacci ed uccellini.

Ai tempi di frate Francesco, un gruppo di monaci da lui guidati è in un prato a meditare e pregare.  Francesco ordina a due monaci (interpretati da Totò e Ninetto Davoli) di andare a predicare il messaggio evangelico agli uccelli. Bisogna convertire prima i falchi e poi i passerotti. I due monaci si incamminano giungendo al covo dei falchi. Fra’ Ciccillo (Totò) si inginocchia e comincia a pregare. Resta fermo lì per mesi mesi, passano le stagioni, arriva il caldo, poi l’inverno, poi di nuovo la primavera. Alla fine riesce a trovare il linguaggio con il quale comunicare agli uccellacci l’amore di Dio. Questi accolgono con entusiasmo il messaggio evangelico, così i due monaci possono proseguire nella loro missione.
Giunti presso un vecchio rudere abitato da Sora Gramigna, Sora Grifagna e Sora Migragna, i monaci incontrano i passerotti. Totò si inginocchia, comincia a pregare e cerca il modo di comunicare con gli uccellini. Anche in questo caso il tempo passa, attorno a Fra’ Ciccillo si crea un luogo di culto tra il sacro e il profano, con altari, ceri, mercatini, spettacoli di artisti di strada. Il monaco si alza e distrugge il mercato, seguendo l’esempio di Gesù. Dopo mesi e mesi di preghiera, il Fra' Ciccillo finalmente comprende che i passerotti non comunicano cinguettando ma saltellando. Così apprende il loro linguaggio e comunica l’amore di Dio. I passerotti accolgono gioiosamente il messaggio cristiano.
Compiuta la loro missione, i due monaci sono pronti a tornare dal loro maestro, ma assistono ad un episodio sconvolgente: un uccellaccio attacca e ammazza un uccellino. Fra’ Ciccillo torna sconfortato da Frate Francesco, e gli riporta l’episodio. Gli uccellini amano Dio, ed anche gli uccellacci, ma non si amano tra di loro. Cosa possiamo fare, se c’è la classe dei falchi e quella dei passerotti, e se queste non possono andare d’accordo? San Francesco risponde che “Tutto ce poi fa’”:

Bisogna cambiarlo questo mondo. Fra’ Ciccillo è questo che non avete capito. Un giorno verrà un uomo dagli occhi azzurri e dirà: "Sappiamo che la giustizia è progressiva e sappiamo che man mano che progredisce la società, si sveglia la coscienza della sua imperfetta composizione e vengono alla luce le disuguaglianze stridenti e imploranti che affliggono l’umanità." Non è forse questa avvertenza, della disuguaglianza fra classe e classe, fra nazione e nazione, la più grave minaccia della pace? Andate e ricominciate tutto daccapo. In lode del signore.

La favola raccontata dal Corvo, un “intellettuale di sinistra prima della morte di Togliatti”, si conclude con i due frati che tornano indietro a predicare la pace tra la classe dei falchi e quella dei passerotti.

Ninetto, Totò e il Corvo proseguono nel loro cammino insensato, in una torrida giornata d’estate, nelle vie della triste e desolata periferia romana. Un deserto fatto di costruzioni fatiscenti, di piccoli e tristi bar, popolato da personaggi grotteschi: una ragazza che indossa un costume da angelo per una recita, un barista brutto fino alla crudeltà con dei capelli assurdi. Ragazzi che si esercitano a ballare al ritmo della tipica musica anni ’60, composta da Ennio Morricone, prendendo la “picciolata” al juke-box. Le vie del quartiere sono intitolate agli eroi locali: Via Benito la Lacrima (disoccupato), Via Antonio Mangiapasta (scopino), Via Lillo Strappalenzola (scappato di casa a 12 anni).

 In queste vie si consuma una storia di uccellacci ed uccellini. Il cammino senza senso di Totò e Ninetto, assume presto la forma chiara e distinta, con tutta la sua potenza favolistica e metaforica, dell’oppressione e dell’abuso, del dominio dell’uomo sull’uomo. I due innocenti popolani giungono in un casolare diroccato, fatiscente, in cui c’è una donna che cucina un nido d’uccelli per il marito, ridotto ad uno spettro scheletrico, mentre continua a gridare ai propri figli che sono a letto “Dormite, è ancora notte!” da ben tre giorni. Cerca di impedire loro di svegliarsi, perché non sa cosa come sfamarli. I due girovaghi rivendicano severamente il pagamento di alcuni debiti, cui i poveri passerotti non possono adempiere. Ma durante il loro cammino, la posizione degli uccellacci si rovescerà in quella di uccellini: si recheranno da un ricco signore, in cui si tiene una festa di “dentisti dantisti”, per contrattare il pagamento di alcuni debiti. Saranno assaliti da cani inferociti, gettati per terra e minacciati.

