lunedì 10 marzo 2014

Tracce di poesia - Ernesto "Che" Guevara

In "Qu'est que c'est la littérature?" (1948) Sartre scriveva: «Lo scrittore impegnato sa che le parole sono azione: sa che svelare è cambiare, e che non si può svelare se non progettando di cambiare. Ha abbandonato il sogno impossibile di dare un quadro imparziale della Società e della condizione umana. L'uomo è l'essere di fronte al quale nessun essere, nemmeno Dio, può restare imparziale. [...] L'uomo è anche l'essere che non può vedere una situazione senza cambiarla, perché il suo sguardo congela, distrugge o scolpisce o, come fa l'eternità, cambia l'oggetto in se stesso. È nell'amore, nell'odio, nella collera, nella paura, nella gioia, nell'ammirazione, nella speranza, nella disperazione che l'uomo e il mondo si rivelano nella loro verità. [...] Sa che le parole, come dice Brice-Parain, sono "rivoltelle cariche". Se parla, spara.»
Quando Sartre scrive "scrittore" intende "prosatore": il poeta, infatti, non può incarnare la figura dell'intellettuale impegnato. Nella poesia c'è sempre una perdita, un vuoto. Proprio a questa mancanza è imputabile quel "art for art's sake" di matrice wildiana: se si fa arte solo ed esclusivamente per estetica, si rischia di cadere nel vortice della pochezza e dell'inutilità. L'intellettuale è, essenzialmente, la coscienza della società e per palesare la propria essenza deve, per Sartre, scrivere in prosa. 
La domanda sorge spontanea: allora la poesia di Majakovskij? Quella di Neruda? Quella di Che Guevara? 


Ernesto Guevara nasce nel 1928 a Rosario, in Argentina, da una famiglia benestante e acculturata. I genitori di Ernesto, di tendenze liberali e anticlericali, durante la guerra civile in Spagna (1936-1939), si prodigano affinché venga formato un comitato che fornisca aiuto ai Republicanos. 
A causa delle condizioni di salute del piccolo Ernesto, afflitto da asma, la famiglia è costretta a trasferirsi a Còrdoba, la città-sfondo di gran parte dell'infanzia di Ernesto, che si forma intellettualmente leggendo Neruda, Jack London, Jules Verne, Freud e persino Bertrand Russel. Tra le tante attività svolte dal giovane, spicca la fotografia, che costituirà - assieme alla scrittura - una incredibile testimonianza dell'impegno politico del guerrigliero argentino. 
Quando, nel 1945, si trasferisce con la famiglia a Buenos Aires, Ernesto si iscrive alla facoltà di medicina e, nel gennaio del 1950, viaggia in bicicletta fino a Còrdoba, dove viene accolto dalla famiglia del suo amico Alberto Granado, che nel 1951 lo accompagnerà nel famoso viaggio alla scoperta del continente sudamericano prima a bordo della Poderosa II, una motocicletta Northon 300, e poi a piedi. Ernesto annota le impressioni del viaggio nel suo diario "Notas de viaje", che diventerà nel 2004 un film ("I diari della motocicletta"): l'idea che Ernesto, anche influenzato da letture marxiste, partorisce dal viaggio è quella di un Sudamerica devastato dalle diseguaglianze, un Sudamerica che può e deve risorgere in maniera unitaria rovesciando le strutture di potere e ristabilendo una forma di giustizia sociale.
Nel 1953 Ernesto rientra in Argentina e diventa medico, dopo aver sostenuto gli ultimi esami. Riparte immediatamente: è nel dicembre di quello stesso anno che incontra, in Guatemala, la sua prima moglie, Hilda Gadea, una esiliata peruviana che lo avvicina al governo del presidente Jacobo Arbenz Guzmán (che tenta di attuare una rivoluzione sociale attraverso varie riforme) e gli presenta un gruppo di rivoluzionari cubani legati a Fidel Castro, il rivoluzionario che ha scritto dal carcere il "Manifesto alla Nazione", denunciando i crimini della dittatura di Fulgencio Batista. In Guatemala la situazione degenera a seguito di un colpo di stato sostenuto dalla CIA: gli Stati Uniti, secondo il Che, sono una potenza imperialista che ha interessi a frenare l'emancipazione di Paesi in via di sviluppo. Sotto consiglio di Arbenz, il Che (nomignolo che risale a questo periodo) si trasferisce in Messico, dove incontra Fidel Castro e dove aderisce al "Movimento del 26 di luglio", che ha in programma di abbattere la dittatura di Batista. Dal 1956, anno in cui la nave Granma parte alla volta di Cuba, Ernesto si impegna nella guerriglia: è l'inizio della rivoluzione cubana. Nel 1959 Batista fugge e viene instaurato un nuovo governo che nomina Guevara "Cittadino cubano per diritto di nascita" e gli affida ruoli di grande rilievo: a Cuba è il secondo uomo più importante, dopo Castro. Il 1959 è anche l'anno in cui Ernesto divorzia da Hilda per sposare Aleida March, una cubana del "Movimento del 26 di luglio".
A partire dal 1965, dopo una breve latitanza, decide di occuparsi della liberazione degli altri popoli latinoamericani: prima il Congo e poi la Bolivia, dove viene catturato e ucciso dall'esercito nell'ottobre del 1967.

Autoritratto in Thailandia, 1964
L'importanza della scrittura, per il Che, non è solo intimo bisogno di confidarsi, ma è narrazione, inno, lotta e rivoluzione. I versi del guerrigliero argentino trasudano ideologia e evocano un bisogno sostanziale e ineludibile: il bisogno di giustizia sociale. «Il guerrigliero è un riformatore sociale, che prende le armi rispondendo alla protesta carica d'ira del popolo contro i suoi oppressori, e lotta per mutare il regime sociale che mantiene nell'umiliazione e nella miseria tutti i suoi fratelli disarmati» (Da "Scritti, discorsi e diari di guerriglia", 1959-1967): il rivoluzionario (rigorosamente armato) deve far riemergere dall'oblio lo splendore di un'America Latina assoggettata al potere imperialista. La denuncia è chiara e proprio da questa denuncia nasce un ponte che collega Ernesto a Pablo Neruda. D'altronde, non a caso, Ernesto legge "Canto generale" e lo commenta: «Quando il tempo avrà un po' sfumato gli andamenti politici e contemporaneamente - ineluttabilmente - avrà assegnato al popolo la sua definitiva vittoria, questo libro di Neruda si porrà come il più vasto poema sinfonico d'America. [...] È un canto generale d'America che ripercorre tutto ciò che è nostro, dai giganti geografici fino alle povere bestioline del signor monopolio.»
Ecco che la poesia diventa anch'essa impegnata: come potrebbe non esserlo? E come potrebbe l'intellettuale non utilizzare lo strumento di espressione più vicino e affine a sé per urlare? «Ciò significa che all'universo dell'immaginario, del sogno, del fantastico è necessario attribuire un potenziale rivoluzionario, una carica di ribellione, quanto meno simile all'attività liberatoria del guerrigliero che lotta contro la fame nel Terzo Mondo, contro il potere economico che schiaccia e uccide, contro la rapina di colui che possiede già tanto, e ancor più pretende di avere da chi non ha.» (dall'introduzione al libro "Poesie e scritti sulla letteratura e l'arte", a cura di Elena Clementelli e Walter Mauro)

