giovedì 9 gennaio 2014

"Scorpione e Felice" di Karl Marx

«Per chi ha conosciuto Marx nessuna leggenda è più ridicola di quella che lo raffigura come un uomo scorbutico, amareggiato, inflessibile e inavvicinabile, una sorta di Giove tonante arroccato nell'Olimpo di una solitudine inaccessibile, perennemente intento a scagliare i suoi fulmini e senza mai un sorriso sulle labbra. Una simile descrizione del più allegro e giocondo degli uomini, dell'uomo dall'umorismo spumeggiante e dal riso irresistibilmente contagioso, del più gentile, tenero e simpatico dei compagni di gioco, è una fonte di perenne stupore e di spasso per chiunque lo abbia conosciuto.»

Queste stupefacenti parole appartengono a Eleanor, la figlia del filosofo tedesco dall'aria burbera e dalla critica spietata. Qualcuno potrebbe pensare che una figliola adorante sia sempre di parte nel descrivere il proprio padre... Eppure, leggere qualche opera di Marx non fa che confermare quegli attributi così sorprendenti di cui fa menzione Eleanor. Un profano della filosofia può sentirsi intimidito di fronte all'immensa mole del Capitale, e anche un lettore avvezzo a testi impegnativi tendenzialmente lo immaginerà come un mattone improponibile, un condensato (uhm, non molto condensato in effetti!) di rigore scientifico, disciplina ideologica, sentenze implacabili. Ebbene, quell'indole burlona di Marx affiora inaspettata anche tra le pagine
dei suoi testi più tecnici e impegnati: si concede battute brillanti con la stessa frequenza di citazioni letterarie e poetiche che rivelano la sua vasta conoscenza umanistica, e un tono fortemente ironico quando non sarcastico pervade tutti i suoi testi.
"Scorpione e Felice" è la testimonianza più pura di questo Marx inaspettato e poco conosciuto: l'apparente nonsense del titolo (che riporta in realtà i nomi dei due protagonisti) è corredato dal sottotitolo definitorio, "romanzo umoristico". Nel 1837, il diciannovenne Karl invia a suo padre un bizzarro regalo di compleanno: alcuni capitoli del manoscritto intitolato "Scorpione e Felice". Più che un romanzo, in realtà, è un anti-romanzo: pervenutoci purtroppo in una forma fortemente frammentata e lacunosa che ne accresce la cripticità e ne mutila il senso, lo scritto giovanile di Marx non sembra molto un'autentica narrazione. La storia di Scorpione, Felice, Merten, Greta, si sfilaccia e perde di vista, un po' per l'assenza di numerosi capitoli andati perduti, un po' per l'attenzione dell'autore che sembrava rivolta a tutt'altro. Infatti, i brevi episodi narrativi sono intercalati da lunghe e brillanti divagazioni: un intero, geniale capitolo è dedicato a «lambiccamenti filologici» sull'origine del nome Merten (e in tale contesto, parlando di uno scoliasta, Marx nota che: «Benché noi non possiamo abbracciare la sua opinione, tuttavia essa merita un apprezzamento critico, giacché è scaturita dallo spirito di un uomo che univa a una straordinaria erudizione una grande capacità di fumare - per cui le sue pergamene erano avvolte dalla sacra esalazione del tabacco ed erano quindi state riempite di oracoli in un sibillino entusiasmo d'incenso»), un altro fornisce una versione alternativa sul senso del celebre incipit giovanneo e sull'essenza del Sacro Verbo (che, scopriamo con stupore, risiede tra le cosce di Greta), da un altro apprendiamo che «il maggiorascato è la lisciviatrice dell'aristocrazia» (proprio così).
Il giovane studente in filosofia non era ancora il grande pensatore che tanto peso avrebbe avuto nella storia dell'Occidente e del mondo, ma dai frammenti di "Scorpione e Felice" trapela una cultura già vasta, piena di riferimenti dotti e ricercati (Hoffmann, Shakespeare, Ovidio, Virgilio, Hegel, Hume, Schiller sono solo alcuni degli autori citati), e quello spirito polemico, decostruttivo e irrequieto che troverà soddisfazione anni dopo nelle critiche a Hegel, a Feuerbach, a Stirner, a Proudhon, ai socialisti utopisti come agli economisti classici, fino a porre il sistema e il metodo marxisti in aperta ostilità contro l'impianto capitalistico-borghese della società.
Un giovane brillante, voglioso di discutere i dogmi indiscutibili e di ritorcersi contro quella borghesia nel cui seno aveva pure avuto la ventura di nascere: tutto il carattere di Marx trasuda da "Scorpione e Felice", che non smette di stupire con il suo tono dissacrante che parodizza e ridicolizza la società del tempo, l'atteggiamento degli accademici, la bigotteria e il filisteismo della borghesia, la religiosità didascalica ed enciclopedica fatta di citazioni latine e legendae aureae sui Santi.

«"Un cavallo, un cavallo, un regno per un cavallo" disse Riccardo III.
"Un uomo, un uomo, me stessa per un uomo" disse Greta.»

Il senso dell'umorismo è il talento di pensare e guardare altrimenti, e la burla è un atteggiamento rivoluzionario. Jean-Paul Sartre era l'incubo dei suoi professori perché non si stancava mai di complottare con i suoi compagni per realizzare scherzi e tormentare gli individui più seriosi. Proprio lui nella novella autobiografica "Gesù la civetta" rivela di essere il «satiro ufficiale» della sua comitiva, ed esalta il canular, l'essere burlone, come autentica forma di sovversione dell'ordine costituito. Poco meno di un secolo prima, Marx mostrava il medesimo spirito e scriveva queste pagine che, benché parziali e frammentarie, si lasciano leggere con curiosità e piacere, regalandoci uno sguardo insolito su un gigante del pensiero.
La bella edizione degli Editori Internazionali Riuniti con testo tedesco a fronte è anche corredata da vignette e annotazioni di Engels, compagno di vita, studio e burle per Marx. E se anche di Engels pensavate fosse un tipo serioso e compito... ricredetevi!