Questa è la storia che si ripete da secoli nelle periferie dimenticate, dall’epoca di San Francesco a quella del Corvo, intellettuale di sinistra che assiste ai funerali di Togliatti e all’indebolimento della presa del marxismo sulle masse. Assiste alla sclerotizzazione di un’ideologia che non riesce a farsi comprendere da quelli che dovrebbero essere i protagonisti del progetto politico che si prospetta attraverso questa narrazione. Il piccolo Corvo è imbarazzato nel vedere i soprusi che le classi povere fanno a quelle ancora più povere e nell’assistere al servilismo che queste stesse classi riservano ai potenti e ai ricchi. Durante il loro cammino, Totò dice che soltanto un ricco muore davvero. Quando un ricco muore, si crea un vuoto che fa avvertire agli altri la sua assenza. I segni della sua morte sono evidenti. Questo perché il ricco morendo ha perso qualcosa: gli è stata tolta la vita, ma la vita gli aveva dato delle cose, a lui è stato concesso il lusso di vivere. Quando muore un povero, invece, nessuno si accorge che è morto, perché egli in realtà non ha mai vissuto, è semplicemente passato “da una morte ad un’altra morte”.  
Mettersi in ginocchio di fronte a queste masse abbandonate a se stesse e cercare un linguaggio per poter comunicare l’amore tra l’uomo e l’uomo, la solidarietà, la cooperazione. Cercare una parola che unisca tra loro le classi subalterne, che le inciti all’emancipazione. L’intellettuale non parla il linguaggio delle masse, non le comprende e non è compreso. La predicazione dell’intellettuale di sinistra è un buco nell’acqua, un’eco che si scontra con uno spazio vuoto. L’intellettuale parla, parla, parla e nel frattempo il popolo, che guarda a lui con un misto di ingenua curiosità e atavico scetticismo, continua a menare la propria vita, che ostinatamente si afferma sempre allo stesso modo, come morte dell’altro, del più debole. In questa ostinazione sta l’innocenza morale del popolo pasoliniano: un’innocenza infantile, al di là del bene e del male. Se l’intellettuale segue le ragioni della coscienza, abitando l’iperuranio dell’Ideologia, il popolo segue le ragioni della vita, sorta con la sua incomprensibile testardaggine nel Borgo della Monezza, in via Morto de Fame. Quale linguaggio, azione, potrà unire questi due pianeti che seguono vie parallele che sembrano incontrarsi soltanto per sbaglio, in epoche della storia sempre troppo brevi? Perché questo sodalizio tra coscienza della miseria e miseria stessa sembra essere puntualmente fallimentare?
“Che ce possiamo fa’ se la classe dei corvi e quella dei passeretti non possono andare d’accordo?”.  “Tutto ce poi fa’”, risponde frate Francesco.
Durante il cammino del Corvo con i due protagonisti di questa favola densa di significato, che Pasolini introduce con la didascalia “Dove va l’umanità? Boh!”, il motto di Francesco sembra capovolgersi. Alla fine del film sembra che l’intellettuale non possa farci proprio nulla. Non ha la Verità, ha più domande che risposte. “Dove andate?”, chiede il Corvo a Totò e Ninetto, “Laggiù”, gli rispondono. “Ma dove? A destra, a sinistra, dritto?”, e loro, tautologici, “Laggiù”. Il corvo non sa dove stia andando la massa, e lo chiede a due emblematici esponenti, ma neanche loro lo sanno. Vanno laggiù, e questo è sufficiente ad intraprendere il cammino della vita, della storia. L’intellettuale fa loro delle prediche, racconta delle parabole, e il popolo dapprima lo ascolta, ma alla fine non ne può più.
Estenuati dalla logorrea del piccolo Corvo, dopo essere stati con una prostituta, i due protagonisti decidono di mangiarlo. Dell’intellettuale di sinistra prima della morte di Togliatti restano soltanto i resti bruciacchiati, mentre Totò e Ninetto, sazi, contenti ed innocenti, tornano allegramente a casa.