E qui


«Sono meticcio», grida un pittore dalla tavolozza infuocata, 

«Sono meticcio», mi gridano gli animali perseguitati,
«Sono meticcio», esclamano i poeti pellegrini,
«Sono meticcio», riassume l'uomo che mi incontra
nel quotidiano dolore di ogni angolo,
e persino l'enigma di pietra della razza morta
accarezzando una vergine di legno dorato:
«È meticcio questo grottesco figlio delle mie viscere».

Io pure sono meticcio per un altro aspetto:
nella lotta in cui si uniscono e si respingono
le due forze che agitano il mio intelletto,
le forze che mi chiamano sentendo delle mie viscere
lo strano sapore di frutto racchiuso
prima di raggiungere la sua maturità dell'albero.

Mi giro al limite dell'America ispana
ad assaporare un passato che ingloba il continente.
Il ricordo scivola con dolcezza indelebile,
come un lontano suono di campana.


Non c'è arte che sia scevra da una dimensione politica: non è concepibile un'arte che non sia calata nella storia e che dalla storia assorba il suo proprio modo d'essere; le impressioni sensibili si fondono con un sentire più ampio, ideologico, eterno: secoli di soprusi, di aggressioni, di sottomissioni, di sfruttamento. E poi la ribellione, che si sbocconcella in versi di una bellezza inaudita. 

Vecchia Maria

Vecchia Maria, tu vai a morire, 
voglio parlarti seriamente:

La tua vita è stata un rosario completo di agonie, 
non un uomo amato, né salute, né denaro, 
appena la fame da spartire; 
voglio parlare della tua speranza, 
delle tre diverse speranze 
che fabbricò tua figlia senza saper come.

Prendi questa mano d'uomo che pare di bambino 
nelle tue sfregate dal sapone giallo. 
Strofina i tuoi calli duri e le nocche pure 
nella morbida vergogna delle mie mani di medico.

Ascolta, nonna proletaria: 
credi nell'uomo che arriva, 
credi nel futuro che non vedrai mai.

Non pregare il dio inclemente 
che per tutta la vita deluse la tua speranza. 
Non chiedere clemenza alla morte 
per veder crescere le tue grigie carezze; 
i cieli sono sordi e in te comanda il buio; 
soprattutto avrai una rossa vendetta, 
lo giuro per l'esatta dimensione dei miei ideali: 
i tuoi nipoti tutti vivranno l'aurora, 
muori in pace, vecchia combattente.

Vai a morire, vecchia Maria; 
trenta progetti di sudario 
diranno addio con lo sguardo, 
il giorno, tra questi, in cui te ne andrai.

Vai a morire, vecchia Maria, 
rimarranno mute le pareti della sala 
quando la morte si congiungerà con l'asma 
e copuleranno il loro amore nella tua gola.

Quelle tre carezze costruite in bronzo 
(l'unica luce che allevia la tua notte), 
quei tre nipoti vestiti di fame, 
rimpiangeranno i nodi delle vecchie dita 
dove sempre trovavano un sorriso. 
E sarà tutto, vecchia Maria.

La tua vita è stata un rosario di magre agonie, 
non un uomo amato, né salute, letizia, 
appena la fame da spartire, 
la tua vita è stata triste, vecchia Maria.

Quando l'annuncio del riposo eterno 
intorbida il dolore delle tue pupille, 
quando le tue mani di perpetua sguattera 
assorbono l'ultima ingenua carezza, 
pensi a loro... e piangi, 
povera vecchia Maria.

No, non farlo! 
Non pregare il dio indolente 
che per tutta una vita deluse la tua speranza 
e non chiedere clemenza alla morte, 
la tua vita è stata orribilmente vestita di fame, 
e finisce vestita d'asma.

Ma voglio annunciarti, 
con la voce bassa e virile delle speranze, 
la più rossa e virile delle vendette, 
voglio giurarlo per l'esatta 
dimensione dei miei ideali.

Prendi questa mano d'uomo che pare di bambino 
nelle tue sfregate dal sapone giallo, 
strofina i calli duri e le nocche pure 
nella morbida vergogna delle mie mani di medico.

Riposa in pace, vecchia Maria, 
riposa in pace, vecchia combattente, 
i tuoi nipoti tutti vivranno l'aurora, 
LO GIURO.


Persino le parti in prosa (sulla letteratura e sull'arte) non perdono mai del tutto la liricità: il Che scrive inevitabilmente sorretto dall'amore per gli invisibili. Scrive in qualità di lettore, di viaggiatore, di poeta, di guerrigliero, ma mai in qualità di uno solo di questi individui. Ernesto è tutte queste personalità al modo di una sola: fare della sua scrittura (anche quando essa si dedica a considerazioni artistiche) qualcosa di separato dall'impegno politico significherebbe de-naturalizzarla. «Se la silloge di poesie del Che [...] riflette stati d'animo, percezioni del sensibile, slanci di umana vitalità, quando Guevara affronta la storia dell'America Latina nelle sue più profonde strutture, analizzando le radici da cui è poi scaturito il disagio, il malessere, la condizione esistenziale del presente, allora la scrittura comprime il tono di una innata liricità (che appartiene alla mitezza di carattere del guerrigliero liberatore) e va a inoltrarsi nel buio fondo della Storia, con un vigore di schieramento dalla parte delle vittime che sta pure a significare una poetica interpretazione della marxista filosofia della prassi, tutta tesa a sfociare nel conseguimento del socialismo reale come approdo necessario dell'utopia.» E infatti gli scritti sull'arte non sono altro che «commosse ricognizioni sull'arte degli Inca e dei Maya, i due popoli-bersaglio del genocidio della Conquista Spagnola.» 
Il popolo deve essere riscattato e non ci può essere sconfitta: «Hasta la victoria siempre» diventa il motto di chi non può arrendersi, di chi deve lottare (in senso letterale) per garantire possibilità di vita migliori a chi ha conosciuto sempre crepuscoli e mai aurore.
Il Che dà ancora oggi il più grande insegnamento: la rivalsa da un regime di oppressione (che sia politica, ma anche culturale o economica) è ancora possibile, persino quando il numero dei collaborazionisti e dei corrotti sembra maggiore di quello dei sovversivi. E allora hasta siempre, comandante!