«Noi Friedrich Engels
poeta sommo nel ristorante del municipio di Brema e privilegiato
BEONE
comunichiamo e informiamo a tutti i precedenti, i presenti,
gli assenti e i futuri
che siete tutti asini, creature pigre, che continuano
a essere inferme del tedio della propria esistenza,
canaglie che non mi scrivono e così via.
Dato sul nostro sgabello del bancone
in un momento in cui non avevamo i postumi di uno sbornia.»

martedì 7 gennaio 2014

"La sonata a Kreutzer", Lev Tolstoj

Durante un viaggio in treno, si accende tra un gruppetto di passeggeri, un'interessante discussione sull'amore, sul matrimonio, ed infine sul ruolo sociale, sui diritti e doveri, della donna. Siamo nella Russia di fine Ottocento. Una vivace signora anima il dibattito, sostenendo che i matrimoni contratti per mero interesse non sono dei veri matrimoni, che l'amore dev'essere il sentimento portante di tale istituzione; l'istruzione, il progresso, hanno fatto sì che non ci fossero più i matrimoni di un tempo, in cui i coniugi si conoscevano il giorno delle nozze, e a loro non restava che cercare di amarsi, o di tollerarsi.
Mentre si discorre in questo modo, si avvicina un uomo con delle idee molto particolari: quelle della signora sono tutte sciocchezze, l’amore di cui si sta parlando non esiste. Esiste l’amore carnale, e il matrimonio è l’istituzione, cristiana e borghese, che regola e garantisce lo sfogo della perversità e della meschinità umana. Quella matrimoniale, è una struttura fallace e dannosa per la società: l’uomo e la donna sono attratti in modo animalesco gli uni dagli altri, ma per quanto tempo? Si finisce per ignorarsi, disprezzarsi, e nel peggiore dei casi, per odiarsi. Finché l’odio non spinge all’estrema azione, il delitto.
Alla fine del dibattito, restano soltanto Pozdnyšev, quest’uomo misterioso, e il nostro narratore, al quale sarà raccontata questa storia tormentata, fatta di insaziabile passione erotica, frustrazione e odio.
Pozdnyšev comincia la sua storia parlando della sua adolescenza, periodo in cui la sua innocenza viene corrotta. Le pulsioni sessuali, il pensiero della nudità della donna, sono ricordate come le perversioni di una natura innocente che decade, corrotta dalla società, dagli amici, e dai suoi stessi istinti, per lui disgustosi e allo stesso tempo irresistibili:

«Non conoscevo ancora le donne, ma, come tutti gli sventurati fanciulli del nostro ambiente, non ero più un ragazzo innocente, già da un anno ero stato corrotto dai ragazzi; la donna, non una donna qualunque, ma la donna come qualcosa di dolce, la donna, ogni donna, la nudità della donna mi tormentava già. I miei isolamenti erano impuri. Mi tormentava come si tormentano i novantanove centesimi dei nostri ragazzi. Inorridivo, soffrivo, pregavo e cadevo.»

Una volta insinuatosi il germe della perversione, questo non può far altro che crescere, nutrito dagli istinti sempre più forti e prepotenti, e dalle occasioni che la società impudica e oscena offre continuamente. E così, la vita del giovane prosegue all’insegna della degradazione e del libertinaggio.  Ed era proprio questo comportamento che garantiva l’approvazione sociale, nei salotti e nelle feste, durante le quali, questi “deprevati trentenni” venivano considerati “l’emblema della purezza”.
Dopo un periodo di bagordi e divertimenti, la società richiede che si prenda moglie. E il nostro giovane, perfettamente integrato nei costumi sconci e ipocriti vigenti, decide di prender moglie, e a tal fine, di cercare una ragazza pura e innocente, di buona famiglia e con una buona educazione. 

