venerdì 12 giugno 2015

Petrolio, Pier Paolo Pasolini

Opera monumentale, geniale, purtroppo incompiuta a causa della morte dell’autore, assassinato nel 1975, Petrolio fu pubblicato postumo soltanto nel 1992 da Einaudi.
Il titolo rende subito l’idea del protagonista di questo romanzo: petrolio è il potere per antonomasia, simbolo totemico delle società a capitalismo avanzato. Protagonista non è l’individuo, ma il sistema, e il modo in cui il sistema forma gli individui, impregnandoli di sé, dilaniandoli con le contraddizioni che lo caratterizzano. Il potere che agisce attraverso l’imposizione di modelli omologati che opprimono la storia collettiva ed individuale delle classi subalterne, attraverso la violenza che uccide ogni voce contraria. Un potere che s’incarna in una classe borghese ipocrita che, nonostante apparentemente si divida in intellettuali illuminati, riformisti, catto-comunisti, e in conservatori o reazionari, si muove tutta quanta in un’unica direzione: la conquista e conservazione del potere con tutti i mezzi (infinitamente molteplici) che ha a disposizione.

La storia della borghesia, dal boom degli anni ’50 alle stragi di Stato degli anni ’70, è narrata attraverso le intricate vicende di Carlo, borghese di sinistra, cattolico, ingegnere avviato ad una brillante carriera nell’Eni. Dobbiamo subito dire però, che i protagonisti sono due: Carlo è un personaggio scisso in due “Carli”, che Pasolini chiama Carlo e Karl. All’inizio del romanzo, Carlo precipita dal terrazzino della sua casa, cadendo “come corpo morto cade”. Giungono a contendersi il suo corpo due “dèmoni” (i Demonî di Dostoevskij è centrale in questo romanzo, e spesso Pasolini ricalca quasi letteralmente personaggi e avvenimenti di quest’opera), Polis e Tetis, ognuno dei quali rivendica Carlo per sé. Polis rappresenta la parte “pubblica” di Carlo, la sua brillante carriera nell’Eni, la sua appartenenza alla più alta e più illuminata borghesia italiana, l’appropriatezza della condotta di Carlo nell'adeguarsi perfettamente e coscientemente ai meccanismi del potere al fine di conseguirlo. Mentre Tetis rappresenta la parte intima, oscura di Carlo, il suo “peso”, come lo definisce il demone. I due allora giungono ad un accordo: il corpo di Carlo sarà di Polis, ma il Peso sarà di Tetis, il quale estrae da Carlo un feto, dal quale si formerà Karl. D’ora in poi, i due Carlo s’incontreranno soltanto per pochi momenti a cena, per poi perdersi definitivamente.

Due Carlo, dunque: quello pubblico e quello privato. Quanto più morigerato è Carlo nella sua condotta pubblica, tanto più Karl è pronto a violare ogni tabù, ponendo al centro della sua vita il piacere sessuale, in tutte le sue forme: incesto, esibizionismo, masturbazione saranno le uniche attività della sua vita. Finché scoprirà l’amore omosessuale. La descrizione di questa scoperta è narrata attraverso un sogno: al risveglio, Karl avrà il sesso femminile. L’autore si serve spesso di sogni e “Visioni” (alcuni capitoli del romanzo hanno proprio questo titolo), per cercare di conferire universalità alla sua narrazione, per creare non una trama, ma una “forma”, come sostiene lo stesso Pasolini.

La forma assunta dal romanzo non è definitiva, non tanto per l’incompiutezza dell’opera, quanto per la complessità della materia che questo romanzo vuole “informare”. Ed è questo senso di cambiamento, di movimento, di non conclusività che, a mio avviso, Pasolini cerca di trasmetterci, raccontandoci poeticamente ciò che di più prosaico forse c’è al mondo, l’esercizio del potere.
Cerchiamo allora, per quanto sia possibile, di delineare i tratti fondamentali di questa forma: innanzitutto, la scissione. L’autore sostiene che questo non è un  romanzo sulla scissione, ma sull'identità, sulla sua ricerca e sul necessario fallimento di questa ricerca. L’identità è a sua volta una forma che non può essere definitiva, autarchica, sempre uguale a se stessa: il simbolo utilizzato è quello della sessualità. Questa dimensione esistenziale esprime la nostra natura “oceanica”, “liquida”: la vita sessuale è un flusso di energie, di desideri che cercano sempre sfoghi differenti. Non è riducibile alla dicotomia maschio/femmina, e questo è rappresentato dai frequenti cambiamenti di sesso vissuti da Carlo.

Inoltre, la nostra “Identità” è scissa almeno in due parti, quella pubblica e quella privata, in Carlo e Karl, le quali raramente s’incontrano, quasi mai si riconoscono l’una nell'altra.
L’identità è dunque condizionata dal sistema sociale in cui si vive, può essere perduta e cancellata dal Potere. È il caso dell’Identità del Popolo, nucleo fondamentale della poetica pasoliniana. Spesso Pasolini descrive il popolo come un’entità amena, povertà ridente, in cui armoniosamente convivono innocenza e delinquenza. Una visione delle borgate decisamente romantica, molto lontana da quella di Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, che trovo decisamente più convincente, in quanto non cerca di ammantare d’incanto e di poesia una situazione degradante e inaccettabile, eticamente e politicamente.
Tuttavia, la critica di Pasolini al cambiamento del popolo delle borgate, in particolare dei giovani, non può essere rigettata in toto. In una serie di capitoli che descrivono una “visione” di Carlo, c’è una coppia di ragazzi, il Merda e la sua ragazza, che attraversano una serie di gironi, ognuno dei quali ha a capo un Totem, che simboleggia una peculiare caratteristica delle nuove generazioni popolari: l’abbigliamento, i capelli, la promiscuità sessuale, sono tutti segni di conformismo e di imitazione di modelli imposti dal potere che hanno completamente oppresso l’identità di queste classi subalterne.

«É la poetica dell’infelicità e della nevrosi in cui si dibattono, cercando di mettersi alla ricerca di quel “qualcosa” di colto e di rivoluzionario che vien messo loro a disposizione. Ricadono sulle loro teste i luoghi comuni, le certezze, i fanatismi, i ricatti morali, le presunzioni di un’ignoranza enormemente accresciuta da quel po’ di misero sapere acquisito.»

Ciò che l’autore sembra volerci dire è questo: quel poco di coscienza politica, o culturale, o sociale che lo sviluppo economico e i rivolgimenti del ’68 hanno portato alle giovani generazioni delle borgate romane, ha reso conformistica la classe sociale sottoproletaria. La sua propria identità, specifica, diversa, alternativa al sistema edonistico e consumistico, era l’unica possibilità per questi individui di avere una propria “coscienza di classe”, un senso chiaro, anche se poco distinto dal punto di vista razionale, del loro posto nella società. Questa finta coscienza emancipatrice ha eliminato ogni diversità: il conformismo “rivoluzionario” è tollerato e voluto dal potere, proprio perché innocuo e manipolabile. Una massa come quella popolare, che era rimasta tutto sommato impermeabile all’ideologia di “Rischiatutto”, diventa perfettamente gestibile attraverso la formazione dell’ “esercito del surf”, che Pasolini paragona al conformismo delle giovani SS. La critica che mi sentirei di avanzare a questa tesi riguarda non tanto le argomentazioni quanto il tono nostalgico, da “ricerca di un tempo perduto”: che una cultura conformistica non possa essere una base dalla quale sviluppare una coscienza rivoluzionaria è assolutamente condivisibile, ma che l’ignoranza e la miseria siano elementi costitutivi di un’identità anarchica rispetto al Potere e all'oppressione mi lascia abbastanza perplessa. Per come la vedo io, miseria e ignoranza sono già strumenti di oppressione. La questione è molto complessa, e Pasolini ha il merito di rendere conto di questa complessità, facendo riflettere in maniera profonda sul progresso, sul boom, sugli effetti del benessere, mostro bifronte, simbolo di libertà e allo stesso tempo di repressione.