domenica 2 febbraio 2014

"Povera gente" di Fëdor Dostoevskij


«Proprio presso una palizzata c'era un tale in disparte e supplicava, dicendo: "Dammi mezza kopeka, signore, per l'amor di Cristo," e con voce tanto aspra, rozza, che mi ha scosso per un certo senso di paura, ma non ho dato la mezza kopeka: non l'avevo. Per di più alla gente ricca non piace che i poveri si lamentino ad alta voce della magra sorte: molestano, sono importuni. Sì, la povertà è sempre importuna: i gemiti degli affamati, certo, disturbano il sonno del ricco!»

Con "Povera gente", il giovane Dostoevskij si affaccia per la prima volta sulla scena letteraria pietroburghese, sollevando un clamore e un successo che sorprendono lui stesso per primo. Animato da una segreta passione per la letteratura e soprattutto per il teatro, il venticinquenne studente di ingegneria dedica parte delle sue notti e tutto il suo tempo libero alla stesura di un romanzo epistolare. La sua opera prima vede la luce dopo nove mesi di gestazione. Senza troppa fiducia nella clemenza dei critici e senza osare sperare nel successo, Dostoevskij porta il manoscritto al poeta Nikolaj Nekrasov e glielo lascia con poche parole. Teme il giudizio del letterato, lo aspetta nervosamente, e tutto si aspetta fuorché di ricevere visite alle quattro del mattino seguente: appena finito di leggere il manoscritto, Nekrasov si precipita a casa sua quasi con le lacrime agli occhi. Giudica il romanzo epistolare un capolavoro. «È apparso un nuovo Gogol'!» sono le parole con cui lo stesso Nekrasov accompagna il manoscritto al momento di sottoporlo a Belinskij, il critico più temuto da Dostoevskij che lo immagina «minaccioso e terribile».
Il manoscritto viene accolto con il massimo dell'entusiasmo dal temuto Belinskij, e per la

sua approvazione (come per i suoi contenuti) incontra immediatamente l'opposizione dei critici e dei lettori reazionari. La storia, semplice e quotidiana, abita la Pietroburgo degli impiegati e degli affittacamere, delle cucitrici e dei mendicanti: la Pietroburgo della povera gente. Makar Djevuskin e Varvara Dobrosjelova, la sua giovane protetta, attraverso un fitto scambio epistolare raccontano di due processi. Il primo, forse ricettacolo di qualche riflesso autobiografico, è quello che vorrebbe fare di Makar uno scrittore: l'uomo nutre questa intima ambizione ma è consapevole dei suoi limiti, in particolare della sua ignoranza. Frequenta il salotto letterario di Ratazjajev, un imbecille borioso del tutto ignaro di cosa sia la buona letteratura, ma che Makar nella sua umiltà vede come un vate, come un grandissimo artista degno di ammirazione, tanto più che gli permette di arrotondare facendolo lavorare presso di sé come copista. Nel corso del romanzo, anche attraverso i giudizi e le letture suggerite dalla più colta Varvara, Makar cerca di nutrire la sua ambizione, confidandola alla giovane, scrivendo un po'. L'indice costante del tragitto percorso è lo stile delle lettere, banale e prolisso al principio, sempre più sofisticato e retorico fino al finale: punteggiatura di tutto l'epistolario, autentica ossessione di Makar e luogo comune della sua espressione, è proprio quel suo desiderio di «formarsi uno stile».
L'altro processo descritto dall'epistolario, è quello veicolato da speranza e fede, che dovrebbe portare (e parzialmente porta) i due protagonisti dal loro stato miserando ad un lieto fino di agiatezza. Il desiderio di riscatto sociale, per sé e per gli altri, permea tutto il romanzo e manifesta quell'inclinazione sovversiva e socialista che porterà Dostoevskij alla condanna a morte, poi commutata in deportazione in Siberia e lavori forzati, solo tre anni più tardi.
L'attenzione per la miseria umana, per la degradazione umiliante del ceto impiegatizio più misero, attraverso il filtro impagabile del talento di Dostoevskij ci regala pagine struggenti, "patetiche" nel senso più puro ed elogiativo del termine: la povertà e l'ingiustizia sociale, la riflessione su quest'ultima, il sentimento vivo della propria oppressione e umiliazione sono i punti a giorno di un tessuto vivo e commovente.
Il parallelo e il contrasto con Gogol' sorgono spontanei. L'impiegato vessato e miserando de "Il cappotto", Akakij Akakievič, beve l'amaro calice della povertà fino alla feccia e per lui non c'è alcun lieto fine, né potrebbe esserci. Makar, che su suggerimento di Varvara legge i racconti di Gogol', si lamenta appunto di questo, di quanto profondamente ingiusto sia che quel personaggio sfortunato sia perseguitato dalla miseria fino all'ultimo. È una questione di speculare simmetria, allora, l'incontro con Sua Eccellenza (la famosa "scena del bottone"), che ribalta gli esiti e le emozioni dell'incontro col Personaggio Importante che infligge l'ennesima umiliazione ad Akakij Akakievič.
Il lieto fine è in parte riconfermato e in parte negato da quanto accade a Varvara: insidiata da un giovane insopportabile ma molto ricco, finisce col concedergli il proprio affetto e la propria mano. Makar resta privato del suo rapporto umano più prezioso, del suo «passerottino»: Varvara smette finalmente di patire le ristrettezze della sua condizione (buon per lei che ha il suo happy ending quasi fiabesco), ma il protagonista rimane immiserito anche di quella sua ultima ricchezza, l'amore per Varvara.

L'unica cosa di cui si avverte fortemente la mancanza, è quello stile meravigliosamente dostoevskijano che possiamo apprezzare nelle opere più tarde, benché in un romanzo epistolare tale mancanza sia necessaria e imprescindibile: l'autore stesso osserva in una lettera come abbia dovuto annullare completamente ogni traccia di sé e del proprio modo di scrivere, delegando ogni espressione agli stili dei personaggi. Tale annullamento è peraltro ottimamente riuscito.
Opera prima curatissima, "Povera gente" contiene in nuce alcuni temi della maturità e preannuncia i capolavori futuri con delicatezza e profondità di sguardo.