«Dapprincipio si finge dinanzi alle fanciulle che quella dissolutezza, che riempie metà della vita delle città e perfino delle campagne, che quella dissolutezza non esista affatto. Poi ci si abitua tanto a questa finzione che finalmente si comincia a credere con sincerità, come gli inglesi, che siamo tutti persone morali e viviamo in un mondo morale.»
Tra moralità e seduzione, i due giovani s’innamorano. Cos’è l’amore? Sentimento misterioso ed incomprensibile, sfuggente e penetrante, sembrerebbe impossibile da descrivere, spiegare, tanto che siamo portati a credere che abbia un’origine semidivina. E invece, la spiegazione di Pozdnyšev è di natura fisiologica. L’amore deriva da un eccesso di cibo, e da una sublimazione degli istinti sessuali primordiali, una sorta di reflusso gastroesofageo- psichico. Se viviamo nel benessere, ingurgitiamo più cibo di quanto necessitiamo. Le energie in eccesso, si trasformano in pulsioni sessuali, e queste cercano di  trovare sfogo in ogni modo; se le si trattiene, ecco l’innamoramento. Tutto ciò che di nobile vediamo nell’amore, non è altro che un maldestro tentativo di nobilitare la nostra propensione alle “porcherie”. Il rapporto tre uomini e donne si riduce a questo: gli uomini guardano le donne come oggetti atti a soddisfare le proprie voglie, e le donne si lasciano guardare, desiderose di essere scelte; le donne sono schiave dei desideri degli uomini, ma allo stesso tempo dominano gli uomini, poiché possono eccitare gli istinti maschili, soddisfarli o respingerli a seconda delle esigenze. I rapporti umani non sono altro che il desiderio più o meno sublimato, di una grande ammucchiata: il matrimonio è l’istituzione che regola tale orgia globale.
Con il matrimonio arrivano i figli, con i figli numerosi litigi. Per Pozdnyšev la peggiore perversione matrimoniale è l’accoppiamento durante la gravidanza, è il modo autentico e primordiale con il quale si oltraggia la donna. L’amore ai fini della procreazione è già di per sé deplorevole, ma questo amore fine a se stesso, è semplice dimostrazione del fatto che non siamo altro che squallide bestie. Perché il genere umano dovrebbe sopravvivere? Se il fine del genere umano è il progressivo miglioramento, fino alla meta finale della perfezione, una volta raggiunta questa, noi esseri umani dovremmo estinguerci. La sessualità è un momento di passaggio: permette che una nuova generazione nasca, e che possa avere successo laddove la precedente ha fallito, ossia nell’annullamento della passione stessa. Nonostante tale visione della natura umana, il percorso individuale di Pozdnyšev è tutt’altro che un percorso di ascesi: scende negli inferi della passione, si sporca con il desiderio sessuale, con la gelosia, con la brama di possesso della propria moglie, fino a raggiungere l’apice, il momento tragico dell’omicidio. I litigi vengono narrati con un ritmo violento, che rimanda ad un amplesso: da un banalità qualsiasi, il tono diventa sempre più acceso e drammatico:
“Si sente che da un momento all’altro può cominciare quel tremendo litigio, in cui si ha voglia di uccidere se stessi o lei. Sai che sta per cominciare, e ne hai paura come del fuoco, e perciò vorresti trattenerti, ma l’ira invade tutto il tuo essere. Lei è in una situazione simile, anzi peggiore, dà un’altra interpretazione ad ogni tua parola, attribuendole un significato falso; ed ogni sua parola è imbevuta di veleno; dovunque sa che posso soffrire di più, là appunto mi colpisce. Più si va innanzi, peggio è. Io grido «Taci», o qualcosa del genere. Lei esce precipitosamente dalla stanza, e corre nella camera dei bambini. Io cerco di trattenerla, per finire il discorso e dimostrarle tutto, la prendo per un braccio. Lei finge che le abbia fatto male, e grida…»
Protagonista di questa storia è anche la musica. Un maestro di violino, Truchačevskij, comincia a frequentare la casa dei due coniugi, accompagnando la moglie del protagonista al pianoforte. Pozdnyšev nutre una profonda gelosia, tormenta se stesso con pensieri vorticosi e contraddittori, sostenendo ora di non essere geloso, ora di essere consumato da questo sentimento, ora negando una relazione tra i due, ora avendone la certezza matematica. La musica è come la passione che nutre per sua moglie, lo trascina fuori da sé, oltre i suoi principi, le sue idee, oltre i suoi stessi sentimenti. Ed è una sensazione sublime, gioiosa e terribile. In particolare, è la Sonata a Kreutzer di Beethoven, suonata nel salotto di casa dai due amanti, che lo trascina in un vortice di emozioni contrastanti:
“Dicono che la musica agisca in modo da elevare l’anima: sono sciocchezze, non è vero. Agisce, agisce terribilmente, parlo di me stesso, ma niente affatto in modo da elevare l’anima; non agisce in modo né da elevare, né da abbassare l’anima, ma in modo da eccitare l’anima. Come dirvi? La musica mi costringe a dimenticarmi di me, della mia vera situazione, mi trasporta in una situazione nuova, e che non è la mia; sotto l’influsso della musica mi pare di sentire quello che in realtà non provo, di capire quello che non capisco, di potere quello che non posso.”

Ascoltando questa sonata, Pozdnyšev pensa che forse la sua gelosia è infondata, comincia a vedere un contegno e una severità in sua moglie, che non aveva mai visto prima. Forse ci può essere un altro finale per questa storia. Ma così non è. La passione, sentimento bieco ed immorale, che allontana l’uomo dalla sua umanità,  che tormenta i suoi pensieri attraverso la gelosia, porterà il protagonista a conficcare un pugnale nel costato di sua moglie, con la coscienza dell’orrore della sua azione, ma con una certezza altrettanto crudele: quella di una forza cieca dentro lui, che lo aveva trascinato nell’oblio, e che mai gli avrebbe permesso di rivedere la luce. 

