venerdì 10 maggio 2013

"Memoria delle mie puttane tristi" di Gabriel García Márquez

«L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine.»

 Queste sono le prime parole di un curioso narratore, il protagonista delle memorie, un «triste professore» che ammette candidamente di non essersi mai sposato perché le sue puttane non gliene hanno lasciato il tempo. Ha avuto centinaia di donne nella sua vita, tutte rigorosamente mercenarie, a partire dal primo, sorprendente e brusco incontro risalente ai suoi dodici anni. Allo scoccare dei novant’anni, quando il sentore della morte incombente si è fatto così opprimente e triste, il protagonista decide di regalarsi un’esplosione di vitalità fisica, di lasciva voluttà, di pura carnalità, e non può immaginare quel che invece accadrà: per la prima volta nella sua vita, ad un’età in cui non lo credeva più possibile né se lo aspettava, si innamorerà.
L’adolescente vergine che l’amica Rosa Cabarcas, vecchia ruffiana e proprietaria di una casa di malaffare, gli procura non viene chiamata per nome. È «la niña», un puro corpo-merce senza identità né dignità e valore che vadano oltre la spendibilità della sua verginità. Ha un corpo dalla femminilità acerba, lineamenti alteri, segni inequivocabili di povertà e miseria ben visibili sotto il trucco e le ciglia posticce. Eppure, nello squallore della stanza del bordello, il protagonista si rende conto di non trovarsi davanti ad una puttana come le mille altre che ha incontrato nella vita. Battezza la giovinetta Delgadina, come la protagonista della nenia che le canticchia all’orecchio mentre dorme, esausta dopo una giornata del suo onesto lavoro di cucitrice di bottoni.
È sorprendente, per il protagonista prima che per il lettore, come alla tarda età di novant’anni si possa scatenare un sentimento passionale, benché tutt’altro che sensuale, di enorme intensità, di profonda tenerezza e devozione, di trasporto quasi adolescenziale. Per la prima volta, il professore e giornalista pensa ad una donna, a Delgadina, a tutte le ore del giorno. Vive la giornata in funzione del loro incontro notturno, ritrova il suo dolce pensiero nella musica che ascolta, negli articoli di giornale che scrive trasfonde tutta la propria tenerezza e la propria infaticabile passione, dedicando all’amata ogni parola e ogni emozione.
Quando il protagonista è folgorato dall’eventualità che Delgadina possa diventare una delle puttane di Rosa Cabarcas, o peggio, che lo sia già diventata, il tenero amore è sfigurato da disprezzo e violenta gelosia.

 «Un vapore strano mi salì dalle viscere.
“Puttana!” gridai. [..]
Cieco di un’ira insensata, scagliai contro le pareti ogni cosa della camera: le lampade, la radio, il ventilatore, gli specchi, le caraffe, i bicchieri. […] Con l’accecante lucidità della collera ebbi l’ispirazione conclusiva di appiccare il fuoco alla casa, quando apparve sulla soglia la figura impassibile di Rosa Cabarcas in camicia da notte. [..]
"Dio mio!” esclamò Rosa Cabarcas. “Cosa non avrei dato io per un amore come questo!”»

 L’amore è un prisma che trasfigura ogni cosa. L’amore pervade ogni pagina del libro, e lo si può scorgere intaccando appena ogni altro tema e contenuto: la sterile sensualità, la squallida prostituzione, la consapevolezza della vita che fluisce e scivola via, l’ombra perturbante della vecchiaia che avanza, l’amarezza del corpo che decade e si corrompe, la paura della solitudine e della morte. L’amore è la filigrana visibile in controluce ad ogni pagina.
Gabriel García Márquez è uno straordinario narratore dell’amore, della sua forza devastante, del suo modo dolcissimo e tremendo di tormentare chi ne subisce l’influsso. Se “Dell’amore e di altri demoni” racconta a cavallo tra leggenda e fiaba la magia di un amore imprevedibile e rapido, se “L’amore ai tempi del colera” è la cronaca lenta e trascinante di un sentimento capace di resistere incrollabile agli anni e alle amanti passeggere, “Memoria delle mie puttane tristi” è la parabola dell’amore come sentimento che dà vita. È qualcosa in cui il protagonista non credeva, qualcosa che non sperava gli sarebbe toccato in sorte prima o poi e che non attendeva, e che a dispetto dell’età lo colpisce con tutta la sua forza, dandogli dolci sofferenze, pungoli di gelosia, torture di nostalgia, ma anche nuovo vigore, rinnovata passione da infondere nel lavoro, un’inedita capacità di commuoversi, intenerirsi, emozionarsi, lasciarsi travolgere dalle intense suggestioni che rischiava di perdersi. Dopo aver provato l’intensità del sentimento amoroso, anche la paura della morte viene in qualche modo ridimensionata e l’ottica con cui porsi nei confronti del resto della vita e ogni evento cambia radicalmente. Davanti ad un presagio di morte come davanti ad un concerto, l’atteggiamento del protagonista diventa più emozionato e in qualche modo ottimista:

 «Non sentii dolore né paura bensì l’emozione devastante di averlo vissuto

 L’enorme talento con cui García Márquez delinea esistenze intere, dipinge scorci suggestivi come affreschi e vividi come miniature, ricava poesia dalla più cruda umanità non stupisce più. Questo autore straordinario, in questo libro così breve, avanza con il suo pregevolissimo lavoro: quello di suggestionare e affascinare con la bellezza delle immagini e la ricchezza dei personaggi, ma soprattutto quello di mostrare, tramite le debolezze di questi ultimi e i più squallidi dettagli della loro condizione umana, tutta la grandezza dell’animo, i picchi di emozione ed esaltazione di cui è capace, le più struggenti desolazioni in cui può precipitare. Sicuramente García Márquez è uno stupefacente narratore e la liricità con cui sa raffigurare ed esaltare l’uomo è davvero di rara bellezza. E mi sorprende sempre proprio il suo modo inconfondibile, quasi una firma, di esprimere qualcosa di grande ed emozionante attraverso i dettagli e le piccolezze più infimi e sgradevoli (come dimenticare l’uccello i cui escrementi finirono sul ricamo di Fermina Daza nel momento della dichiarazione d’amore di Florentino Ariza, ne “L’amore ai tempi del colera”?) e a volte anche attraverso un linguaggio semplice e turpe. Quanta poesia, quanto struggimento trapela dal volgare e grezzo monito di Rosa Cabarcas?

«Non morire senza aver provato la meraviglia di scopare con amore.»
 

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