mercoledì 20 gennaio 2016

Lettera al maestro Ettore Scola

Maestro,
cominciando questa lettera mi viene subito in mente la scena di un suo film, C’eravamo tanto amati. Nicola Palumbo è sugli spalti ad assistere ad un discorso tenuto da Vittorio de Sica, il suo grande maestro. Per difendere Ladri di biciclette dalla critica di stampo “andreottiano”, Palumbo aveva perso il suo posto di lavoro, aveva dovuto abbandonare il suo paesino campano, la famiglia. Quel film era stato più volte decisivo nella vita di questo intellettuale fallito. Lo studente che lo accompagna, lo incita ad andare a parlare con De Sica, ma egli si rifiuta, schermendosi. Cosa dovrei dirgli, pensa Palumbo, dovrei parlargli di cose grandi, importanti e tristi  per me, e forse anche per lui.
Di cosa dovrei, di cosa potrei parlare? Di smarrimento, isolamento, paura, di un tempo inafferrabile e incomprensibile. Di cose grandi, di cose miseramente piccole, di cose tristi.
Invece le parlerò dell’orizzonte. L’idea me l’ha suggerita lei: durante una lezione di cinema tenuta durante il Bifest a Bari lo scorso anno, appena salito sul palco del teatro Petruzzelli, lei disse che non aveva voglia di parlare di cinema, ma che avrebbe voluto parlare di politica. Si rivolse ai giovani, alla mia generazione, dicendo che così non andava bene, che avremmo dovuto darci una svegliata. Ci parlò della sua generazione, quella che aveva vissuto gli ultimi anni del fascismo, che aveva vissuto la guerra, la caduta del regime, che aveva visto nascere la repubblica. Ci disse che eravate tutti animati dalla voglia di ricostruire una nuova Italia, nata dalle macerie del fascismo. Che avevate un orizzonte comune verso il quale tutti insieme camminavate, spinti dallo stesso desiderio, presi dallo stesso entusiasmo.
Non riuscii a cogliere appieno il significato che lei attribuiva a quell’orizzonte. Forse perché la mia generazione non ne ha uno proprio, perché siamo dispersi, sparpagliati per il mondo a sprecare le nostre energie in una lotta senza senso, senza perché.
Oggi quell’orizzonte mi fa pensare ai suoi film. È quell’orizzonte che lei descrive in C’eravamo tanto amati, un orizzonte inseguito dai personaggi per tutta la vita. Quando invecchiano, si accorgono che quell’orizzonte è stato superato, che il traguardo è ormai tagliato. L’orizzonte che unisce un radiocronista omosessuale e una casalinga infatuata di Mussolini in  Una giornata particolare: due persone completamente diverse, che mai si sarebbero incontrati, parlati, compresi, se non fossero stati entrambi stretti nella morsa repressiva del regime, se non fossero stati umiliati da quell’ideale di virilità che li escludeva, li emarginava. Quell’orizzonte perduto, dissolto, che l’intellettuale “frascico” non riesce più a vedere e che lo spinge alla follia e alla disperazione ne La terrazza. L’orizzonte che la spinge, nello stesso film, a far dissertare la Sora Lella sulla crisi dell’artista, dell’intellettuale. È l’orizzonte comune che unisce l’intellettuale e le masse disperate, abbandonate, degradate, crudeli, come lei le descrive in Brutti, sporchi e cattivi. È sempre nella prospettiva di questo orizzonte che lei denuncia una situazione di degrado, e la mette in luce senza retorica, senza condanne né tantomeno assoluzioni.
Guardando con lucidità, sensibilità, genialità a quell’orizzonte, lei è riuscito a trovare le parole giuste per essere amato dalle masse, per essere capito. Ci è riuscito perché ha amato gli uomini, li ha capiti, e guardando i suoi film, si smette davvero di sentirsi parte di una massa informe. Nell’amore proletario, nella gelosia, nella sofferenza e nella gioia consumatesi nella monnezza della capitale, divenuta ormai “Carosello infernale delle macchine de Gianni Agnelli”, descritto in Dramma della gelosia, estrapola dal contesto l’unicità di ogni singolo individuo. Nell’equilibrio tra collettività e individualità sta la forza della sua poetica, che è sempre anche politica. Nella sua ironia vi è la leggerezza che deride il potere e la sensibilità di chi ama il più debole, l’arroganza e la malinconia.