lunedì 6 gennaio 2014

"Latinoamericana" di Ernesto Che Guevara

Impropriamente noto come "I diari della motocicletta", "Latinoamericana" non è un testo politico ed è praticamente scevro da tecnicismi e asserzioni ideologiche o dottrinarie: non espone una verità già conquistata o un'ideologia già acquisita. È un testo snello, a volte poco più sviluppato di un semplice taccuino di appunti, uno zibaldone di pensieri sparsi e un resoconto asciutto e sbarazzino di un viaggio, ma soprattutto, è il racconto dell'acquisizione di un'ideologia, della maturazione di un pensiero che il giovane Ernesto Guevara ha sviluppato nel corso di un lungo e avventuroso viaggio per l'America Latina: è in questo senso che "Latinoamericana" rappresenta un testo cardine del cosiddetto guevarismo.
Alberto Granado (detto Mial), un giovane biochimico, e il suo amico Ernesto Guevara, non ancora il Che ma
 Fuser, uno studente in medicina prossimo alla laurea, lasciano Buenos Aires in sella alla Poderosa II, una Norton 500 M18 del '39, con un bagaglio essenziale e grandi scorte dell'immancabile mate. È il 4 gennaio 1952 e l'America Latina è martoriata e dissanguata dalle multinazionali, gli indios conservano una percezione triste e rassegnata della propria identità culturale, gli operai e i mineros si assoggettano placidamente allo sfruttamento degli yankee e alle devastanti condizioni in cui versano, bisognosi di lavoro. Il giovane Ernesto non ha ancora nozioni esaurienti di tutto questo, ma la realtà dolorosa dell'America Latina è quanto apprenderà dal lungo e avventuroso viaggio. In otto mesi, lui e Alberto attraversano Chile, Perù, Colombia e infine Venezuela, prima in moto e poi a piedi, scroccando passaggi, imbarcandosi come clandestini, perfino arrivando in un'isolata circostanza a pagare un biglietto! La meta è il lebbrosario di San Pablo, in Perù, dove i due giovani intendono prestare opera di volontariato per un paio di settimane. Come per ogni viaggio che sia degno di essere definito tale, l'importante non è l'arrivo a destinazione ma tutto quanto si trova lungo la via. Ernesto si rende conto realmente delle condizioni di quella che chiama Maiuscola America, e che ritiene sia un'unica grande terra, per certi aspetti omogenea, suddivisa fittiziamente in Stati artificiali e inutili. La miseria e l'ingiustizia che imperversano nel continente fanno fermentare in lui quelle vaghe nozioni su socialismo, marxismo, fanonismo. Le condizioni amare e umilianti degli indios esacerbano i sentimenti di Ernesto verso l'imperialismo, lo sfruttamento dei mineros gli fa comprendere ed odiare la natura del capitalismo. Le sue "Notas de viaje" sono appunti frettolosi sulle sue avventure, intercalati da qualche riflessione sull'ideologia che inizia a comporsi e consolidarsi nel suo animo, come reazione alle molte ingiustizie di cui è per la prima volta testimone oculare. È durante il viaggio con Alberto Granado che nasce il Comandante: la persona che rientra a Buenos Aires nella tarda estate del '52 non è lo stesso giovane perplesso e indeciso che era partito otto mesi prima. La storia e la lotta di Che Guevara stanno per incominciare.
"Latinoamericana" è una lettura facile e ispirante, ricca di aneddoti e di confidenze sincere che permettono al lettore di guardare da vicino il giovane Che ancora in formazione e di scoprire le cause della sua ferrea convinzione. È il resoconto di una scelta che diventa sempre più nitida, gradualmente più consapevole: la scelta tra il perseverare di un sistema ingiusto e vessatorio e la lotta ardente e rivoluzionaria. È un cult da non perdere.

«La notte, che si era ritratta al contatto con le sue parole, mi catturava di nuovo, confondendomi dentro di sé; ma, nonostante le sue parole, adesso sapevo... sapevo che nel momento in cui il grande spirito divino avesse separato con un abisso enorme l'umanità in due sole fazioni antagoniste, io sarei stato con il popolo; e so, perché lo vedo scritto nella notte, che io, eclettico dissezionatore di dottrine e psicanalista di dogmi, ululando come un ossesso, assalterò le barricate e le trincee, tingerò di sangue la mia arma e, pazzo di furia, sgozzerò tutti i vinti che cadranno nelle mie mani. E poi mi vedo, come se una stanchezza enorme sgretolasse la mia esaltazione, cadere immolato all'autentica rivoluzione standardizzatrice delle volontà, e pronunciare il "mea culpa" esemplare. Sento già le mie narici dilatate assaporare l'odore acre della polvere da sparo e del sangue, della morte dei nemici; già contraggo il mio corpo, pronto alla battaglia, e preparo il mio essere come se fosse un recinto sacro, perché in esso risuoni con vibrazioni nuove e nuove speranza l'urlo bestiale del proletariato trionfante.»

Nel 2004, Walter Salles ne ha tratto il film "I diari della motocicletta", diventato così celebre da soppiantare spesso il titolo originale del libro con quello dello stesso film (l'edizione seguente della Piccola Biblioteca Oscar Mondadori è appunto sottotitolata così, oltre a riportare un fotogramma del film in copertina). Nel soggetto sono confluite anche le informazioni tratte dal libro di Alberto Granado, "Un gitano sedentario (Con el Che por America Latina)". Il film ha ricevuto due nomination agli Oscar, vincendone uno per la miglior canzone ("Al otro lado del río").
Nella foto, Gael García Bernal nei panni di Fuser (Ernesto).

domenica 1 dicembre 2013

"Orfeo nero" di Jean-Paul Sartre

«I volti neri, queste macchie di notte che ossessionano le nostre giornate, incarnano il lavoro oscuro della Negatività che rode con pazienza i concetti.»