«Lì, in qualche angolo fumoso, in qualche canile umido, che per necessità è tenuto alla stregua di un alloggio, un artigiano si è destato dal sonno; e nel sonno, parlando figuratamente, per tutta la notte ha sognato gli stivali che ieri ha rotto senza rimedio, proprio come se un uomo debba sognare una porcheria simile! [...] Proprio qui, in questa stessa casa, a un piano superiore o inferiore, in camere dorate, anche un ricchissimo personaggio, forse, di notte, sogna sempre gli stessi stivali, cioè, stivali di un'altra qualità, di un altro modello, ma nondimeno stivali, poiché nella mia idea qui sottintesa, noi tutti siamo un po' calzolai, cara. Anche questo non sarebbe niente, ma soltanto è vergogna che, accanto a questo ricchissimo personaggio non ci sia un uomo che gli mormori all'orecchio: "Basta, insomma, pensare a una cosa simile, pensare unicamente a te stesso, vivere soltanto per te stesso; tu, dunque, non sei un calzolaio, e i tuoi figli sono sani, tua moglie non chiede pane, guardati intorno, non vedi forse per le tue preoccupazioni un oggetto più nobile dei tuoi stivali?"»

giovedì 9 gennaio 2014

"Scorpione e Felice" di Karl Marx

«Per chi ha conosciuto Marx nessuna leggenda è più ridicola di quella che lo raffigura come un uomo scorbutico, amareggiato, inflessibile e inavvicinabile, una sorta di Giove tonante arroccato nell'Olimpo di una solitudine inaccessibile, perennemente intento a scagliare i suoi fulmini e senza mai un sorriso sulle labbra. Una simile descrizione del più allegro e giocondo degli uomini, dell'uomo dall'umorismo spumeggiante e dal riso irresistibilmente contagioso, del più gentile, tenero e simpatico dei compagni di gioco, è una fonte di perenne stupore e di spasso per chiunque lo abbia conosciuto.»

Queste stupefacenti parole appartengono a Eleanor, la figlia del filosofo tedesco dall'aria burbera e dalla critica spietata. Qualcuno potrebbe pensare che una figliola adorante sia sempre di parte nel descrivere il proprio padre... Eppure, leggere qualche opera di Marx non fa che confermare quegli attributi così sorprendenti di cui fa menzione Eleanor. Un profano della filosofia può sentirsi intimidito di fronte all'immensa mole del Capitale, e anche un lettore avvezzo a testi impegnativi tendenzialmente lo immaginerà come un mattone improponibile, un condensato (uhm, non molto condensato in effetti!) di rigore scientifico, disciplina ideologica, sentenze implacabili. Ebbene, quell'indole burlona di Marx affiora inaspettata anche tra le pagine
dei suoi testi più tecnici e impegnati: si concede battute brillanti con la stessa frequenza di citazioni letterarie e poetiche che rivelano la sua vasta conoscenza umanistica, e un tono fortemente ironico quando non sarcastico pervade tutti i suoi testi.
"Scorpione e Felice" è la testimonianza più pura di questo Marx inaspettato e poco conosciuto: l'apparente nonsense del titolo (che riporta in realtà i nomi dei due protagonisti) è corredato dal sottotitolo definitorio, "romanzo umoristico". Nel 1837, il diciannovenne Karl invia a suo padre un bizzarro regalo di compleanno: alcuni capitoli del manoscritto intitolato "Scorpione e Felice". Più che un romanzo, in realtà, è un anti-romanzo: pervenutoci purtroppo in una forma fortemente frammentata e lacunosa che ne accresce la cripticità e ne mutila il senso, lo scritto giovanile di Marx non sembra molto un'autentica narrazione. La storia di Scorpione, Felice, Merten, Greta, si sfilaccia e perde di vista, un po' per l'assenza di numerosi capitoli andati perduti, un po' per l'attenzione dell'autore che sembrava rivolta a tutt'altro. Infatti, i brevi episodi narrativi sono intercalati da lunghe e brillanti divagazioni: un intero, geniale capitolo è dedicato a «lambiccamenti filologici» sull'origine del nome Merten (e in tale contesto, parlando di uno scoliasta, Marx nota che: «Benché noi non possiamo abbracciare la sua opinione, tuttavia essa merita un apprezzamento critico, giacché è scaturita dallo spirito di un uomo che univa a una straordinaria erudizione una grande capacità di fumare - per cui le sue pergamene erano avvolte dalla sacra esalazione del tabacco ed erano quindi state riempite di oracoli in un sibillino entusiasmo d'incenso»), un altro fornisce una versione alternativa sul senso del celebre incipit giovanneo e sull'essenza del Sacro Verbo (che, scopriamo con stupore, risiede tra le cosce di Greta), da un altro apprendiamo che «il maggiorascato è la lisciviatrice dell'aristocrazia» (proprio così).
Il giovane studente in filosofia non era ancora il grande pensatore che tanto peso avrebbe avuto nella storia dell'Occidente e del mondo, ma dai frammenti di "Scorpione e Felice" trapela una cultura già vasta, piena di riferimenti dotti e ricercati (Hoffmann, Shakespeare, Ovidio, Virgilio, Hegel, Hume, Schiller sono solo alcuni degli autori citati), e quello spirito polemico, decostruttivo e irrequieto che troverà soddisfazione anni dopo nelle critiche a Hegel, a Feuerbach, a Stirner, a Proudhon, ai socialisti utopisti come agli economisti classici, fino a porre il sistema e il metodo marxisti in aperta ostilità contro l'impianto capitalistico-borghese della società.
Un giovane brillante, voglioso di discutere i dogmi indiscutibili e di ritorcersi contro quella borghesia nel cui seno aveva pure avuto la ventura di nascere: tutto il carattere di Marx trasuda da "Scorpione e Felice", che non smette di stupire con il suo tono dissacrante che parodizza e ridicolizza la società del tempo, l'atteggiamento degli accademici, la bigotteria e il filisteismo della borghesia, la religiosità didascalica ed enciclopedica fatta di citazioni latine e legendae aureae sui Santi.

«"Un cavallo, un cavallo, un regno per un cavallo" disse Riccardo III.
"Un uomo, un uomo, me stessa per un uomo" disse Greta.»