Oggi mi guardo attorno e cerco quell’orizzonte. Non riesco a vederlo. Tutto si frantuma nel clima di durezza, di odio, ogni tentativo di abbattere il muro dell’indifferenza sembra essere vano. Non abbiamo i suoi occhi, la mia generazione non ha quell’entusiasmo che aveva la sua. Le idee nascono troppo fragili e impotenti per affrontare un mondo sempre più ostile. È difficile cambiare, invertire la tendenza. È difficile unirsi in collettività che non abbiano l’odio del diverso come unico collante. È difficile, ma come lei disse in quella lezione di cinema nella quale non voleva parlare di cinema, non può essere un alibi. Anche in questo caso non la capii. Forse intendeva dire che anche la disperazione comporta una responsabilità individuale che ciascuno è tenuto ad assumersi. Che il mondo, anche se non siamo stati noi a crearlo in questo modo, grava sulle spalle della mia generazione, che deve decidere in che modo portarne il peso.
O forse intendeva dire che l’orizzonte non è semplicemente qualcosa che c’è, è lì e basta guardarlo, ma che va costruito. È frutto tanto della contemplazione quanto della volontà.
Lei, maestro, ci lascia questo orizzonte. È lì, sospeso, nella speranza di nutrirsi dei nostri sguardi e delle nostre volontà. Per diventare grande e coinvolgerci tutti in un grande entusiasmo, in una risata, in una speranza.
Grazie.


venerdì 8 gennaio 2016

"L'uomo che allevava i gatti" di Mo Yan

Mo Yan è di quegli autori rari che si incontrano per caso e si portano con sé per il resto della vita. Ho iniziato l'anno nuovo leggendo una sua raccolta di racconti edita da Einaudi, "L'uomo che allevava i gatti". Era ora di conoscere da vicino questo scrittore cinese che battezza i suoi libri con titoli immaginifici e intriganti, che ha vinto il Premio Nobel nel 2012 circondato da polemiche e commenti superficiali sul suo rapporto col governo cinese, che da decenni è affermato in Cina quanto sconosciuto in Italia e solo negli ultimi anni ha avuto il giusto riconoscimento.
Nato a metà degli anni Cinquanta in una famiglia contadina, Mo Yan ha conosciuto più di una Cina: quella delle zone rurali, dei villaggi isolati in mezzo alle distese di sorgo, quella della Rivoluzione Culturale, quella delle Comuni Popolari, quella del "figlio unico". Nelle sue pagine c'è moltissimo e manca qualcosa: manca qualsiasi falsa coscienza celebrativa come qualsiasi falsa coscienza denigratoria. Dalle pagine di Mo Yan si alza in spire dense, quasi tangibili, un amore intenso per la Cina: senza alcuna traccia di propaganda, senza retorica, senza risentimenti da ex mogli inacidite. Sembra esserci nella narrativa firmata Mo Yan, insieme al gusto del narrare e alla finissima abilità nel farlo, una prova di quel compito che Edward Said affidava agli intellettuali: dire la verità. La persona vivente di Mo Yan si scioglie senza soluzione di continuità nei suoi personaggi (l'insegnante che torna al villaggio natale, il regista affermato figlio di contadini, l'uomo ormai di città che si reca in visita a parenti e amici di infanzia provando soggezione e quasi vergogna di mostrarsi nei jeans nuovi e moderni), che ci sono vicinissimi e quasi trasparenti. Attraverso la loro pelle vediamo, come una rete di capillari, una gamma nutrita e non banale di sensazioni umane: tra tutte, il conflitto interiore, «il tema eterno dell'amore» e la tendenza allo stesso tempo produttiva e autodistruttiva alla socialità. Sono bellissimi e davvero universali gli stralci di pensieri che i protagonisti indirizzano ai loro prossimi e all'umanità intera: sembra di sentire l'eco dei componimenti amari e disincantati de "Le mille e una notte", quando i protagonisti traditi dagli amici riconoscono il dovere e il piacere di amare gli altri, servirli, prodigarsi per loro e il ritorno, quasi sistematico, in termini di ingratitudine e disprezzo. Stare con gli altri è al tempo stesso un bisogno e un dovere, un tormento e un desiderio: solo superare questa dialettica tra solitudine e conflittualità può produrre una società civile "perfetta", caratterizzata dalla