Sartre scrive "Orfeo nero - Una lettura poetica della negritudine" nel 1948 come saggio puramente introduttivo. Scritto per corredare l'"Antologia della nuova poesia negra e malgascia di lingua francese" curata dal Léopold Senghor, all'Orfeo nero è stata oggi riconosciuta la dignità di un testo a sé e proprio come testo in sé concluso è degno di essere letto. Straordinariamente denso e poetico, Orfeo nero non è solo il manifesto del diritto dei popoli colonizzati di poter produrre e possedere una poesia propria, indipendente da quella dei colonizzatori bianchi; è anche l'analisi del valore filosofico della négritude all'interno di una concezione dialettica della storia.
Infatti, se la negritudine è una categoria controversa sul piano antropologico e in buona misura assimilabile ad una forma di razzismo camuffato ed ingenuo, privo di scientificità e teso alla conservazione delle differenze surretiziamente inventate per distinguere le due razze umane, la bianca e la nera, Sartre ha il grande merito di cogliere e mostrare il potente significato storico della negritudine. La parentesi culturale inaugurata da Aimé Césaire e Léopold Senghor è una fase quasi necessaria nello sviluppo dell'umanità e della sua coscienza: è il momento dialettico dell'antitesi.
Risparmio l'esposizione dell'ideologia dell'uomo bianco dominato dalla "ragione ellenica" e dei valori contrapposti, passionali e dionisiaci, nell'uomo nero. Il vero peso della negritudine è nascosto sotto queste incrostazioni contingenti e consiste nella distillazione del

carattere decostruttivo del linguaggio poetico. La poesia, in quanto tale, è la possibilità di ricercare un senso non-concettuale, di forgiare un'episteme non matematizzata, non ossificata. 

«La poesia è una camera oscura nella quale le parole si urtano nei loro giri folli. Collisione nell'aria: si illuminano a vicenda per i loro incendi e cadono in fiamme.»

La poesia è decostruzione, è collisione distruttiva da cui emerge un nuovo ed imprevedibile significato: la poesia nera è il concentrato di questa funzione, perché in seguito ai «cortocircuiti del linguaggio: dietro la caduta in fiamme delle parole intravediamo un grande idolo nero e muto».
La lingua poetica, che è la stessa lingua borghese dei dominatori, viene piegata e forzata per aderire ad uno spirito che non le è proprio, quello dei malgasci e dei neri che non possiedono più una lingua materna originaria. La poesia esplode in tutta la sua potenza di strumento emancipatore, autoidentificativo, autoaffermativo. La negazione contenuta nella poesia è in quanto tale mezzo di liberazione: l'aspetto privativo delle tenebre ne fonde il valore come libertà. Meglio ancora: il nero non è solo la privazione della luce, ma ne è il rifiuto, la distruzione. Vediamo così la decostruzione, la negazione intrinseca alla fase antitetica farsi puro atto rivoluzionario.
Il nero è il rivoluzionario perfetto e la poesia della negritudine è la sua presa di coscienza di essere il proletario del mondo. La coscienza di classe degli operai bianchi dei Paesi occidentali, tuttavia, è oggettiva, costituita scientificamente sulle tesi del plusvalore, della lotta di classe, del materialismo storico-dialettico. La presa di coscienza del nero, invece, è tutta interiore e soggettiva, ancora per via del suo carattere antitetico: non è materia di discorsi economici o tecnici, ma è fonte della poesia.
La negazione spiana la strada (o almeno questo è l'auspicio) ad una terza fase dialettica: quella della sintesi. Nella congiuntura mediana della negritudine, scrive Sartre, dobbiamo provare a negare la fase precedente «strappandoci di dosso le nostre maglie bianche per tentare semplicemente di essere uomini».
La negritudine, allora, non è mera affermazione del nero contro il bianco, ma una fase del processo che porterà all'annullamento delle distinzioni tra il nero e il bianco. L'Orfeo nero è il poeta che discende gli inferi in cerca di Euridice: è l'uomo che torna dall'esilio culturale in cui è stato costretto dalla colonizzazione, che torna ad affondare nelle tenebre per riappropriarsi di sé, della propria identità e della propria dignità, in vista di una sintesi futura di luce e buio.
I neri «non pretendono di essere poeti della notte, ossia della rivolta inutile e della disperazione: annunciano un'aurora».

venerdì 15 novembre 2013

"Il gioco di Gerald" di Stephen King

«Esistono incubi che non scompaiono mai del tutto.»