Giulio Andreotti e Amintore Fanfani
La seconda parte del romanzo è decisamente più frammentata. Pasolini, nel suo progetto, aveva intenzione di porre in evidenza la stupidità, la bestialità del Potere, il quale, avendo completamente eliminato la coscienza rivoluzionaria attraverso un profondo condizionamento culturale, decide comunque di esercitare la repressione violenta. È la parte dedicata alle stragi di stato, alla strategia del terrore: Carlo si muove tra i resti di una stazione fatta esplodere dai fascisti, con il quale il potere borghese e illuminato ha deciso di allearsi. Il potere, per quanto sottile e “democratico”, ha sempre in sé un peso, una tentazione, che non è quella di Eros, ma di Thanatos.

Un romanzo profondo, complesso, che non assolve nessuno. La critica a volte si alleggerisce con l’ironia (ho riso di gusto mentre leggevo la parodia di un’intervista di Fanfani), investe un intero mondo, mettendone in discussione ogni aspetto, dal più apparentemente insignificante a quello più tragico, dal jeans a zampa alla strategia del terrore.

È stata aggiunta in appendice al romanzo una lettera scritta da Pasolini ad Alberto Moravia, di cui riporto le ultime righe, che ho trovato particolarmente significative:


«Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli si aspettava!»

martedì 19 maggio 2015

"La psicologia del male" di Piero Bocchiaro

«Sono davvero poche le persone che, in quanto "cattive", compiono il male in maniera deliberata perché amano farlo. Nella stragrande maggioranza dei casi, la violenza estrema origina da normali processi psicologici ed è perpetrata da individui comuni in circostanze straordinarie».

Questo è l'assunto di partenza del libro di Piero Bocchiaro: non si tratta, naturalmente, di una mera opinione di stampo buonista o con generici intenti assolutori. Si tratta di un approccio psicologico suffragato da numerose prove di laboratorio e illustrato dall'autore riccamente e in modo accessibile a noi profani della materia: in sintesi, Bocchiaro ci mette in guardia dalla facile dicotomia buoni/cattivi (quindi dal tradizionale approccio disposizionale) e ci invita piuttosto a cercare una spiegazione di tipo situazionale per le azioni malvagie.
Un simile invito sembra piuttosto fondato dal momento che, per esempio, agli studiosi risulta che non oltre il 10% delle SS poteva essere considerato "anormale" secondo i criteri clinici convenzionali.
L'approccio di tipo situazionale di cui ci parla Bocchiaro accentua i fattori della situazione rispetto a quelli caratteriali degli agenti: in pratica, nel determinare una condotta cattiva o buona in una situazione eccezionale pesano di più alcuni fattori situazionali e contestuali (la presenza di molti astanti, l'avere a che fare con sconosciuti, l'avere fretta, l'essere in dubbio sulla gravità della situazione, l'agire in gruppo, l'avere un'autorità di riferimento) della mera "bontà" o "cattiveria" dei soggetti in questione.

«Sembra allora che la malvagità non sia appannaggio esclusivo di individui devianti o pazzi, ma che chiunque possa infierire contro un altro essere umano».

 L'idea è che chiunque in determinate condizioni sarebbe portato ad agire in un determinato modo: la letteratura ci fornisce esempi commoventi, dal buon Jean Valjean de I miserabili che ruba per necessità alla prostituta dell'Antologia di Spoon River che diventa tale perché tutti la ritengono una poco di buono. Analizzando casi di male più "estremo" (quindi non trattando di mera illegalità o di devianza da una norma sociale, bensì di atti propriamente crudeli) approdiamo al modello arendtiano della banalità del male.

Il primo tra i casi analizzati da Bocchiaro è, per l'appunto, il caso Eichmann. Come inviata del New Yorker, nel 1961 Hannah Arendt si recò a Gerusalemme per seguire il processo contro Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dell'Olocausto, colui che si era occupato della deportazione delle vittime nei campi di sterminio. I capi di imputazione erano crimini contro il popolo ebraico e crimini contro l'umanità. Chi non lo avesse conosciuto personalmente avrebbe facilmente potuto immaginarlo come un mostro, un sanguinario, un violento antisemita. La realtà era molto diversa, stupì Hannah Arendt e riecheggia nel libro di Bocchiaro e nei numerosi esperimenti che, dal 1961 in poi, furono ideati (a partire dallo psicologo Stanley Milgram) per verificare sperimentalmente la "banalità del male": Eichmann era una persona banale, un uomo medio, perfino dimesso, semplicemente diligente nel suo lavoro.
La Arendt subì un grave linciaggio mediatico per aver espresso lucidamente la propria intuizione, che da molti fu interpretata come una prova di indulgenza verso Eichmann, come un tentativo di sminuire la gravità delle sue azioni. Il punto non era affatto questo: affermare la banalità del male non vuol dire scagionare chi commette il male stesso, ma che chiunque di noi potrebbe commetterlo allo stesso modo. Non è una deresponsabilizzazione dei colpevoli ma, al contrario, una distribuzione della resposabilità su tutti: chiunque può rendersi responsabile di un'azione cattiva (o di una inazione, che spesso è la stessa cosa) e perché ciò accada non serve particolare crudeltà, ma possono bastare debolezza di carattere, incapacità di agire in modo anticonformistico, scarsa intelligenza, indolenza, ottusa obbedienza. Da Arendt e da Bocchiaro impariamo che le azioni più crudeli possono essere commesse da un grigio burocrate.
La dicotomia agnelli/capri a cui la tradizione ci ha abituati è più comoda di questa complessa fenomenologia, perché permette una facile identificazione dei cattivi (con la conseguente collocazione di noi stessi, di solito, tra i buoni). Questa attribuzione dei ruoli di cattivo e di buono in base a disposizioni caratteriali (o perfino genetiche) alla psicologia sociale appare però semplicistica, riduttiva dei meccanismi psicologici e sociali che entrano in funzione ogni volta che un uomo si trova a fronteggiare un dilemma morale (senza magari rendersene conto). L'approccio situazionista racconta una storia diversa, «una storia basata su numeri, evidenze sperimentali che assottigliano lo scarto tra buoni e cattivi fino ad annullarlo del tutto».
Il possibile equivoco è lo stesso che compromise la posizione di Hannah Arendt nel 1961: «Siamo destinati allora a soccombere allo strapotere delle forze situazionali?». Ossia: siamo non responsabili delle nostre azioni e del male che commettiamo?
La risposta di Zimbardo e Bocchiaro è no. Non siamo mere vittime delle circostanze e lo testimonia quell'esigua percentuale di soggetti che, in laboratorio come nella vita reale, riesce «a resistere in contesti dove un insieme di forze orienta al male», talvolta mettendo in atto vere e proprie condotte eroiche (il riferimento di Bocchiaro è un anti-Eichmann, Giorgio Perlasca, che non si peritò di correre gravi rischi per far sfuggire all'Olocausto oltre cinquemila ebrei ungheresi).
Resistere al male si può, ma per riuscirci non occorre essere "buoni": a fare la differenza, spesso, sono il sangue freddo e la tempestività (intervenire o passare oltre? Rimandare e aspettare che intervengano altri?), autonomia di giudizio e capacità di disobbedire ad ordini ingiusti (i membri delle SS processati a Norimberga si difesero dicendo di aver solo obbedito agli ordini), conoscenza dei meccanismi sorprendenti che regolano la nostra condotta in situazioni eccezionali o in gruppo.
Può essere socialmente utile conoscere questi meccanismi (deferenza irriflessiva, conformismo, diffusione della responsabilità, attribuzione di colpa alla vittima e molti altri) e accettare che possano influenzare la nostra condotta. Sottraendoci all'ottimismo illusorio che nutre la nostra convinzione di essere sempre migliori degli altri, superiori alla media (in una parola, di essere buoni) rimane una lucida vigilanza sull'influenza che le forze situazionali possono avere sulle nostre azioni. Vigilanza che, nondimeno, con estrema facilità può essere accantonata dagli automatismi che sono fortemente radicati in noi, a causa del nostro amor proprio e dell'ideologia dominante che da sempre informa la nostra vita e il nostro pensiero. Ne vediamo un esempio nell'identificazione dei criminali con i "cattivi" in base ad un fondamento di natura genetica, essenziale o ontologica: un modo con cui il sistema si deresponsabilizza, negando le proprie eventuali colpe nell'aver generato dei criminali, come a dire che, essendo semplicemente cattivi (per natura), lo sarebbero stati in ogni caso.
Il libro di Bocchiaro, percorrendo gustosi aneddoti sperimentali e analizzando casi celebri e controversi (il già citato caso Eichmann, ma anche la strage dell'Heysel, l'omicidio di Kitty Genovese, le torture perpetrate nella prigione di Abu Ghraib), ci invita a un doppio cambiamento: da un lato, ad applicare la "carità attribuzionale" (cioè a «non partire attribuendo all'agente la colpa dell'atto ma piuttosto, caritatevolmente, indagando per prima cosa la scena, alla ricerca di determinanti situazionali dell'atto», spiega Zimbardo), perché comprendere può essere più utile che biasimare; dall'altro lato, a scollarci da dosso l'etichetta di "buoni" per essere meno boriosi e più lucidi, per sforzarci di agire "bene" di situazione in situazione.