solidarietà, virtù infinitamente preziosa perché l'unica capace di compensare le lacune di un sistema politico perfettibile (quando non del tutto ingiusto).
Le figure traslucide e solide dei protagonisti si stagliano su sfondi che sembrano ispirati allo stile del pittore tradizionale Wang Wei: gli sterminati paesaggi dominati quasi interamente dal rosso del sorgo e del sole al tramonto inghiottono le figure umane, che si riscoprono animate da passioni gigantesche eppure piccole quanto le formiche e altrettanto fragili. La ricchezza delle descrizioni satura le pagine, una singola immagine riesce a espandersi per decine e decine di righe in un viluppo singolare di parole trascinanti e dense. La scrittura di Mo Yan è vivida, immaginifica e capace di ingigantire come una lente d'ingrandimento disumana ogni dettaglio e gesto, ogni cosa che i personaggi abbiano visto o creduto di vedere.
Nei racconti di questa raccolta, Mo Yan racconta delle difficoltà che la Cina rivoluzionaria ha ereditato da secoli di isolamento e arretratezza economica e con cui ha dovuto misurarsi: le condizioni di vita quasi bestiali dei contadini delle aree rurali più isolate e arretrate, i rapporti familiari segnati dall'autorità spesso violenta del padre padrone, la difficoltà da parte delle autorità di gestire efficacemente aree segnate da penuria di beni materiali e chiusura mentale, l'arretratezza culturale e la scarsa istruzione dei ceti più miseri. Un occhio di riguardo viene riservato alle figure femminili, alle abili lavoratrici duramente sottomesse agli uomini di casa, alle neonate che vengono scartate nella speranza di futuri figli maschi, fino alla dolente protagonista del racconto "Il cane e l'altalena" cui, una volta privata della bellezza e resa orba da un incidente, non rimarrà che una vita di stenti e sacrifici accanto ad un uomo muto e rude. Anche alla tematica del contenimento delle nascite sono dedicate pagine intense e crude, che accostano le pratiche anticoncezionali e abortive ai numerosissimi infanticidi che venivano consumati nelle campagne secondo vari rituali, quando una gravidanza non desiderata andava a colpire una famiglia particolarmente misera e priva del minimo sostentamento. Al lettore non sono risparmiati i dettagli e gli aneddoti più duri, cruenti, violenti. L'atteggiamento del narratore non appare saputo né moraleggiante, ma pieno di stupore e voglia di mostrare le sue fantasmagorie, intrecciante fittamente alla realtà fino ad esserne indistinguibili. Su tutti gli altri elementi narrativi e descrittivi campeggia la natura, con la sua enorme varietà di animali e vegetali: alle descrizioni minuziose della campagna si accostano quelle degli animali da cortile, degli insetti, e gli odori e colori dei campi ci appaiono filtrati da uno sguardo allo stesso tempo distaccato e nostalgico. L'ambiente rurale, la vita semplice e dolorosa dei campi, la convivenza di uomini e animali ci richiama un po' alla mente Esenin, i suoi immancabili ritorni col pensiero alle origini contadine, un po' felicemente superate e un po' sempre, intimamente rimpiante, insieme ad un'infanzia ormai finita ma sempre vivida nella testimonianza di un Paese millenario e coraggioso.

giovedì 31 dicembre 2015

I 10 libri più belli letti nel 2015: da Dostoevskij a Kristof, da Pasolini a Vattimo

Nell'ultimo dell'anno, noi di Caratteri Vaganti vi proponiamo la nostra "Top Ten": i dieci libri più edificanti, suggestivi e belli che abbiamo letto in questo 2015. Sperando che la nostra lista vi dia qualche spunto, vi auguriamo un 2016 pieno di libri, di film e (possibilmente) rivoluzionario!


1. Petrolio, Pier Paolo Pasolini, pubblicato postumo nel 1992. Una discesa nei gironi dell'Italia degli anni Settanta, segnata dal conformismo, dalla sete di potere, dall'imporsi di un modello occidentale privo di alternative, che riduce a sé ogni specificità, da quella popolare del mondo delle borgate, a quella dell'intellettuale di sinistra, ormai perfettamente integrato nei salotti buoni.

2. I Demonî, Dostoevskij, 1873. Come in una tragedia dell'antica Grecia, Dostoevskij mette in scena un dramma collettivo, corale. Quello della lotta contro le ingiustizie, del nichilismo, dell'ossessione, della rivoluzione.

3. Costituzione e lotta di classe, Hans Jürgen Krahl, pubblicato postumo nel 1971. Allievo di Adorno, Krahl fu uno degli interpreti più lucidi della Scuola di Francoforte. Morto all'età di ventisette anni, non ha potuto lasciarci un'opera completa, ma questa raccolta di saggi e interventi getta luce su molte questioni affrontate dai suoi maestri francofortesi, e ci dice molto della sua generazione, dei suoi sogni e delle sue speranze. Quella del 1968.

4. L'analfabeta, Agota Kristof, racconto autobiografico scritto per una rivista di Zurigo. La scrittrice ripercorre la propria esistenza secondo un unico filo conduttore: la lingua. Se per l'Agota bambina l'unica lingua concepibile come universale è l'ungherese, per l'Agota adulta ed esule la lingua ungherese perde la propria globalità e diventa la lingua incomprensibile dello straniero, causa di emarginazione. Lo straniero, l'esule, non è solo colui che non può essere capito. È un analfabeta. Ella scrive: «Questa lingua, il francese, non l’ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, delle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un’analfabeta.»