Il senso dell'umorismo è il talento di pensare e guardare altrimenti, e la burla è un atteggiamento rivoluzionario. Jean-Paul Sartre era l'incubo dei suoi professori perché non si stancava mai di complottare con i suoi compagni per realizzare scherzi e tormentare gli individui più seriosi. Proprio lui nella novella autobiografica "Gesù la civetta" rivela di essere il «satiro ufficiale» della sua comitiva, ed esalta il canular, l'essere burlone, come autentica forma di sovversione dell'ordine costituito. Poco meno di un secolo prima, Marx mostrava il medesimo spirito e scriveva queste pagine che, benché parziali e frammentarie, si lasciano leggere con curiosità e piacere, regalandoci uno sguardo insolito su un gigante del pensiero.
La bella edizione degli Editori Internazionali Riuniti con testo tedesco a fronte è anche corredata da vignette e annotazioni di Engels, compagno di vita, studio e burle per Marx. E se anche di Engels pensavate fosse un tipo serioso e compito... ricredetevi!

«Noi Friedrich Engels
poeta sommo nel ristorante del municipio di Brema e privilegiato
BEONE
comunichiamo e informiamo a tutti i precedenti, i presenti,
gli assenti e i futuri
che siete tutti asini, creature pigre, che continuano
a essere inferme del tedio della propria esistenza,
canaglie che non mi scrivono e così via.
Dato sul nostro sgabello del bancone
in un momento in cui non avevamo i postumi di uno sbornia.»

martedì 7 gennaio 2014

"La sonata a Kreutzer", Lev Tolstoj

Durante un viaggio in treno, si accende tra un gruppetto di passeggeri, un'interessante discussione sull'amore, sul matrimonio, ed infine sul ruolo sociale, sui diritti e doveri, della donna. Siamo nella Russia di fine Ottocento. Una vivace signora anima il dibattito, sostenendo che i matrimoni contratti per mero interesse non sono dei veri matrimoni, che l'amore dev'essere il sentimento portante di tale istituzione; l'istruzione, il progresso, hanno fatto sì che non ci fossero più i matrimoni di un tempo, in cui i coniugi si conoscevano il giorno delle nozze, e a loro non restava che cercare di amarsi, o di tollerarsi.
Mentre si discorre in questo modo, si avvicina un uomo con delle idee molto particolari: quelle della signora sono tutte sciocchezze, l’amore di cui si sta parlando non esiste. Esiste l’amore carnale, e il matrimonio è l’istituzione, cristiana e borghese, che regola e garantisce lo sfogo della perversità e della meschinità umana. Quella matrimoniale, è una struttura fallace e dannosa per la società: l’uomo e la donna sono attratti in modo animalesco gli uni dagli altri, ma per quanto tempo? Si finisce per ignorarsi, disprezzarsi, e nel peggiore dei casi, per odiarsi. Finché l’odio non spinge all’estrema azione, il delitto.
Alla fine del dibattito, restano soltanto Pozdnyšev, quest’uomo misterioso, e il nostro narratore, al quale sarà raccontata questa storia tormentata, fatta di insaziabile passione erotica, frustrazione e odio.
Pozdnyšev comincia la sua storia parlando della sua adolescenza, periodo in cui la sua innocenza viene corrotta. Le pulsioni sessuali, il pensiero della nudità della donna, sono ricordate come le perversioni di una natura innocente che decade, corrotta dalla società, dagli amici, e dai suoi stessi istinti, per lui disgustosi e allo stesso tempo irresistibili:

«Non conoscevo ancora le donne, ma, come tutti gli sventurati fanciulli del nostro ambiente, non ero più un ragazzo innocente, già da un anno ero stato corrotto dai ragazzi; la donna, non una donna qualunque, ma la donna come qualcosa di dolce, la donna, ogni donna, la nudità della donna mi tormentava già. I miei isolamenti erano impuri. Mi tormentava come si tormentano i novantanove centesimi dei nostri ragazzi. Inorridivo, soffrivo, pregavo e cadevo.»

Una volta insinuatosi il germe della perversione, questo non può far altro che crescere, nutrito dagli istinti sempre più forti e prepotenti, e dalle occasioni che la società impudica e oscena offre continuamente. E così, la vita del giovane prosegue all’insegna della degradazione e del libertinaggio.  Ed era proprio questo comportamento che garantiva l’approvazione sociale, nei salotti e nelle feste, durante le quali, questi “deprevati trentenni” venivano considerati “l’emblema della purezza”.
Dopo un periodo di bagordi e divertimenti, la società richiede che si prenda moglie. E il nostro giovane, perfettamente integrato nei costumi sconci e ipocriti vigenti, decide di prender moglie, e a tal fine, di cercare una ragazza pura e innocente, di buona famiglia e con una buona educazione. 