Jessie è la Brava Mogliettina Burlingame, è la femminista mezza matta Ruth, è il Frugolino del suo papà. Ma, al momento, è soprattutto una donna ammanettata ad un letto.
Lei e suo marito si sono lasciati alle spalle la trafficata Portland per trascorrere un fine settimana tranquillo ma non troppo, laddove l'intimità coniugale deve fare i conti con le tendenze sadomasochistiche dell'avvocato Burlingame. La coppia si rifugia nella casetta sulle sponde del lago Kashwakamak. La stagione è bassa, l'area deserta, la casa praticamente isolata. Gerald ammanetta Jessie ai montanti del letto (con delle manette vere) e poi, colto da malore improvviso, pensa bene di tirare le cuoia. Sua moglie assiste al decesso piena più che altro di stupore (e solo a pagina 50 mostra un minimo di dispiacere per aver visto schiattare il compagno di una vita) e poi riflette tra sé: «Gerald è morto prima di potermi montare in groppa, eppure questa volta mi ha fottuta meglio del solito». Per lei, infatti, è l'inizio di un incubo che istante dopo istante, con l'accrescersi della sua consapevolezza, si fa più concreto e spaventoso. Immobilizzata, isolata dal mondo, accompagnata solo dalle voci «ufesche» delle sue personalità multiple, dal cadavere di Gerald, da un cane randagio che riesce a introdursi in casa e da una presenza lugubre e mostruosa, Jessie deve inventarsi qualcosa per avere salva la vita. Morire di inedia, mezza nuda, come conseguenza di un gioco erotico finito male sarebbe imbarazzante. La portata reale della minaccia si fa strada nella mente di Jessie, riempiendola di panico e spingendola sull'orlo della follia, e trascina con sé il ricordo di un orrore passato mai del tutto sepolto con cui la protagonista deve tornare a misurarsi nella sua sfida per la sopravvivenza.
Stephen King sforna un'altra delle sue trame geniali: un solo personaggio, una sola stanza, un arco temporale ininterrotto di neppure trenta ore. Le unità aristoteliche di azione, tempo e luogo sono radicalizzate e concentrate in un unico nocciolo pulsante di tragedia che pagina dopo pagina cerca di fluire via, verso un difficile lieto fine che la trasformi solo in un «momentaccio» felicemente superato. L'azione è straordinariamente circoscritta, la trama costruita con un lavoro di microchirurgia, lo zoom sui dettagli elevatissimo, la narrazione affidata quasi del tutto a movimenti introspettivi.
L'intuizione è originale e il tentativo estremamente audace: sviluppare un romanzo intero su una struttura così esile, su un'area quasi inestesa di trama e azione è possibile solo ad un autore di genio brillante e comprovato talento. Tuttavia, non innalzerei "Il gioco di Gerald" nel pantheon dei capolavori del Re per una ragione meramente formalistica: in diversi passaggi, lo stile non è all'altezza dell'intenzione e King non è al meglio delle sue possibilità. Non dirò di averlo trovato irriconoscibile, ma il suo procedere a tratti sembra artificioso e un po' forzato. Mi riferisco alla descrizioni dei malesseri della donna ammanettata, ad esempio, che sembrano presi pari pari da un'enciclopedia medica: una lista di sintomi copia-incollata con tanto di termini tecnici e ben poca elaborazione stilistica, un'asettico elenco di complicanze diligentemente studiate e spiattellate al lettore che prenderebbe più a cuore la condizione della vittima se fosse descritta attraverso i suoi occhi (che si presumono emotivamente coinvolti). Mi riferisco alla ricostruzione degli stati d'animo della protagonista, che non trovo del tutto verosimile, soprattutto nelle prime fasi della tragedia. Mi riferisco soprattutto a uno dei vezzi più tipici di King, che è l'uso frequente di similitudini ardite: nel "gioco di Gerald", credo che il Re finisca con lo sfornare delle immagini non solo forzate e infelici ma del tutto ridicole. Ho smarrito il passo preciso (e non ho la minima intenzione di rileggere tutto il libro per trovarlo) ma, giusto per dare un'idea, ad un certo punto la protagonista si dice smarrita come un-non-ricordo-che preda del vento di una notte di marzo senza luna, o una mostruosità simile.
Troppo artificio e troppa costruzione: la protagonista risulta antipatica, l'immedesimazione difficile, le lettura non faticosa ma neppure entusiasmante. Inoltre, in questo libro King si concede di indugiare un po' troppo su luoghi comuni e generalizzazioni di genere, banalizzando delle analisi di tema erotico che potevano essere oggetto di maggiore attenzione (abbondanza di materiale freudiano buttato quasi a caso) e tentando una trasposizione piuttosto ingenua e a tratti irritante di una psiche femminile. Vediamo uno sterile e semplicistico contrapporsi di banalità, del tipo: «più che dotati del pene, gli uomini ne erano afflitti» e «l'unico scopo di una donna è quello di portare a spasso una fica». Ovviamente c'è molta ironia ma non trovo che l'effetto sia molto ben riuscito.
Volendo essere meno pignoli e chiudere bonariamente un occhio sulle questioni stilistiche, possiamo leggere "Il gioco di Gerald" come una fiaba di emancipazione femminile: la Brava Mogliettina Burlingame violenta la propria psiche, costringendosi a far riaffiorare traumi passati, e il proprio corpo, pronta al sacrificio e allo sforzo in vista della liberazione dalle manette che è la liberazione dalla soggezione ai capricci sessuali del marito perverso. Jessie è il femminino che deve attraversare il dolore per approdare all'emancipazione. La neovedova Burlingame riconquista sé stessa, una Jessie padrona del proprio corpo e delle proprie scelte. Una metafora bella ed efficace, se non fosse poco credibile in un autore così maledettamente statunitense da essere a volte incontrollabilmente e forse inavvertitamente maschilista.

venerdì 1 novembre 2013

"Puerto Escondido" di Pino Cacucci

«Non l'ho mai sentita come una casa vera; le cianfrusaglie che ho accumulato alla rinfusa sono rimaste sempre in posizioni precarie, in attesa di qualcosa. Non c'è niente di indispensabile, qui dentro. Speravo di cambiare città per un motivo di lavoro, di innamoramento, di schifo per tutto, per un'occasione che forse non ho mai cercato sul serio. E magari sarei rimasto qui per sempre, a sopravvivere come ho fatto finora.»


L'anonimo protagonista trascina trascina la sua esistenza vuota e priva di stimoli in una Bologna asettica e inospitale, o almeno percepita come tale da quello che si autodefinisce «un disadattato» invidioso dei giovani che riescono ad essere (o apparire) felici. Ha una house ma non una home: si limita ad una sopravvivenza fisiologica. Inserito in modo maldestro e superficiale nella società, privo di legami affettivi e
scopi esistenziali, il protagonista che Cacucci mantiene (con un tocco di classe e una perfetta coerenza) nell'anonimato vive in uno stato di scontentezza cronica e solitudine. Le sue pulsioni più umane, ambizioni e sentimenti, sono come anestetizzate.
A scuotere la sua vita scialba e insignificante è il commissario Schiassi, un personaggio controverso, sanguinario ma estremamente bisognoso di affetto, praticamente folle, in ultima analisi assolutamente amabile. Prima cerca di assassinare il protagonista, poi si convince di aver trovato in lui il proprio unico amico e si salda alle sue costole. Proprio per sfuggire all'affetto del bizzarro commissario dal grilletto facile, il protagonista fugge alla volta dell'isola d'Elba.
Sulla sua strada incrocia Aivly, una donna misteriosa e intrigante che prima affascina il giovane fuggitivo e poi si richiude nella propria stranezza e nei suoi loschi affari. Il fulmineo e intenso innamoramento del protagonista è raccontato in un modo molto femminile: interiore, delicato, sofferto, come il relativo (brusco) allontanamento di lei.