5. Il pensiero debole, a cura di Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti, 2010. Una raccolta di saggi che oggi, più che mai, vale la pena leggere. Contro ogni metafisica fondazionale, i diversi autori dichiarano la pregnanza della soggettività. Se, come scrive Rovatti, «la situazione tipica del pensiero "forte" è [...] quella in cui pensante e pensato, chi pensa e cosa si pensa sono solidali», il pensiero debole si propone come ciò che può spodestare l'essere dalla sua centralità e presentare la ragione non più come universale, ma come «una singolarità tra le altre».

6. La metamorfosi, Franz Kafka. Pubblicato per la prima volta nel 1915, il racconto smaschera l'ipocrisia borghese perbenista. Nonostante il nobile intento, Kafka non nasconde (il protagonista ne è, in qualche modo, l'alter ego) al lettore che, dietro l'umiliazione subìta, si nasconde un desiderio, più che conscio, di far parte interamente di quel mondo ovattato di ipocrisia.

7. 36 Poesie, Attilio Bertolucci. Non poteva mancare un libro di poesie, porto ospitale per quei giorni in cui la narrativa non basta.

8. Tungsteno, Cesar Vallejo. Uno dei maggiori poeti peruviani per una sola volta si è cimentato con il mezzo espressivo del romanzo e il risultato è imperdibile. Atti di quotidiana crudeltà e cinismo si consumano nella zona mineraria di Cuzco, dove gli imprenditori statunitensi della Mining Society in combutta con le autorità locali spadroneggiano sugli indios facendone i propri schiavi nelle miniere. È un libro asciutto e vero, che racconta delle violenze operate dai gringos, della vita misera dei mineros che dopo essere stati sfruttati disumanamente possono ripiegare solo nelle loro squallide catapecchie, delle prepotenze operate dalle autorità sui manifestanti e sugli indios rastrellati nei villaggi rurali per fornire manodopera schiavile nelle fucine. Ma racconta anche degli entusiasmi di inizio secolo, delle agitazioni e dell'aspirazione a una vita più giusta.

9. Italiani brava gente?, Angelo Del Boca. Un illustre storico del colonialismo italiano cerca di sfatare, in questo libro ricco e necessario, il mito più solido del nostro Paese. Del Boca sviscera alcuni degli episodi più bui della nostra storia, dalla guerra al brigantaggio che ha visto stragi di ribelli nel sud Italia e decimazioni in villaggi innocenti ad opera del nuovo governo all'indomani dell'unità, alla brutalità della Grande Guerra e alla disinvoltura con cui Cadorna ha destinato al massacro ondate di giovani soldati, alle violenze operate in Africa durante gli anni del Fascismo. Di più ancora: questo libro scava sotto la retorica della conquista, della superiore civiltà italiana, del nostro essere "brava gente", e ci rivela anche gli aspetti meno conosciuti e più dolorosi da confessare: le deportazioni e i campi di concentramento realizzati dagli italiani in Libia, gli ordini ufficiali di decimare la popolazione, lo sciacallaggio operato dai nostri in Cina approfittando della Guerra dei Boxer, i tentativi di pulizia etnica che abbiamo perpetrato nei Paesi slavi (e sui quali abbiano anche ricamato il mito delle Foibe), la prigione di Nocra in cui lasciavamo i detenuti a morire di stenti, privi di acqua potabile e di cibo, per poi fucilarli senz'altro se tentavano di evadere. Queste e altre ancora sono le pagine di storia che Del Boca ci invita ad approfondire, mostrandoci il lato più oscuro e doloroso della nostra italianità.

10. Montedidio, Erri De Luca. «Calo la saracinesca, ci salutiamo, dice che è bello avere le ali, ma è stato più bello avere mani buone per lavorare». Le storie del piccolo protagonista, del calzolaio ebreo Rafaniello, della ragazzina che "ha già conosciuto lo schifo", molestata dal padrone di casa per sanare all'affitto arretrato, si intrecciano sullo sfondo di una Napoli laboriosa e rumorosa, di file di panni stesi che tagliano a fette il cielo azzurro, delle strade animate dalle voci delle comari e dei venditori di pettini. Una romanzo che somiglia a una poesia.


Nina, Bulma e Clem

mercoledì 23 dicembre 2015

Dal Vietnam all’Iraq. Colloqui con Patricia Lombroso, Noam Chomsky


Gli Stati Uniti son ben consapevoli che la conduzione della loro politica estera è da criminali. Siamo in presenza di una nazione violenta che si arroga il diritto di commettere impunemente gravi crimini.