«Dapprincipio si finge dinanzi alle fanciulle che quella dissolutezza, che riempie metà della vita delle città e perfino delle campagne, che quella dissolutezza non esista affatto. Poi ci si abitua tanto a questa finzione che finalmente si comincia a credere con sincerità, come gli inglesi, che siamo tutti persone morali e viviamo in un mondo morale.»
Tra moralità e seduzione, i due giovani s’innamorano. Cos’è l’amore? Sentimento misterioso ed incomprensibile, sfuggente e penetrante, sembrerebbe impossibile da descrivere, spiegare, tanto che siamo portati a credere che abbia un’origine semidivina. E invece, la spiegazione di Pozdnyšev è di natura fisiologica. L’amore deriva da un eccesso di cibo, e da una sublimazione degli istinti sessuali primordiali, una sorta di reflusso gastroesofageo- psichico. Se viviamo nel benessere, ingurgitiamo più cibo di quanto necessitiamo. Le energie in eccesso, si trasformano in pulsioni sessuali, e queste cercano di  trovare sfogo in ogni modo; se le si trattiene, ecco l’innamoramento. Tutto ciò che di nobile vediamo nell’amore, non è altro che un maldestro tentativo di nobilitare la nostra propensione alle “porcherie”. Il rapporto tre uomini e donne si riduce a questo: gli uomini guardano le donne come oggetti atti a soddisfare le proprie voglie, e le donne si lasciano guardare, desiderose di essere scelte; le donne sono schiave dei desideri degli uomini, ma allo stesso tempo dominano gli uomini, poiché possono eccitare gli istinti maschili, soddisfarli o respingerli a seconda delle esigenze. I rapporti umani non sono altro che il desiderio più o meno sublimato, di una grande ammucchiata: il matrimonio è l’istituzione che regola tale orgia globale.
Con il matrimonio arrivano i figli, con i figli numerosi litigi. Per Pozdnyšev la peggiore perversione matrimoniale è l’accoppiamento durante la gravidanza, è il modo autentico e primordiale con il quale si oltraggia la donna. L’amore ai fini della procreazione è già di per sé deplorevole, ma questo amore fine a se stesso, è semplice dimostrazione del fatto che non siamo altro che squallide bestie. Perché il genere umano dovrebbe sopravvivere? Se il fine del genere umano è il progressivo miglioramento, fino alla meta finale della perfezione, una volta raggiunta questa, noi esseri umani dovremmo estinguerci. La sessualità è un momento di passaggio: permette che una nuova generazione nasca, e che possa avere successo laddove la precedente ha fallito, ossia nell’annullamento della passione stessa. Nonostante tale visione della natura umana, il percorso individuale di Pozdnyšev è tutt’altro che un percorso di ascesi: scende negli inferi della passione, si sporca con il desiderio sessuale, con la gelosia, con la brama di possesso della propria moglie, fino a raggiungere l’apice, il momento tragico dell’omicidio. I litigi vengono narrati con un ritmo violento, che rimanda ad un amplesso: da un banalità qualsiasi, il tono diventa sempre più acceso e drammatico:
“Si sente che da un momento all’altro può cominciare quel tremendo litigio, in cui si ha voglia di uccidere se stessi o lei. Sai che sta per cominciare, e ne hai paura come del fuoco, e perciò vorresti trattenerti, ma l’ira invade tutto il tuo essere. Lei è in una situazione simile, anzi peggiore, dà un’altra interpretazione ad ogni tua parola, attribuendole un significato falso; ed ogni sua parola è imbevuta di veleno; dovunque sa che posso soffrire di più, là appunto mi colpisce. Più si va innanzi, peggio è. Io grido «Taci», o qualcosa del genere. Lei esce precipitosamente dalla stanza, e corre nella camera dei bambini. Io cerco di trattenerla, per finire il discorso e dimostrarle tutto, la prendo per un braccio. Lei finge che le abbia fatto male, e grida…»
Protagonista di questa storia è anche la musica. Un maestro di violino, Truchačevskij, comincia a frequentare la casa dei due coniugi, accompagnando la moglie del protagonista al pianoforte. Pozdnyšev nutre una profonda gelosia, tormenta se stesso con pensieri vorticosi e contraddittori, sostenendo ora di non essere geloso, ora di essere consumato da questo sentimento, ora negando una relazione tra i due, ora avendone la certezza matematica. La musica è come la passione che nutre per sua moglie, lo trascina fuori da sé, oltre i suoi principi, le sue idee, oltre i suoi stessi sentimenti. Ed è una sensazione sublime, gioiosa e terribile. In particolare, è la Sonata a Kreutzer di Beethoven, suonata nel salotto di casa dai due amanti, che lo trascina in un vortice di emozioni contrastanti:
“Dicono che la musica agisca in modo da elevare l’anima: sono sciocchezze, non è vero. Agisce, agisce terribilmente, parlo di me stesso, ma niente affatto in modo da elevare l’anima; non agisce in modo né da elevare, né da abbassare l’anima, ma in modo da eccitare l’anima. Come dirvi? La musica mi costringe a dimenticarmi di me, della mia vera situazione, mi trasporta in una situazione nuova, e che non è la mia; sotto l’influsso della musica mi pare di sentire quello che in realtà non provo, di capire quello che non capisco, di potere quello che non posso.”

Ascoltando questa sonata, Pozdnyšev pensa che forse la sua gelosia è infondata, comincia a vedere un contegno e una severità in sua moglie, che non aveva mai visto prima. Forse ci può essere un altro finale per questa storia. Ma così non è. La passione, sentimento bieco ed immorale, che allontana l’uomo dalla sua umanità,  che tormenta i suoi pensieri attraverso la gelosia, porterà il protagonista a conficcare un pugnale nel costato di sua moglie, con la coscienza dell’orrore della sua azione, ma con una certezza altrettanto crudele: quella di una forza cieca dentro lui, che lo aveva trascinato nell’oblio, e che mai gli avrebbe permesso di rivedere la luce. 

lunedì 6 gennaio 2014

"Latinoamericana" di Ernesto Che Guevara

Impropriamente noto come "I diari della motocicletta", "Latinoamericana" non è un testo politico ed è praticamente scevro da tecnicismi e asserzioni ideologiche o dottrinarie: non espone una verità già conquistata o un'ideologia già acquisita. È un testo snello, a volte poco più sviluppato di un semplice taccuino di appunti, uno zibaldone di pensieri sparsi e un resoconto asciutto e sbarazzino di un viaggio, ma soprattutto, è il racconto dell'acquisizione di un'ideologia, della maturazione di un pensiero che il giovane Ernesto Guevara ha sviluppato nel corso di un lungo e avventuroso viaggio per l'America Latina: è in questo senso che "Latinoamericana" rappresenta un testo cardine del cosiddetto guevarismo.
Alberto Granado (detto Mial), un giovane biochimico, e il suo amico Ernesto Guevara, non ancora il Che ma
 Fuser, uno studente in medicina prossimo alla laurea, lasciano Buenos Aires in sella alla Poderosa II, una Norton 500 M18 del '39, con un bagaglio essenziale e grandi scorte dell'immancabile mate. È il 4 gennaio 1952 e l'America Latina è martoriata e dissanguata dalle multinazionali, gli indios conservano una percezione triste e rassegnata della propria identità culturale, gli operai e i mineros si assoggettano placidamente allo sfruttamento degli yankee e alle devastanti condizioni in cui versano, bisognosi di lavoro. Il giovane Ernesto non ha ancora nozioni esaurienti di tutto questo, ma la realtà dolorosa dell'America Latina è quanto apprenderà dal lungo e avventuroso viaggio. In otto mesi, lui e Alberto attraversano Chile, Perù, Colombia e infine Venezuela, prima in moto e poi a piedi, scroccando passaggi, imbarcandosi come clandestini, perfino arrivando in un'isolata circostanza a pagare un biglietto! La meta è il lebbrosario di San Pablo, in Perù, dove i due giovani intendono prestare opera di volontariato per un paio di settimane. Come per ogni viaggio che sia degno di essere definito tale, l'importante non è l'arrivo a destinazione ma tutto quanto si trova lungo la via. Ernesto si rende conto realmente delle condizioni di quella che chiama Maiuscola America, e che ritiene sia un'unica grande terra, per certi aspetti omogenea, suddivisa fittiziamente in Stati artificiali e inutili. La miseria e l'ingiustizia che imperversano nel continente fanno fermentare in lui quelle vaghe nozioni su socialismo, marxismo, fanonismo. Le condizioni amare e umilianti degli indios esacerbano i sentimenti di Ernesto verso l'imperialismo, lo sfruttamento dei mineros gli fa comprendere ed odiare la natura del capitalismo. Le sue "Notas de viaje" sono appunti frettolosi sulle sue avventure, intercalati da qualche riflessione sull'ideologia che inizia a comporsi e consolidarsi nel suo animo, come reazione alle molte ingiustizie di cui è per la prima volta testimone oculare. È durante il viaggio con Alberto Granado che nasce il Comandante: la persona che rientra a Buenos Aires nella tarda estate del '52 non è lo stesso giovane perplesso e indeciso che era partito otto mesi prima. La storia e la lotta di Che Guevara stanno per incominciare.
"Latinoamericana" è una lettura facile e ispirante, ricca di aneddoti e di confidenze sincere che permettono al lettore di guardare da vicino il giovane Che ancora in formazione e di scoprire le cause della sua ferrea convinzione. È il resoconto di una scelta che diventa sempre più nitida, gradualmente più consapevole: la scelta tra il perseverare di un sistema ingiusto e vessatorio e la lotta ardente e rivoluzionaria. È un cult da non perdere.