«C'è stato un momento in cui forse ha smesso di fingere. Non so quanto sia durato, ricordo solo quella sensazione di naturalezza più forte dei nostri nervi contorti. La guardo di spalle, ripercorro la sua pelle, e mi cresce dentro una desolazione infinita, un bisogno di afferrarti e scuoterti e urlarti perché adesso sei così diversa.»


Prima catturato e ammanettato nella cabina di una barca, poi liberato (in maniera molto piratesca) in vista di una costa, il protagonista finisce innamorato e abbandonato, squattrinato e disorientato a Barcellona. Lì incontra altri giovani, figli come lui di una generazione smarrita e triste, che si stordisce nell'alcol e nella droga per rifuggire il senso di vuotezza, inadeguatezza, solitudine. Bazzica i locali più alternativi, resta coinvolto in zuffe, si fa di tutte le droghe che gli passino a tiro, si avvicina a Pill, punk nerovestita che si occupa di lettering e non ha mai fame. Arriva a pensare di fermarsi, almeno per un po'. L'illusione di aver trovato un senso e una casa vengono frantumate dall'arrivo sorprendente di Schiassi che spinge il protagonista ad una nuova fuga. Così, tra scambi di persona, viaggi esasperanti avventure contorte, il protagonista arriva in Messico.
Lì trova un «sole che carbonizza i capelli e fa colare il cervello dal naso», il compaesano Elio che prima lo deruba e poi lo coinvolge nel narcotraffico, ma soprattutto trova «un senso di vastità che in Europa si è estinto nella memoria genetica da almeno dieci generazioni».
A Puerto Escondido, meta di surfisti e di criminali, tra viaggi su una «corriera tenuta assieme coi miracoli», sparatorie, roghi di marijuana, tejónes e altri animali sconosciuti all'Europa, poliziotti-criminali, furti (subiti e compiuti), il protagonista trova nuovi amici e ritrova vecchie conoscenze. Forse è la sua destinazione finale, forse non può esserlo perché la ricerca di un senso è destinata a rimanere insoddisfatta. Di sicuro è la tappa di un'avventura dentro sé stesso e la vita messicana, coi suoi ritmi distanti dalla frenesia europea, è il nuovo paio di lenti con cui guardare a una vita rinnovata. 
"Puerto Escondido" non è uno spuntino, né un pasto ordinario, ma una colossale abbuffata che lascia un po' intontiti ma estremamente soddisfatti. È un libro estremamente accurato, brillante, caleidoscopico, ricco, divertente, trascinante. Ha uno spirito meravigliosamente interculturale, un sapore gustosamente picaresco. Cacucci è così dettagliato e documentato da far apparire verosimile una storia del tutto extra-ordinaria (sebbene ispirata ad un personaggio realmente vissuto, il veronese Claudio Conti). "Puerto Escondido" regala un'intensa voglia di viaggiare, di fuggire, di cercare, di innamorarsi, di farsi di peyote, di sfidare l'autorità. Il protagonista è così umano, così imperfetto, così disperatamente alla ricerca del suo posto nel mondo da farsi amare, da diventare un autentico amico dal quale non si vorrebbe più essere lasciati.
Un libro incredibile, variopinto e soddisfacente come pochi.

Nel 1992 Gabriele Salvatores ne ha tratto un bel film,
alquanto infedele alla lettera del libro ma altrettanto
fedele al suo spirito e alle sua suggestione.
Il protagonista (con il nome di Mario Tozzi) è interpretato
da Diego Abatantuono. Valerio Golino è Anita (Aivly)
e Claudio Bisio interpreta il bandito Alex (il
malinconico Elio del libro). Renato Carpentieri
interpreta il commissario Viola (lo squilibrato e adorabile Schiassi).