Questa raccolta di interviste, pubblicata dalla Manifestolibri nel 2003, che vanno dal 1975 al 2003, al filosofo americano Noam Chomsky, impegnato sin dagli anni Sessanta nella lotta politica ed intellettuale contro la politica di potenza americana, getta un’inquietante luce sulla strategia imperialista e militarista condotta dagli Stati Uniti negli ultimi cinquant’anni, che coinvolge l’intero pianeta, dall’America latina al Medioriente, dall’Europa meridionale all’Indocina.

Sin dalla guerra in Vietnam, una vera e propria “invasione del Vietnam del Sud”,  gli Stati Uniti hanno condotto una grande guerra, perpetua e universale, animata da un’unica e sola logica, quella del profitto. Questa tragica e interminabile guerra si declina diversamente a seconda del contesto geopolitico e storico, adduce cause sempre diverse, ma tenendo presente l’obiettivo, l’unico e solo che anima la condotta politica di questa superpotenza: sopprimere ogni tentativo di indipendenza politica ed economica, di emancipazione democratica, disseminando in tutto il mondo governi fantoccio tenuti da élite compiacenti. Eliminare ogni forma di opposizione al regime economico statunitense è stato il punto fermo della politica estera americana, sia dei presidenti democratici che di quelli repubblicani. Tanto Kennedy, quanto Reagan, tanto Clinton quanto Bush sono responsabili delle atrocità commesse in tutto il mondo da una politica serva degli interessi delle grandi corporations, sono responsabili degli squilibri politici, economici e sociali che continuano a persistere tra il mondo Occidentale e il Terzo Mondo. Sono responsabili della disuguaglianza e dell’orrore disseminato ovunque.

Se le interviste degli anni Settanta e Ottanta ci consegnano un quadro storico  complesso e critico, che getta luce sul nostro recente passato – è molto interessante l’analisi di Chomsky sul periodo della “distensione” durante la Guerra Fredda, in cui USA e URSS stabiliscono un accordo di non interferenza nelle reciproche zone d’influenza – quelle degli ultimi vent’anni, dalla caduta del muro di Berlino in poi, descrivono il progressivo imporsi del modello economico e sociale americano in tutto l’Occidente, l’affinarsi del sistema di manipolazione mediatica, necessaria a legittimare il conflitto tra “mondo industrializzato e paesi detentori delle risorse energetiche”, il retrocedere dell’ex Unione Sovietica a paese del terzo mondo.

Gli anni Novanta sono gli “anni felici”, sul modello degli anni Venti: il rinnovato e rinvigorito liberismo americano attua una politica di potenza sempre più aggressiva. Il primo passo per rafforzare il potere delle grandi corporazioni è procedere con lo “smantellamento del contratto sociale”. Il potere politico, democratico e repubblicano, procede in questi anni a ridurre i diritti dei lavoratori (Chomsky ci dice che negli anni Novanta i lavoratori americani non avevano ferie pagate ed erano sottoposti ad orari di lavoro più pesanti rispetto ai lavoratori europei), ad abbattere lo stato sociale, negando il diritto alla sanità e all’istruzione. Le condizioni di povertà negli Stati Uniti sono paragonabili a quelle del Terzo Mondo. Chomsky parla di crisi degli anni Novanta: se consideriamo come parametro economico il PIL, allora dobbiamo ammettere che in quegli anni l’economia statunitense era in crescita. Ma ci sono altri parametri di cui le agenzie statistiche non tengono conto: la mortalità infantile, il costo del lavoro, l’abuso e la violenza sui minori; l’ultima analisi di questo tipo fu fatta
negli USA nel 1930.  Dichiara il filosofo in un’intervista del 2000:

…gli Stati Uniti non sono così prosperi come si vorrebbe far credere, anzi attraversano una vera e propria recessione. Basta guardare agli indici relativi alla mortalità infantile e alla povertà dei bambini al di sotto dei cinque anni: c’è da vergognarsi. Non si possono dimenticare poi i due milioni di cittadini in carcere – di cui il 90% afroamericani e latini -, o i 44 milioni di americani privi oggi di assistenza sanitaria – nel 1996 ne erano privi 38 milioni. Dal 1975, il prodotto nazionale lordo ha continuato a crescere, ma contemporaneamente c’è stato un collasso totale delle infrastrutture del sistema sociale. E qui la discesa continua.