martedì 5 maggio 2015

Storie di "quotidiana" follia: un piccolo viaggio nel mondo dei quotidiani nazionali

In questo post vorrei compiere un piccolo viaggio nel mondo dei quotidiani nazionali, prendendo in considerazione un frammento di questo mondo intricato e spesso difficile da comprendere, il mondo dell’informazione. Vorrei analizzare un evento, il modo in cui è stato raccontato, cercando di far emergere le implicazioni politiche, ideologiche, che sempre sono in gioco quando si narra qualcosa, quando si cerca di esporre un “fatto” così come si è verificato. I quotidiani che ho scelto, l’evento che ho scelto, limitano fortemente questo tipo di riflessione, che richiederebbe una pazienza e una conoscenza che io non ho, e perciò mi scuso anticipatamente. Se però ho avvertito l’esigenza di fare questo tipo di riflessione, e di esporla alla vostra attenzione, è perché ritengo che non basta semplicemente leggere, ascoltare, ricevere passivamente le informazioni, ma confrontarle, elaborarle, riflettere sulle questioni per cercare di capire qualcosa del nostro presente. In un mondo in cui l’informazione è ben organizzata, amministrata, in cui riceviamo le notizie anche contro la nostra volontà, non basta essere “informati”. Essere informati significa cogliere la complessità dei messaggi che riceviamo, i quali sono sempre più e sempre meno della “cosa” che ci viene trasmessa attraverso il messaggio.

Fatta questa premessa, l’evento che ho scelto è l’incontro tenutosi ad aprile tra Barack Obama e Matteo Renzi. I quotidiani presi in considerazione sono “la Repubblica”, il “Corriere della sera”, “il manifesto” e “Il Fatto Quotidiano”, in particolare ho scelto gli articoli on-line, di facile reperibilità.
Comincerò dai primi due quotidiani citati. Titolo di “Repubblica” del 17 aprile: «Casa Bianca, Obama a Renzi: “Impressionato dalle tue riforme”. Il premier: “Usa nostro modello”». Segue l’articolo in cui si procede con una descrizione dettagliata dei gesti e delle battute che i due leader si scambiano: Renzi porta in dono una bottiglia di vino toscano, Obama dice “Farò rapporto su questo vino!”, grasse risate, strette di mano vigorose, sguardi d’intesa e bacetti volanti, Obama che dichiara di sentirsi italiano perché gli piace il cibo. L’incontro prosegue all’insegna della cordialità, ma qui riporto la citazione perché ne vale la pena:

L'uscita di scena dalla sala della conferenza stampa, ancora all'insegna della cordialità. Barack Obama e Matteo Renzi si sono stretti con vigore la mano. Mentre raggiungevano la sala da pranzo, il presidente Usa ha accompagnato il premier italiano con una mano sulla spalla.