lunedì 28 ottobre 2013

Cuore di tenebra, Joseph Conrad

Il cuore di tenebra è un luogo situato al centro mondo. Un luogo che la "civiltà", ossia la cultura occidentale, ha cominciato a sfiorare, ma non è riuscita a penetrare, e forse non ci riuscirà mai. Sarà questo luogo selvaggio, inquietante e originario, a penetrare negli uomini della civiltà che vivranno quel luogo: sarà come un ritorno all'origine dell'umanità, all'origine di se stessi.
Questa è l'esperienza narrata dal capitano Marlow ai suoi marinai, i quali aspettano l'arrivo dell'alta marea per proseguire il loro viaggio nella terra madre della civiltà, l'Inghilterra. Marlow incanta i suoi ascoltatori con la sua narrazione, un'esperienza fuori dal comune, un incontro straordinario: l'incontro con un mondo assurdo, estraneo e originario, l' incontro con un uomo straordinario, magnifico ed orribile, saggio e sanguinario, il capitano Kurtz.
L'esperienza straordinaria di Marlow ha inizio dalla sua ossessione per i luoghi selvaggi e deserti, per quei posti affascinanti ed inquietati al tempo stesso; la sua indole avventurosa lo porterà nel cuore dell'Africa, un cuore oscuro e misterioso.
"È vero, da quel tempo non è ormai più uno spazio vuoto. Fin dalla mia fanciullezza si era riempito di fiumi di laghi e di nomi. Aveva cessato di essere uno spazio vuoto piacevolmente misterioso - uno spazio bianco sul quale un ragazzo potesse sognare la gloria. Era diventato un luogo di tenebra. Ma c'era in esso soprattutto un fiume, un gran fiume possente, che si poteva vedere sulla carta, simile ad un enorme serpente srotolato, la testa nel mare, il corpo in riposo le cui anse si snodavano lontano su una vasta regione, e la coda era perduta nelle profondità di quel territorio. E quando lo vidi sulla carta nella vetrina di un negozio, mi affascinò come farebbe un serpente con un uccello - uno stupido uccellino. Poi ricordai che c'era una grossa impresa, una compagnia commerciale con basi su quel fiume. Accidenti!, pensai tra me, non possono commerciare senza usare qualche specie di imbarcazione su quella gran massa d'acqua dolce - battelli a vapore! Perché non tentare di ottenere il comando di una? Proseguii lungo Fleet Street, ma non riuscii a liberarmi di quell'idea. Il serpente mi aveva incantato."
Giunto in questa terra "aspra e forte, che nel pensier rinova la paura",  la prima sensazione di Marlow è quella di una profonda insensatezza, sentimento che lo accompagnerà per tutto il suo viaggio. I villaggi sono deserti a causa della colonizzazione europea: non solo gli abitanti, ma le abitazioni stesse sono scomparse. Un immenso nulla si apre di fronte allo sguardo di questo uomo sceso negli inferi, venuto a cercare il senso stesso della sua esistenza nel centro della Terra. Tutto è incomprensibile: le grida dei selvaggi, la loro stessa presenza. Il tono del racconto è onirico: sembra che si stia descrivendo un'allucinazione, piuttosto che un'esperienza concreta e reale. Un sogno, un incubo, un senso di attesa e di sospensione nel vuoto. Marlow pensa a Kurtz, a questo grande e leggendario cacciatore di avorio, uno dei migliori, una leggenda divenuta motivo di inquietudine e di imbarazzo per i coloni occidentali, per chissà quale motivo.
Bisogna raggiungere Kurtz, Marlow sa solo questo, pensa solo al momento in cui potrà conoscerlo.

Il cuore di tenebra è un luogo dentro noi. È il nostro stesso cuore. Siamo noi quando saltano per aria tutte le convenzioni e le costruzioni sociali che ci danno sicurezza, che ci permettono di vivere. È la nostra mera natura, aspra e selvaggia come una terra dimenticata dalla civiltà, inquietante ed incomprensibile.
È quasi impossibile addentrarsi in questo luogo, ma Kurtz lo ha fatto: è giunto nel cuore dell'Africa, e da qui, ha raggiunto il suo cuore di tenebra.
Kurtz è spietato, è un pazzo, è solito decapitare i suoi nemici, infilare le teste su dei pali, ed esporle intorno alla sua casa; gli altri coloni della compagnia non ne condividono i "metodi". I metodi? Marlow si chiede che senso abbia condividere o meno i metodi di un cacciatore d'avorio che massacra decine di uomini per ottenere ciò che vuole. Esiste un metodo condivisibile?  È assurdo, insensato, agghiacciante.
Questi pensieri porteranno Marlow a sentirsi vicino a Kurtz, a trovare nella sua esperienza un senso. Il senso è l'assenza di senso. Il senso sono le nostre piccole e rassicuranti ipocrisie, costruzioni precarie, fragili. È il venire meno di queste costruzioni a contatto con la natura selvaggia.
Kurtz sintetizza il senso della sua vita in una sola parola, pronunciata poco prima di morire: "Orrore!".

"Kurtz era un uomo notevole. Lui aveva qualcosa da dire. L'aveva detta. Siccome io stesso avevo sbirciato dall'orlo del precipizio, capisco meglio il significato del suo sguardo fisso, che non poteva vedere la fiamma della candela, ma era abbastanza ampio da abbracciare l'universo intero, abbastanza pungente da penetrare tutti i cuori che battono nelle tenebra. Aveva tratto le somme - aveva giudicato. "Orrore!". Era un uomo notevole. Dopo tutto, quella era l'espressione di un qualche credo; aveva candore, aveva convinzione, aveva una vibrante nota di rivolta nel suo sussurro, aveva la faccia spaventevole di una verità intravista - lo strano mescolarsi di desiderio e odio. E non è il mio momento estremo che ricordo meglio - una visione di grigiore senza forma ricolmo di dolore fisico, e un noncurante disprezzo per l'evanescenza di tutte le cose - persino di quello stesso dolore. No! È il suo momento estremo che mi sembra di aver vissuto."

Ispirato a questo romanzo è  Apocalypse Now, film del 1979 realizzato da Francis Ford Coppola. La genialità del regista sta nel riportare il senso stesso del romanzo in un contesto differente: dall' Africa colonizzata di fine Ottocento, si passa al Vietnam invaso dagli americani negli anni Sessanta. Il regista traduce in immagini l'insensatezza che Conrad esprime a parole.
Sia leggendo il romanzo, che guardando il film, si compie un viaggio, si attraversa l'orrore, si comprende che la guerra, la violenza, il dolore sordo e insensato delle vittime innocenti, lungi dall'essere espressione di una razionalità superiore (sia essa Commercio, Libertà, Democrazia), altro non è che delirio.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...