L’imperialismo militarista si fonda su un apparato ideologico e repressivo che ha come scopo quello di  legittimare il modello di ingiustizia attraverso la manipolazione mediatica e l’imposizione con la forza di politiche che altrimenti sarebbero tollerate con molta difficoltà da parte dell’opinione pubblica. La propaganda americana crea dei mostri, dei nemici, dei capri espiatori. In questo modo gli Stati Uniti assumono il ruolo dei “buoni”, dei protettori dei diritti umani, dei custodi della democrazia, e allo stesso tempo immobilizzano l’opinione pubblica nella paura del mostro, del nemico, impedendo il sorgere di movimenti di protesta.
Dalla paura al “terrore”, dal “terrore” al “terrorismo”: una parola che Chomsky non esita a definire “inventata”. I governi americani hanno inventato la parola terrorismo per legittimare la propria politica di potenza: terroristi sono i cubani, terrorista è Saddam nel momento in cui attua politiche che non sono gradite agli USA. Perché Saddam è un terrorista se colpisce alleati degli Stati Uniti e non è un terrorista nel momento in cui non lede gli interessi americani con le sue atrocità?
Terrorismo, fondamentalismo islamico, esportazione della democrazia, tutela dei diritti umani sono concetti che l’ideologia americana utilizza per rendere tollerabile all’opinione pubblica il suo imperialismo militarista, alternando la persuasione, l’insistenza sui valori e sull’identità occidentale, al terrore e alla paura. Chomsky non parla di una strategia del terrore, ma sicuramente siamo di fronte ad una strategia mediatica del terrore.
Terrore che non esita a riversarsi anche sulla politica interna: la discriminazione razziale, l’individuazione di capri espiatori è fondamentale per abbattere ogni diversità, all’interno e all’esterno del confine statunitense. Nel terrore della criminalità, del narcotraffico, che l’apparato ideologico fomenta quotidianamente attraverso l’informazione, risiede la legittimazione di una politica repressiva nei confronti di alcune etnie, come quella africana e latina. Al momento dell’elezione di Clinton, e poi di Bush, una grossa fetta di questa popolazione sarà in carcere, sarà privata del diritto di voto. Questo, dichiara Chomsky, è forse più scandaloso della vergognosa vicenda delle schede elettorali di molti afroamericani annullate durante le elezioni di Bush figlio.

Terrorismo e fondamentalismo sono sicuramente i concetti più attuali, utilizzati dalla propaganda di tutti i governi occidentali. Chomsky ci spiega in maniera molto chiara che il problema non è certo il fondamentalismo islamico, dato che uno degli alleati dell’Occidente contro suddetto fondamentalismo è l’Arabia Saudita, un paese fondamentalista. Il problema è l’indipendenza dei popoli dal modello americano, che è il modello del Capitale, è l’indipendenza, la “devianza” di alcuni gruppi etnici e sociali rispetto al prototipo dell’uomo bianco consumatore e lavoratore. Per abbattere ogni differenza, che costituisce un pericolo per la stabilità del sistema, fondato sull’omologazione, sull’abbattimento di ogni forma di individualità e specificità, il potere utilizza ogni mezzo possibile. Con le bombe e col “Drive In” si è uccisa ogni alternativa. Chomsky ci mette in guardia. Il suo impegno costituisce un esempio di lotta ma soprattutto di esercizio del pensiero critico e libero.

In altre interviste Chomsky ha dichiarato che l’esercizio di un pensiero critico richiede semplicemente un po’ di apertura mentale e una buona dose di scetticismo. Non richiede particolari competenze, né preparazione politica o filosofica. Il trucco sta nel cogliere argutamente le discrepanze tra la narrazione ideologica e i fatti così come sono. L’intento del filosofo è quello di criticare l’intelligencija che si arroga il monopolio delle interpretazioni degli eventi politici e dei fenomeni sociali, mettendo queste interpretazioni al servizio di interessi particolari.
Su questo punto non si può che essere d’accordo con Chomsky. Tuttavia, bisogna tener conto della complessità del sistema mediatico d’informazione e di propaganda delle società occidentali. È un sistema pluralistico, articolato in modo complesso, in cui è davvero difficile stabilire quali siano i fatti ed elaborare un giudizio sulla base di dati oggettivi. È possibile elaborare un giudizio critico sulla base dei dati di cui siamo forniti, essendo questi narrati sempre sulla base di un interesse particolare?
A mio avviso, l’esercizio delle proprie facoltà critiche non richiede particolare erudizione, e su questo sono pienamente d’accordo con Chomsky. Ma ritengo che la critica sia frutto di una scelta politica precisa, che ci spinge a non accontentarci delle informazioni che impacchettano appositamente per noi poveri uomini-massa, che ci invita a dubitare, e dunque a cercare, e forse, a comprendere. Una scelta che precede l’analisi dei fatti. Una scelta che lo stesso Noam Chomsky ha compiuto.


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