Se giocassimo a sostituire i nomi di Obama e Renzi con quelli di Hitler e Mussolini otterremmo un bel cinegiornale degli anni Trenta!
Ma tra baci e abbracci, strette di mano e bottiglie di vino, si presuppone che i due presidenti si siano anche scomodati a parlare delle questioni politiche fondamentali. “Repubblica” provvede ad illuminarci: Grecia. La Grecia deve rispettare i patti e pagare i debiti, inoltre deve realizzare le riforme richieste dall’Europa: riduzione della burocrazia e flessibilità (le parole d’ordine del governo Renzi? Ma che strana coincidenza…); Iran. L’Iran deve continuare a pagare le sanzioni finché non sarà ratificato l’accordo sul nucleare; Libia. Bisogna fermare il vergognoso traffico di migranti e far sì che il Mediterraneo non sia più un cimitero, ma questo non si può fare soltanto con i droni (magari facendo resuscitare Gheddafi). E infine Expo. E qui abbiamo la ripetizione della pantomima sul vino che occupa i tre quarti dell’articolo sull’incontro. Fine delle trasmissioni.
Il “Corriere” non si distingue particolarmente nel tono della narrazione. Ci si concentra soprattutto sull’atteggiamento dei due Presidenti, sulla loro stima reciproca, sul loro forte e imperituro sodalizio. Obama è innamorato dell’energia di Renzi. Si sa che l’energia è una delle categorie fondamentali per costruire delle partnership internazionali solide e costruttive, che è il motore fondamentale della politica estera! Ecco a voi alcune righe per dare l’idea del tono dell’articolo:
Un premier dinamico che vuole le riforme: inizia con una sfilza di complimenti la conferenza stampa congiunta tra il presidente Usa Barack Obama e il premier Renzi, in visita alla Casa Bianca. L’ex sindaco ha impressionato Obama «per l’energia» profusa nell’azione politica.
Dopo aver analizzato questa “sfilza di complimenti”, vorrei sottoporre alla vostra attenzione un altro articolo di “Repubblica”, decisamente più sottile. Titolo del 19 aprile: «La confidenza di Renzi ad Obama: “Pse, nuovo nome, non socialista, ma democratico”». Il ragionamento è più o meno questo: Renzi, il grande rottamatore della vecchia e immobile classe dirigente, ha un sogno. Cambiare il nome del Partito Socialista Europeo, avvicinandosi ai democratici d’oltreoceano. Renzi è stato colui che ha fatto sì che il PD entrasse a far parte dell’internazionale socialista, segno del suo approccio “post-ideologico”. Un tempo, tra i vecchi “Pterodattili”(sto citando letteralmente) dell’Ulivo e dei DS si discuteva se entrare o meno a far parte di questa grande comunità politica. Adesso la mossa successiva sarebbe quella di avvicinarsi agli Americani, dopo essere divenuti parte integrante del socialismo europeo. Ma, ahimè, il passo non è consequenziale: i dinosauri del socialismo francese e tedesco sono restii a questo passo. Una formalità o una questione di qualità? La questione è anche economica. Stando a quello che dice Repubblica, infatti, se i nomi corrispondono alle cose, come diceva Giustiniano (anche qui sto citando letteralmente l’articolo), cambiare il nome del Pse in “Pde”ci avvicinerebbe agli Usa (nostro modello, non dimentichiamolo) sia politicamente, in vista della candidatura di Hillary Clinton, sia economicamente. In che senso? Tra Usa e Ue c’è in corso una trattativa che riguarda il Ttip, “Transatlantic trade and investiment partnership”, un trattato commerciale che prevede l’abolizione dei dazi doganali ed una sostanziale omogeneizzazione dei sistemi economici. Dunque, riassumendo, il cambiamento del nome del Partito Socialista Europeo in Democratico, comporterebbe un avvicinamento “post-ideologico” alla politica economica degli Stati Uniti. Renzi sarebbe una delle punte di spicco di questo processo di rottamazione dei vecchi dinosauri socialisti europei, ancorati alle proprie “storie lunghe e onuste di gloria”.
Vorrei esporre altri due punti di vista sull’argomento, quello del “manifesto” e del “Fatto Quotidiano”, tentando poi di tirare le somme. Titolo del “Fatto” del 17 aprile: «Renzi alla Casa Bianca. Obama: “La Grecia prenda decisioni dure. Sì a flessibilità”». Niente vino, né battute di spirito o pacche sulla spalla, il problema immediatamente posto all’attenzione dei lettori è la questione della Grecia, la sua lotta contro la politica dell’austerità imposta dall’Europa. Dopo di che, si procede ad una carrellata delle questioni affrontate: l’Iran, la Libia, l’Ucraina, il Ttip.

Barack Obama, nella conferenza stampa alla Casa Bianca al termine dell’incontro col presidente del Consiglio, punta il dito sulla Grecia, che deve “iniziare a prendere decisioni dure”. (La sottolineatura è mia)

Titolo del “manifesto”, sempre del 17 aprile: «Renzi va a caccia di droni». La tesi dell’articolo è questa: Renzi ha un grande problema in Libia, e in particolar modo ce l’ha in Italia, con un’opinione pubblica ostile alle “ondate migratorie” degli ultimi tempi. Per risolverlo deve bloccare il flusso in Libia, impedire che questi poveri migranti siano oggetto di speculazione dei trafficanti, i quali devono essere fermati e puniti prima che arrivino in Italia. Per bloccare il flusso in Libia servono le armi, in particolare i droni, oggetto della caccia di Renzi. Ma cosa può dare Renzi in cambio? Innanzitutto, le truppe italiane dislocate in Afghanistan, il cui ritiro era previsto per settembre, resteranno lì fino a data da destinarsi. In secondo luogo, Renzi promette di imprimere una svolta per la ratifica definitiva del trattato commerciale con gli Stati Uniti.
Per Renzi, il 2015 sarà anche un anno «di svolta per il Ttip», l’accordo di libero scam­bio tra Ue e Usa con­tro cui si mobi­li­tano i movi­menti sociali con­tro il neo­li­be­ri­smo: «È un grande obiet­tivo — ha detto il pre­mier — come governo stiamo spin­gendo con grande deter­mi­na­zione». Le riforme? Una strada aperta «agli inve­sti­tori Usa che ora tro­vano in Ita­lia un mer­cato del lavoro più flessibile».


Gli articoli riportati sono evidentemente diversi fra loro. Ogni giornale ha la sua linea editoriale, dà la sua impostazione politica agli eventi narrati. Che non sia possibile descrivere un fatto così come accade “in sé”, a prescindere dalla prospettiva del narratore, è una banalità. Vorrei perciò tentare un’ulteriore distinzione. Vorrei distinguere, da un lato il tono del quotidiano “Repubblica”, e quello degli ultimi due quotidiani presi in considerazione. La differenza è che, mentre il “manifesto” e il “Fatto Quotidiano” narrano un evento a seconda della loro prospettiva politica, rivolgendosi alla sensibilità dei proprio lettori, “Repubblica” porta avanti una propaganda insopportabile. Evidentemente il “manifesto” è la voce più critica, è un giornale comunista e non potrebbe essere altrimenti: la critica nei confronti di una politica bellica e neoliberista è parte integrante di una critica al sistema, in cui i lettori di sinistra si riconoscono e che condividono. Anche l’impostazione del “Fatto” è critica, e la sua collocazione politica è ben riconoscibile: questo quotidiano si rivolge a lettori che sono sensibili alle questioni della politica europea, critici nei confronti della politica dell’austerità, vicini ai cosiddetti movimenti euroscettici. Le impostazioni di questi quotidiani sono riconoscibili, sappiamo che abbiamo di fronte una certa interpretazione della realtà, che muove da presupposti politici ben precisi.
Ma “Repubblica” è tutta un’altra storia. A mio parere non si può parlare, in questo caso, di una ben determinata e riconoscibile impostazione politica della narrazione dell’evento, ma di propaganda. Per quali ragioni? Negli articoli presi in considerazione ci si concentra non tanto sulle questioni politiche affrontate dai due leader, quanto sul loro atteggiamento esteriore: lo scambio di battute, le pacche sulla spalla, le strette di mano. Ciò su cui ci si concentra è la descrizione dei personaggi, la “parata” del potere: due grandi uomini si incontrano, e si piacciono. I problemi sui quali si discute sono affrontati superficialmente, con apparente “neutralità”. È questo l’aspetto che più mi ha colpita, soprattutto del primo articolo preso in analisi. È praticamente un collage delle battute che Obama e Renzi si sono scambiati. Più neutrale di così! Ma il modo in cui sono messi insieme, organizzati, proprio il fatto che il giornalista non abbia nessuna voce in capitolo rispetto a ciò che sta narrando, è ciò che desta più sospetto. Ed è ciò che mi ha dato l’impressione che si stesse descrivendo una parata, una patetica messa in scena, un teatrino del potere che noi lettori possiamo soltanto ammirare, come se stessimo guardando due star del cinema fare la sfilata al Festival di Venezia, vestiti elegantissimi e illuminati dai flash dei fotografi.
Il secondo articolo è anche peggio, ma ritengo che utilizzi un metodo leggermente diverso di propaganda: qui non c’è un semplice scambio di battute, anzi il giornalista argomenta facendo riferimento alla storia della sinistra italiana (il dibattito tra DS e Ulivo, la questione dell’internazionale socialista). Sembrerebbe che si stia dunque analizzando la questione da un punto di vista politico, invece la si analizza dal punto di vista del potere, il che a mio parere, è diverso. Se il giornalista avesse sostenuto con argomentazioni più o meno condivisibili, ma comunque razionali, la bontà della rottamazione di Renzi a livello europeo, non avrei avuto nulla da ridire. Ma è forse un’argomentazione razionale sostenere che Renzi vuole rottamare gli Pterodattili del socialismo europeo? Il linguaggio utilizzato è quello di Matteo Renzi, utilizzato da quest’ultimo per fare propaganda: dunque, la definizione di propaganda in riferimento a quest’articolo mi sembra legittima. Categorie concettuali come vecchio/nuovo, post-ideologico, non sono categorie politiche, non costituiscono un punto di vista, se non quello dell’ideologia del potere. Se tutto questo sia legittimo, lo lascio giudicare a voi.
Concludendo, mi sento di fare una precisazione, banale ma forse anche dovuta: anche la mia è un’interpretazione, come avrebbe detto Friedrich Nietzsche. A seconda dei punti di vista, delle prospettive da cui si guarda un fenomeno, questo assume aspetti diversi. Ma ciò non vanifica il tentativo di discernere i vari punti di vista, poiché essere in grado di giudicare significa proprio questo, essere capaci di fare delle distinzioni. E allora aggiungo i link degli articoli presi in considerazione, in modo che possiate giudicare da voi stessi, e magari, rifiutare completamente la mia interpretazione.