«La notte, che si era ritratta al contatto con le sue parole, mi catturava di nuovo, confondendomi dentro di sé; ma, nonostante le sue parole, adesso sapevo... sapevo che nel momento in cui il grande spirito divino avesse separato con un abisso enorme l'umanità in due sole fazioni antagoniste, io sarei stato con il popolo; e so, perché lo vedo scritto nella notte, che io, eclettico dissezionatore di dottrine e psicanalista di dogmi, ululando come un ossesso, assalterò le barricate e le trincee, tingerò di sangue la mia arma e, pazzo di furia, sgozzerò tutti i vinti che cadranno nelle mie mani. E poi mi vedo, come se una stanchezza enorme sgretolasse la mia esaltazione, cadere immolato all'autentica rivoluzione standardizzatrice delle volontà, e pronunciare il "mea culpa" esemplare. Sento già le mie narici dilatate assaporare l'odore acre della polvere da sparo e del sangue, della morte dei nemici; già contraggo il mio corpo, pronto alla battaglia, e preparo il mio essere come se fosse un recinto sacro, perché in esso risuoni con vibrazioni nuove e nuove speranza l'urlo bestiale del proletariato trionfante.»

Nel 2004, Walter Salles ne ha tratto il film "I diari della motocicletta", diventato così celebre da soppiantare spesso il titolo originale del libro con quello dello stesso film (l'edizione seguente della Piccola Biblioteca Oscar Mondadori è appunto sottotitolata così, oltre a riportare un fotogramma del film in copertina). Nel soggetto sono confluite anche le informazioni tratte dal libro di Alberto Granado, "Un gitano sedentario (Con el Che por America Latina)". Il film ha ricevuto due nomination agli Oscar, vincendone uno per la miglior canzone ("Al otro lado del río").
Nella foto, Gael García Bernal nei panni di Fuser (Ernesto).

domenica 1 dicembre 2013

"Orfeo nero" di Jean-Paul Sartre

«I volti neri, queste macchie di notte che ossessionano le nostre giornate, incarnano il lavoro oscuro della Negatività che rode con pazienza i concetti.»

Sartre scrive "Orfeo nero - Una lettura poetica della negritudine" nel 1948 come saggio puramente introduttivo. Scritto per corredare l'"Antologia della nuova poesia negra e malgascia di lingua francese" curata dal Léopold Senghor, all'Orfeo nero è stata oggi riconosciuta la dignità di un testo a sé e proprio come testo in sé concluso è degno di essere letto. Straordinariamente denso e poetico, Orfeo nero non è solo il manifesto del diritto dei popoli colonizzati di poter produrre e possedere una poesia propria, indipendente da quella dei colonizzatori bianchi; è anche l'analisi del valore filosofico della négritude all'interno di una concezione dialettica della storia.
Infatti, se la negritudine è una categoria controversa sul piano antropologico e in buona misura assimilabile ad una forma di razzismo camuffato ed ingenuo, privo di scientificità e teso alla conservazione delle differenze surretiziamente inventate per distinguere le due razze umane, la bianca e la nera, Sartre ha il grande merito di cogliere e mostrare il potente significato storico della negritudine. La parentesi culturale inaugurata da Aimé Césaire e Léopold Senghor è una fase quasi necessaria nello sviluppo dell'umanità e della sua coscienza: è il momento dialettico dell'antitesi.
Risparmio l'esposizione dell'ideologia dell'uomo bianco dominato dalla "ragione ellenica" e dei valori contrapposti, passionali e dionisiaci, nell'uomo nero. Il vero peso della negritudine è nascosto sotto queste incrostazioni contingenti e consiste nella distillazione del

carattere decostruttivo del linguaggio poetico. La poesia, in quanto tale, è la possibilità di ricercare un senso non-concettuale, di forgiare un'episteme non matematizzata, non ossificata. 

«La poesia è una camera oscura nella quale le parole si urtano nei loro giri folli. Collisione nell'aria: si illuminano a vicenda per i loro incendi e cadono in fiamme.»

La poesia è decostruzione, è collisione distruttiva da cui emerge un nuovo ed imprevedibile significato: la poesia nera è il concentrato di questa funzione, perché in seguito ai «cortocircuiti del linguaggio: dietro la caduta in fiamme delle parole intravediamo un grande idolo nero e muto».
La lingua poetica, che è la stessa lingua borghese dei dominatori, viene piegata e forzata per aderire ad uno spirito che non le è proprio, quello dei malgasci e dei neri che non possiedono più una lingua materna originaria. La poesia esplode in tutta la sua potenza di strumento emancipatore, autoidentificativo, autoaffermativo. La negazione contenuta nella poesia è in quanto tale mezzo di liberazione: l'aspetto privativo delle tenebre ne fonde il valore come libertà. Meglio ancora: il nero non è solo la privazione della luce, ma ne è il rifiuto, la distruzione. Vediamo così la decostruzione, la negazione intrinseca alla fase antitetica farsi puro atto rivoluzionario.
Il nero è il rivoluzionario perfetto e la poesia della negritudine è la sua presa di coscienza di essere il proletario del mondo. La coscienza di classe degli operai bianchi dei Paesi occidentali, tuttavia, è oggettiva, costituita scientificamente sulle tesi del plusvalore, della lotta di classe, del materialismo storico-dialettico. La presa di coscienza del nero, invece, è tutta interiore e soggettiva, ancora per via del suo carattere antitetico: non è materia di discorsi economici o tecnici, ma è fonte della poesia.
La negazione spiana la strada (o almeno questo è l'auspicio) ad una terza fase dialettica: quella della sintesi. Nella congiuntura mediana della negritudine, scrive Sartre, dobbiamo provare a negare la fase precedente «strappandoci di dosso le nostre maglie bianche per tentare semplicemente di essere uomini».
La negritudine, allora, non è mera affermazione del nero contro il bianco, ma una fase del processo che porterà all'annullamento delle distinzioni tra il nero e il bianco. L'Orfeo nero è il poeta che discende gli inferi in cerca di Euridice: è l'uomo che torna dall'esilio culturale in cui è stato costretto dalla colonizzazione, che torna ad affondare nelle tenebre per riappropriarsi di sé, della propria identità e della propria dignità, in vista di una sintesi futura di luce e buio.
I neri «non pretendono di essere poeti della notte, ossia della rivolta inutile e della disperazione: annunciano un'aurora».

venerdì 15 novembre 2013

"Il gioco di Gerald" di Stephen King

«Esistono incubi che non scompaiono mai del tutto.»