http://www.repubblica.it/politica/2015/04/17/news/renzi_incontra_obama_alla_casa_bianca-112196446/

http://www.repubblica.it/politica/2015/04/19/news/la_confidenza_di_renzi_a_obama_pse_nuovo_nome_non_socialista_ma_democratico_-112307981/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/17/renzi-incontra-obama-casa-bianca-presenti-kerry-vice-biden/1600978/

(Per consultare l'articolo del "manifesto" è necessario registrarsi sul sito)




sabato 2 maggio 2015

«Lei non verrà mutilata»: donne contro l'escissione, "Moolaadé" di Ousmane Sembène

«Padre, è facile picchiare un figlio. Ma l'era dei tiranni è finita per sempre.»

Un giorno, in un villaggio del Burkina Faso, sei bambine scappano dalla cerimonia che le vorrebbe protagoniste: l'escissione. Quattro di loro si rifugiano da Collè, una donna che la vita ha reso ribelle e refrattaria alle tradizioni. Come tutte le donne del villaggio, da bambina è stata escissa e questa mutilazione è costata la vita delle sue due prime figlie, entrambe vittime delle complicazioni del parto. Nel dare alla luce la sua terza figlia, Collè viene incisa lungo tutto l'addome, l'enorme cicatrice che le risale fin sotto il seno è il segno visibile del sacrificio della donna per la vita della propria piccola e allo stesso tempo un monito. Collè decide di sottrarre l'unica figlia sopravvissuta al parto, Amsatou, alla mutilazione rituale, e quando la ragazza ormai cresciuta lo rinfaccia alla madre, Collè si indica lo squarcio sul ventre.
Le quattro bambine scampate al rito si rifugiano proprio da Collè, l'unica donna che ha sottratto sua figlia all'escissione, che l'ha voluta bilakoro (senza purificazione, non escissa appunto). Vogliono essere protette come è stata protetta Amsatou, non vogliono essere "tagliate". Collè le riceve nella sua casa e tira sulla soglia una fune variopinta, segno del moolaadé che nessuno deve infrangere, il sacro divieto di prendere le bambine con la forza per privarle della protezione di cui sono investite. Il villaggio si scaglia contro Collè: da un lato, gli uomini che pretendono mogli escisse per i propri figli; dall'altro, le donne stesse, fedeli alla tradizione piuttosto che commosse dal pianto terrorizzato delle piccole. Anche Amsatou rinfaccia alla madre la disobbedienza che rischia di fare di lei, come delle bimbe che protegge, un'emarginata sociale: il suo promesso sposo, un giovane emigrato a Parigi e di ritorno al villaggio per prendere moglie, deve subire le pressioni del padre per prendere in sposa una cugina poco più che bambina, piuttosto che una disonorevole bilakoro.
Personaggi chiave sono le salindane, custodi della tradizione incaricate di imporre la ferita rituale alla nuova generazione; Mercenario, ex-soldato che ha viaggiato per il mondo e non accetta più che l'assenza dell'escissione sia marchio di infamia per una donna; Ciré, il marito di Collè, che rispetta la tempra di sua moglie e la sua volontà, che non vuole imporle l'escissione dell'unica figlia nè farle violenza, e per questo motivo viene dileggiato da suo fratello e istigato contro di lei.
"Moolaadé" è l'ultimo film diretto da Ousmane Sembène, trionfatore a Cannes nella sezione un Certain Reguard nel 2004. Con la storia della ribelle Collè ci saluta una delle più importanti figure della cultura africana contemporanea, scrittore e cineasta senegalese, nato in una famiglia di pescatori e letterato autodidatta, paladino dell'identità africana all'indomani del colonialismo, sensibile ai temi più cupi e delicati legati alla società del suo Paese. In "Moolaadé", Sembène affronta il tema delicatissimo della tradizione e in particolare di quella tradizione che cozza fortemente con il diritto universalmente riconosciuto alle donne di avere salvo il proprio corpo dalle mutilazioni. L'escissione (nelle sue varianti fino a quella più invasiva e traumatica, l'infibulazione) è una pratica tanto difficile da sradicare proprio perché fortemente culturale. L'identità culturale passa anche per i suoi riti e per le connotazioni comportamentali e fisiche dei membri del gruppo: proprio questo rende l'escissione refrattaria a sradicamento nonostante molte nazioni del mondo l'abbiano ormai dichiarata fuorilegge e punibile con l'arresto. Questo punto è messo in luce da Sembéne: l'escissione non è necessariamente imposta con la violenza alle donne, ma sono esse stesse talvolta a pretenderla per sé e per le proprie figlie, perché si fa così, si è sempre fatto così, perché gli uomini non sposano le bilakoro, perché quel segno sul corpo parla del proprio gruppo, della propria storia e della propria identità. Sono le stesse donne del villaggio a rivendicare le perpetrazione della violenza tradizionale, sono anche loro (e non solo gli uomini) a mettersi contro Collè, rivendicando l'appartenenza della bambine al gruppo, la loro identità etnica e culturale, mentre la protagonista rivendica delle piccole la libertà di non essere "tagliate", di fare ciò che desiderano del proprio corpo, piccolo ma non per questo impersonale. Istanze contrapposte e inconciliabili che Sembène racconta con un film delicato, semplice sul piano sia filmico che narrativo, quasi naïf, e anche per questo onesto ed efficace. La scenografia, che ha un rarissimo analogo in "Kirikù e la strega Karabà", è una relativa novità per lo spettatore occidentale e una affascinante finestra sull'Africa, da noi quasi sempre conosciuta nelle varianti cinematografiche (spesso invase di clichè) del villaggio perso nella savana pullulante di leoni e della baraccopoli abitata da sfortunati imitatori della società europea e americana.
Sembène attinge a piene mani da una materia difficilissima e prende una posizione di una chiarezza abbacinante, che però non pone la soluzione del problema ma ne inaugura lo sviluppo dialettico. In particolare, emerge la difficoltà di estirpare un'usanza quando non sia vista unanimamente come un male: nel film, l'escissione è rivendicata dai carnefici (materiali, ossia le salindane, e morali, gli uomini, difensori del modello familiare tradizionale, patriarcale e poligamico, e delle categorie valoriali che premiano nella donna qualità come sottomissione e purezza, quest'ultima attestata dalla mutilazione che viene richiesta dal matrimonio) quanto dalle vittime. Ma non tutte le donne soggiacciono a questa logica: «Collé, rendiamo onore alla tua resistenza» dice una di loro dopo che Collé riceve numerose frustate in pubblico per porre fine al moolaadé, senza per altro cedere. Di fronte alla crudezza degli eventi, le donne maturano un approccio più critico verso la pratica dell'escissione, verso i suoi costi e le sue implicazioni. Il modello positivo offerto da Collè si accompagna ad una presa di coscienza autonoma da parte delle altre e porta all'identificazione di crescita culturale e ribellione. È la radio a portare la varietà e la vastità del mondo nel piccolo villaggio senza acqua corrente, a fare sentire alle donne le parole del Grande Imam che smentiscono il nesso tra religione ed escissione (tra i pregi del film, l'aver posto l'attenzione su questo facile fraintendimento). La prima moglie di Ciré afferma che il loro problema (loro, delle donne) è di essere ignoranti. Le radio, simbolo dello sviluppo culturale e dell'apertura sull'alterità, vengono sequestrate e messe al rogo dagli anziani del villaggio quando le donne iniziano a mettere in discussione i dogmi della loro società.
La doppia inquadratura finale è in realtà l'attesa di un finale, l'inizio di un cammino ancora lungo da percorrere: all'uovo di struzzo che sormonta da sempre la moschea del villaggio si sostituisce una nuovissima e occidentale antenna televisiva. Il televisore è un dono portato da Parigi dal giovane progressista, che dopo un'iniziale soggiacenza al tradizionalismo paterno decide di sposare la bilakoro a cui era promesso (e lei, senza ancora sapere di questa decisione, lo ammonisce finalmente con fierezza di non essere escissa e di non volerlo mai essere). La lotta dialettica tra vecchio e nuovo, tra identità e apertura, tra violenza e diritto è complessa e ancora da scrivere.

«Lei non verrà mutilata. Nessuna bambina verrà più mutilata.»

lunedì 27 aprile 2015

"La fiammiferaia" di Aki Kaurismäki: una storia di alienazione

Il primo personaggio a entrare in scena è il lavorio serrato delle macchine: una sequenza lunga e silenziosa mostra il processo totalmente automatizzato che trasforma un tozzo e robusto tronco in fiammiferi. Vengono mostrate in sequenza le diverse macchine in azione, senza intervento d'uomo, e il processo appare non solo intelligente ma svolto intelligentemente, come pensato, dai macchinari privi di pensiero. La protagonista femminile entra in scena subito dopo, in una breve sequenza che mostra il suo lavoro, controllare che le etichette siano poste nel modo corretto sulle confezioni dei fiammiferi: l'impressione è che il suo lavoro sia più ottuso di quello svolto dalle macchine e che lei sia lì per servire il loro sferragliare produttivo e creativo. Infine, il protagonista maschile è un cinico, un uomo benestante che riserva alla donna la sensibilità e la considerazione che, in effetti, si potrebbero riservare a una macchina.

L'operaia si chiama Iris e sembra vivere tristemente: lavora in solitudine e silenzio (tenta di confidare le sue più gravi preoccupazioni ad un'altra operaia che con un "Davvero?" si allontana), sull'autobus che la porta in fabbrica legge un vacuo harmony che la distragga.
 Vive nella completa alienazione materiale: la sua paga mensile (secondo la legge del mercato, l'equivalente delle ore che ha venduto alla produzione di fiammiferi) passa dalle sue mani come da quelle di un intermediario disinteressato per finire in quelle del nullafacente patrigno e della gelida madre. Quando, in un giorno di paga, Iris decide di comprare un abito grazioso e rincasa con lo stipendio già decurtato di quella somma, il patrigno reagisce con rabbia, come se quel denaro non le fosse appartenuto affatto. La schiaffeggia («Puttana!») e sua moglie lo sostiene, bisbigliando alla ragazza che deve riportare immediatamente l'abito in negozio.

Ovviamente la giovane disobbedisce e grazie al nuovo look più femminile la sera stessa fa conquiste, introducendo nella storia già di per sé molto triste lo squallido protagonista maschile, Aarne, che ancora una volta farà di Iris una cosa, come lo è in fabbrica e nella sua stessa casa, nella quale non è assolutamente amata né trattata umanamente.
Riflesso dell'alienazione materiale di Iris, è la sua estraniazione dall'ambiente circostante: si rifugia nei rari momenti di alterità, negli sprazzi di distrazione/novità che scuotano o facciano per un po' sembrare più lontana la sua routine (il capriccio dell'abito nuovo, l'avventura sentimentale, la lettura del romanzo d'appendice). Il telegiornale trasmette le notizie più sconvolgenti, dai fatti di piazza Tienanmen ad un incidente fra treni che ha causato centinaia di morti, e lei sembra non avvedersene minimamente. Mentre sullo schermo si susseguono immagini drammatiche, Iris pensa alla serata imminente e già si sente, in un contrasto stridente, la musica del locale.



Presa dalle proprie piccole cose, Iris sembra portare a compimento la trasformazione che hanno iniziato ad operare su di lei il lavoro totalmente macchinale che non richiede alcuno sforzo intellettivo o creativo e i rapporti sociali ridotti a cinico sfruttamento (economico da parte dei genitori, sessuale da parte di Aarne), al kantiano usare gli altri come mezzo. La società alienata ha realizzato l'involuzione, il blasfemo regresso da Adamo a fango: la persona è diventata cosa. La vita inautentica che Iris è costretta a condurre le fa perdere ogni traccia residua di umanità, la precipita nel totale disinteresse per i centinaia di morti e feriti di cui parla il telegiornale, nel vuoto egoismo che ripone più interesse in un abito nuovo che nella vita delle altre persone, nel modo di vivere più opaco, privo di affetto per i propri cari, fino all'epilogo estremo.
 "La fiammiferaia" è la terza incursione di Kaurismäki nel mondo dei "perdenti", è la cupa esplorazione delle condizioni sociali che mettono a rischio l'umanità dell'uomo, costringendolo in un'esistenza indegna, in cui isolamento, concorrenza e cinismo impediscono all'uomo di riconoscere come persone (propriamente umane, portatrici di diritti, bisogni e sofferenze) gli altri ma anche se stesso.

sabato 25 aprile 2015

"I figli di Alcide non sono mai morti": i fratelli Cervi e la Liberazione

«Ma io scrivo ancora parole d'amore,
e anche questa è una lettera d'amore
alla mia terra. Scrivo ai fratelli Cervi,
non alle sette stelle dell'Orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d'amore nel silenzio.