Jessie è la Brava Mogliettina Burlingame, è la femminista mezza matta Ruth, è il Frugolino del suo papà. Ma, al momento, è soprattutto una donna ammanettata ad un letto.
Lei e suo marito si sono lasciati alle spalle la trafficata Portland per trascorrere un fine settimana tranquillo ma non troppo, laddove l'intimità coniugale deve fare i conti con le tendenze sadomasochistiche dell'avvocato Burlingame. La coppia si rifugia nella casetta sulle sponde del lago Kashwakamak. La stagione è bassa, l'area deserta, la casa praticamente isolata. Gerald ammanetta Jessie ai montanti del letto (con delle manette vere) e poi, colto da malore improvviso, pensa bene di tirare le cuoia. Sua moglie assiste al decesso piena più che altro di stupore (e solo a pagina 50 mostra un minimo di dispiacere per aver visto schiattare il compagno di una vita) e poi riflette tra sé: «Gerald è morto prima di potermi montare in groppa, eppure questa volta mi ha fottuta meglio del solito». Per lei, infatti, è l'inizio di un incubo che istante dopo istante, con l'accrescersi della sua consapevolezza, si fa più concreto e spaventoso. Immobilizzata, isolata dal mondo, accompagnata solo dalle voci «ufesche» delle sue personalità multiple, dal cadavere di Gerald, da un cane randagio che riesce a introdursi in casa e da una presenza lugubre e mostruosa, Jessie deve inventarsi qualcosa per avere salva la vita. Morire di inedia, mezza nuda, come conseguenza di un gioco erotico finito male sarebbe imbarazzante. La portata reale della minaccia si fa strada nella mente di Jessie, riempiendola di panico e spingendola sull'orlo della follia, e trascina con sé il ricordo di un orrore passato mai del tutto sepolto con cui la protagonista deve tornare a misurarsi nella sua sfida per la sopravvivenza.
Stephen King sforna un'altra delle sue trame geniali: un solo personaggio, una sola stanza, un arco temporale ininterrotto di neppure trenta ore. Le unità aristoteliche di azione, tempo e luogo sono radicalizzate e concentrate in un unico nocciolo pulsante di tragedia che pagina dopo pagina cerca di fluire via, verso un difficile lieto fine che la trasformi solo in un «momentaccio» felicemente superato. L'azione è straordinariamente circoscritta, la trama costruita con un lavoro di microchirurgia, lo zoom sui dettagli elevatissimo, la narrazione affidata quasi del tutto a movimenti introspettivi.
L'intuizione è originale e il tentativo estremamente audace: sviluppare un romanzo intero su una struttura così esile, su un'area quasi inestesa di trama e azione è possibile solo ad un autore di genio brillante e comprovato talento. Tuttavia, non innalzerei "Il gioco di Gerald" nel pantheon dei capolavori del Re per una ragione meramente formalistica: in diversi passaggi, lo stile non è all'altezza dell'intenzione e King non è al meglio delle sue possibilità. Non dirò di averlo trovato irriconoscibile, ma il suo procedere a tratti sembra artificioso e un po' forzato. Mi riferisco alla descrizioni dei malesseri della donna ammanettata, ad esempio, che sembrano presi pari pari da un'enciclopedia medica: una lista di sintomi copia-incollata con tanto di termini tecnici e ben poca elaborazione stilistica, un'asettico elenco di complicanze diligentemente studiate e spiattellate al lettore che prenderebbe più a cuore la condizione della vittima se fosse descritta attraverso i suoi occhi (che si presumono emotivamente coinvolti). Mi riferisco alla ricostruzione degli stati d'animo della protagonista, che non trovo del tutto verosimile, soprattutto nelle prime fasi della tragedia. Mi riferisco soprattutto a uno dei vezzi più tipici di King, che è l'uso frequente di similitudini ardite: nel "gioco di Gerald", credo che il Re finisca con lo sfornare delle immagini non solo forzate e infelici ma del tutto ridicole. Ho smarrito il passo preciso (e non ho la minima intenzione di rileggere tutto il libro per trovarlo) ma, giusto per dare un'idea, ad un certo punto la protagonista si dice smarrita come un-non-ricordo-che preda del vento di una notte di marzo senza luna, o una mostruosità simile.
Troppo artificio e troppa costruzione: la protagonista risulta antipatica, l'immedesimazione difficile, le lettura non faticosa ma neppure entusiasmante. Inoltre, in questo libro King si concede di indugiare un po' troppo su luoghi comuni e generalizzazioni di genere, banalizzando delle analisi di tema erotico che potevano essere oggetto di maggiore attenzione (abbondanza di materiale freudiano buttato quasi a caso) e tentando una trasposizione piuttosto ingenua e a tratti irritante di una psiche femminile. Vediamo uno sterile e semplicistico contrapporsi di banalità, del tipo: «più che dotati del pene, gli uomini ne erano afflitti» e «l'unico scopo di una donna è quello di portare a spasso una fica». Ovviamente c'è molta ironia ma non trovo che l'effetto sia molto ben riuscito.
Volendo essere meno pignoli e chiudere bonariamente un occhio sulle questioni stilistiche, possiamo leggere "Il gioco di Gerald" come una fiaba di emancipazione femminile: la Brava Mogliettina Burlingame violenta la propria psiche, costringendosi a far riaffiorare traumi passati, e il proprio corpo, pronta al sacrificio e allo sforzo in vista della liberazione dalle manette che è la liberazione dalla soggezione ai capricci sessuali del marito perverso. Jessie è il femminino che deve attraversare il dolore per approdare all'emancipazione. La neovedova Burlingame riconquista sé stessa, una Jessie padrona del proprio corpo e delle proprie scelte. Una metafora bella ed efficace, se non fosse poco credibile in un autore così maledettamente statunitense da essere a volte incontrollabilmente e forse inavvertitamente maschilista.
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