Non sapevano soldati, filosofi, poeti,
di questo umanesimo di razza contadina.
L'amore, la morte, in una fossa di nebbia appena fonda.
Ogni terra vorrebbe i vostri nomi di forza, di pudore,
non per memoria, ma per i giorni che strisciano
tardi di storia, rapidi di macchine di sangue.»

[Ai fratelli Cervi, alla loro Italia di Salvatore Quasimodo]

I fratelli Cervi non erano dirigenti del PCI in clandestinistà, né fini intellettuali, né antifascisti idealisti di ispirazione crociana. Erano contadini della Bassa padana, erano affittuari di un appezzamento a Olmo di Gattatico e lo lavoravano con i metodi più tradizionali e pesanti prima di potersi permettere un trattore. Il terzogenito Aldo risulterà il più istruito dei sette, avendo potuto apprendere non solo dal lavoro dei campi ma anche da quella che chiamerà "l'università della prigione" (dove sconta tre anni per errore ed eccesso di zelo, avendo ferito a un dito un tenente colonnello che non aveva risposto al chi va là). L'antifascismo che anima i sette maschi della figliata Cervi fino a costituirsi in banda e farsi eroi e martiti della Resistenza non passa solo per la lettura dei libri proibiti dal regime, che Aldo e i suoi fratelli leggono e riuniscono in biblioteca, esortando compagni e vicini a leggerne a loro volta. Passa anche per il loro essere brave persone, pronte a sacrificare la propria tranquillità domestica e bucolica per liberare gli italiani che "hanno dormito per diciotto anni", come afferma stizzito Aldo (Gian Maria Volonté) nella trasposizione cinematografica del libro in cui Alcide Cervi racconta la storia dei suoi sette figli, partigiani rastrellati e fucilati dai fascisti. Dal nonno Agostino Cervi che capeggiò la rivolta contro la tassa sul macinato del 1869, la "tradizione" di casa Cervi era quella di una come istintiva opposizione alla diseguaglianza sociale.
I fratelli Cervi non si fecero partigiani per il piacere di brandire fucili o darsi allo sciacallaggio, come i più ignoranti rinfacciano agli eroi della Resistenza. Di sette maschi, sei si fecero riformare (uno con la scusa di un'ernia, un altro riconoscendo il figlio di Aldo come suo e risultando così padre di famiglia numerosa): il rifiuto netto è per la guerra ingiusta e dannosa, che va ripudiata (come poi scriveranno i nostri Padri Costituenti). Non è certo la vigliaccheria a far tirare indietro i Cervi, che imbracceranno sì il fucile, ma per la causa che riterranno giusta e che costerà loro la vita. Le armi sono l'ultima scelta, quella che non si vorrebbe fare, ma che a volte è dolorosamente necessario fare. Sempre nel film diretto da Gianni Puccini, Aldo parla di quanto ha imparato in galera sui fascisti: «non bisogna mai dargli tregua, non fermarsi mai, fargli sempre sentire il peso della nostra presenza. Con il lavoro, con la parola, con le armi se necessario.»
Così si resiste: con il lavoro e le armi, e con la parola che passa per l'insegnamento, per l'impegno intellettuale oltre che morale, per la carta stampata (durante il regime, la carta proibita). Questa è la più grande lezione che i fratelli Cervi ci abbiano lasciato: che di fronte all'ingiustizia resistere si deve, anche se costa molto, anche se è spaventoso. E che per farlo bene occorre sapere, occorre scrollare gli altri dal sonno, bisogna accendere biblioteche come falò per illuminare, per diffondere la cultura, per fare strabuzzare gli occhi e scuotere dal torpore dell'indifferenza, dell'abulia da cui Antonio Gramsci ci ha messi in guardia:
 

«L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.»

Che nessuno si consoli con la comoda scusa della propria indifferenza-innocenza, perché una simile categoria storica non esiste. Esiste il passivo lasciare fare, che è un consenso silenzioso. Ed esiste il consenso acritico, che non tace ma urla per coprire le voci dissenzienti, per coprire l'eco terrificante del suo vuoto, ottuso obbedire.

 Il film del 1968, "I sette fratelli Cervi", racconta la loro storia con sobrietà e naturalezza, senza nulla concedere ai fasti dell'epopea o ai toni eroici di una santificazione postuma. Della famiglia Cervi ci mostra la semplicità contadina e l'umanità, dalla vita sentimentale di Aldo alle preoccupazioni della mamma-chioccia Genoeffa (che poco dopo l'eccidio dei figli maschi muore di crepacuore). Aldo-Gian Maria Volontè si lascia accompagnare senza retorica nel percorso di maturazione della propria coscienza politica, di consolidamento dei propri ideali di giustizia sociale, che vanno dal cattolicesimo a cui rivendica l'appartenenza al Manifesto del partito comunista che legge in carcere.
Noi di Caratteri Vaganti vi consigliamo la visione di questo film per riscoprire e meglio ricordare un tassello della nostra storia. Papà Alcide Cervi, ricevuta una medaglia che lo raffigurava come una quercia con sette rami mozzati, disse che di questa quercia occorreva guardare il seme, che è l'ideale nella testa dell'uomo. A noi piace ricordare i fratelli Cervi, Duccio Galimberti, Felice Cascione e tutti gli altri che non vollero restare indifferenti, nella certezza che la memoria storica sappia dissodare il terreno su cui questo seme possa attecchire.

lunedì 20 aprile 2015

La fâlsafa medievale e la profezia, "perfezione della natura dell'uomo"

La filosofia araba medievale è caratterizzata da una singolare commistione di elementi neoplatonici, aristotelici e coranici. La filosofia di stampo greco, naturalmente, era vista con sospetto dai più rigidi ortodossi come dai mutakallimûn (teologi), che la identificavano con una bid'a (innovazione biasimevole, capace cioè di far degenerare la condizione spirituale di chi si accostasse a tali contenuti, che sarebbe stato contagiato dalla miscredenza) perché pagana. Sono i califfi della dinastia Abbaside non solo a sollecitare lo studio della filosofia greca (molte opere di Aristotele e altri importanti autori sono state tradotte dal greco in arabo, prima che ne esistessero edizioni in latino) e a fare fiorire la Bayt al-hikma ("casa della sapienza", la celebre accademia delle scienze), ma a guardare con benevolenza alla commistione tra l'autorità coranica e i metodi dimostrativi propri del discorso apodittico
(ossia del ragionamento filosofico). Questo perché la commistione tra islam e fâlsafa avrebbe dimostrato la liceità di quest'ultima sul piano religioso, la sua compatibilità con la religione. È stato questo a rendere possibile il fiorire delle scienze filosofiche nella dâr al-Islâm, cioè nelle vaste terre poste sotto l'egida dell'Emiro dei Credenti (che, ricordiamo, si espandevano all'epoca dall'Andalusia ai confini della Cina). Grazie alla rivalità dei califfi Abbasidi con il mondo bizantino, grazie al loro auspicio di ottenere il primato culturale oltre che militare sulla civiltà rivale, la filosofia ha prosperato a Baghdad dopo che le ultime scuole filosofiche della cristianità erano state chiuse dall'imperatore Giustiniano, per tornare poi da Baghdad arricchita di nuove preziose elaborazioni e di ricchi commentari, i più famosi dei quali dovuti all'andaluso Averroè.
I falâsifa ci hanno lasciato preziose testimonianze della fertile commistione tra le verità rivelate e le categorie e i metodi aristotelici. Un esempio molto interessante è rappresentato dall'elaborazione filosofica in merito alla figura del profeta. Innanzitutto, nell'arabo si distingue il nabî (semplice "profeta" con missione di testimonianza) dal rasûl ("inviato", che possiede la profezia transitiva, ossia è incaricato da Dio di portare una Legge agli uomini). La stessa distinzione si opera nella teologia cristiana con le diciture di "causa instrumentale serva" (mero trasmettitore) e "causa instrumentale libera" (autore "inspirato" da Dio).
Un'ampia trattazione è stata riservata dai diversi autori dell'epoca al tema dell'identità del profeta, ossia alla difficile domanda: chi può essere profeta?
Mosè Maimonide, celebre medico, teologo e filosofo ebreo (nella filosofia araba rientrano anche le opere degli autori ebrei, purché scritte in arabo: quest'ultimo, anche nella variante giudeo-araba, era la ligua veicolare privilegiata delle scienze e delle arti), nella sua grande opera La guida dei perplessi si sofferma sulla cruciale domanda e passa in rassegna le possibili risposte.
Secondo i sostenitori della prima opinione, per lo più idolatri ma anche gente comune:

«non ha nessuna importanza che quell'individuo sia sapiente o ignorante, vecchio o giovane; però, pongono come condizione il fatto che egli abbia una certa bontà e correttezza di costumi, perché fino a questo momento la gente non ha mai detto che Dio abbia fatto un profeta di un uomo malvagio, a meno che non l'abbia prima trasformato in un uomo buono.» 

Maimonide conviene che alcuni passi scritturali sembrino suffragare tale opinione, ad esempio il passo: «Io effonderò il Mio spirito sopra ogni carne, e i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno» (Gioele 3,1). Ma Maimonide precisa che passi come quello citato si riferiscono in realtà ad un altro tipo (o grado) della profezia, accessibile non a tutti ma ad una rosa piuttosto ampia di individui: la forma profetica inferiore, rappresentata dai sogni veridici. Il sogno, infatti, è nei testi rabbinici: «il frutto acerbo della profezia».
La seconda opinione, sostenuta dai filosofi, afferma che «la profezia è una certa perfezione della natura dell'uomo»: prima di poter accedere al grado della profezia, un individuo deve sottoporsi ad un lungo esercizio che faccia passare all'atto quella perfezione che nella specie è sempre potenziale. Per profetizzare occorre la massima perfezione, anche temperamentale. Inoltre, è impossibile (scrive Maimonide) che un ignorante giunga a prefetizzare o che un uomo si svegli un mattino profeta, quando la sera prima non lo era. Un uomo profetizzerà necessariamente quando in lui le virtù etiche e dianoetiche avranno raggiunto la massima perfezione, accompagnate da una immacolata ed efficiente virtù immaginativa e da una naturale predisposizione. Secondo questa posizione, è impossibile che un uomo dotato di ogni perfezione faccia a meno di profetizzare, come è impossibile che un uomo imperfetto giunga al grado della visione profetica.
La terza opinione, quella sostenuta dalla Legge, è identica alla precedente salvo che per una cosa: l'intervento miracoloso di Dio può inibire anche il più perfetto degli uomini, quindi tra i possibili profeti saranno tali in atto solo quelli che Dio voglia che profetizzino.

È la seconda tra queste opinioni a gettare una luce particolarmente filosofica sul tema della profezia: essa non è (come implica invece la prima tesi, scartata come fallace da Maimonide) un evento straordinario alla stregua di un miracolo, ma una necessità legata alla perfezione dell'individuo e radicata nelle sue capacità intellettive, tra cui la facoltà di ricevere immagini intelligibili e trasmetterle (in forme più semplici, che il volgo possa capire o per lo meno rispettare). Avicenna afferma che il carattere specifico di ogni Legge rivelata è di «parlare a tutto il popolo» in modo facile (cosa che dà luogo ai casi di antropomorfismo, per cui alcuni credenti attribuiscono a Dio gli attributi umani cui le Scritture si riferiscono allegoricamente, occhi, mani, voce, o passioni umane o una collocazione spaziale, nei Cieli o in una qualche porzione dell'universo fisico). Per Al-Fârâbî, il profeta possiede delle virtù imprescindibili: chiarezza e lucidità di intelligenza (che anche i filosofi ottengono con esercizio e ascesi), potere di comandare la materia esterna al suo corpo (ossia la capacità di fare i miracoli) e perfezione della virtù immaginativa (flusso illuminativo dell'Intelletto Agente). Solo lui sa tradurre intelligibili molto difficili in immagini di facile comprensione (questa è la posizione del profetismo farabo-avicenniano).

Non si devono sottoporre le Verità nude e crude a chi non possiede quelle stesse virtù che ne permettono la comprensione ai profeti, a rischio di gettare i credenti nella perplessità e nella miscredenza (a questo tema è dedicata appunto La guida dei perplessi e posizioni del tutto analoghe sono sostenute da Avveroè, ad esempio nel Trattato decisivo). Al riguardo, Buhârî (grande raccoglitore di hadîth, ossia aneddoti e racconti su Maometto) riferisce che 'Alî B. Abû  Tâlib (cugino e genero del Profeta, nonché quarto califfo) avrebbe detto: «Parlate alla gente di quello che essa può comprendere; volete forse che Dio e il Suo Profeta siano accusati di menzogna?». Questa posizione corrisponde alla disciplina dell'arcano in Avicenna.
L'analisi della figura del profeta prende a prestito categorie e concetti aristotelici (in particolare in riferimento all'Intelletto Agente e a quello Potenziale) ma anche due elementi propri all'ermeneutica sacra (che è, per Averroè, prerogativa del filosofo): lo zâhir (il senso manifesto, letterale delle Scritture) e il bâtin (il senso recondito, nascosto, allegorico). Il problema ermeneutico diviene assolutamente centrale nella diatriba tra hashwiyya (letteralisti) e bâtiniyya (interioristi): Averroè cerca l'ideale di un metodo interpretativo scientifico che rispetti il più possibile il senso letterale.
Per finire, tornando all'identikit del profeta, una posizione filosoficamente meno rigorosa rispetto alle considerazioni sull'Intelletto Agente e i contenuti intelligibili, attribuisce a questa figura quattro virtù: la fedeltà (amâna), la veracità (sidq), la sagacia (fatâna) e l'autentica trasmissione del messaggio (tablîg). Infine, nel sufismo (corrente mistica dell'Islam), il profeta è un intermediario semi-divino, un anthropos celeste, splendente di quella «luce muhammadica eterna» da cui proviene tutto il creato.
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