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venerdì 6 gennaio 2017

Jhumpa Lahiri e Pasolini, Baudelaire e Karl Marx: i migliori libri letti nel 2016

Come da tradizione, vi proponiamo la lista dei migliori libri letti durante quest'anno. Un'occasione per proporvi delle letture (o riletture), una piccola pausa per meditare su quello che abbiamo letto, sul nostro percorso umano e culturale. Per riflettere su quello che abbiamo imparato, e su quelle innumerevoli cose che ancora abbiamo da imparare. Buon anno a tutti!

Pagine sull'arte, Charles Baudelaire: si tratta dell'antologia degli scritti critici di Baudelaire curata da Carlo Pellegrini nel 1920. Pensieri sparsi, ma divisi per tematica, ci presentano l'arte come lo specchio dell'individualità dell'artista. In questo senso, l'arte non può che essere fine a se stessa e assolutamente distaccata da un'idea di progresso che vada oltre la visione intimista. Un libro che permette di calarsi nella domanda, più che attuale, sull'arte e sull'artista. Può l'arte essere impegnata? Per Baudelaire probabilmente no, ma ciò non toglie che «una tal leggerezza metafisica del mondo baudelairiano vuol esprimere l'esistenza stessa» (Sartre).


In altre parole è stato scritto direttamente in italiano da Jhumpa Lahiri, scrittrice statunitense di origini bengalesi. Il libro è composto di mattoncini leggeri e scarni, capitoli di poche pagine e un linguaggio pulito e scolastico, che in alcuni punti cerca di spiccare il volo con costrutti complessi e parole ricercate. Leggendolo, si percepisce nettamente l'abisso tra la lingua materna e le lingue acquisite. Ogni parola perde la spontaneità e l'ovvietà della lingua quotidiana, e pagina dopo pagina, leggendo dell'innamoramento di Lahiri per la lingua italiana e del suo studio durato anni interi e mai concluso, ci si fa carico dell'enorme peso di ogni singola parola, della fatica immensa di scrivere (e pensare) in una lingua presa in prestito, in cui anche il linguaggio banale e quotidiano è un mistero fitto che solo la pratica costante e l'intimità possono rendere familiare.
Non ho mai trovato che Jhumpa Lahiri fosse una grande scrittrice, ma questo suo libro è diverso dagli altri. Mi ha turbato quanto può farlo un saggio di filosofia del linguaggio, mi ha commosso come L'analfabeta di Agota Kristof. Mi ha fatto cogliere della mia lingua, che do quotidianamente per scontata, tutta la difficoltà, la magnificenza, l'alterità.


Storie della città di Dio. Racconti e cronache romane (1950-1966), di Pasolini.
Lontane nel tempo e nel senso, accomunate dalle coordinate geografiche e dal fascino dei ritratti d'autore, ci sono la Roma di Paolo Sorrentino e quella di Pier Paolo Pasolini. La prima è una Roma inesistente, inerte, superficiale come una patina lucida e rigida stesa su un vuoto rimbombante, è bella e morta come le anatomie di marmo di Piazza Navona. La città di Dio raccontata da Pasolini, invece, è viva, e non perché a ucciderla siano stati i sessant'anni intercorsi tra un ritratto e l'altro. La Roma di Sorrentino è uccisa dal suo occhio mistificatore ed estetizzante, falsificatore, snaturalizzante al pare dell'opera di un
imbalsamatore, di un imbellettatore di mummie, dalla sua assenza di slancio sociale, dal suo ripiegamento sterile su un'interiorità egotica ed edonistica, autoassolutoria, invaghita di una bellezza virginale che è disumana e frigida. L'uomo di carne e l'uomo collettivo ne escono umiliati e offesi, dallo spazio sociale vengono ricacciati nella sfera di un intimo privo di tensione ideale e di spessore materiale («Noi abbiamo già fatto l'amore?»).
La Roma di Pasolini, che inizia a languire nel processo di omologazione culturale della società dei consumi, è invece viva, pulsante, materica, spessa. È guardata sì con l'occhio innamorato di chi proviene dalla periferia dell'Italia, di chi sente forte il fascino della millenaria stratificazione urbanistica e artistica, dell'appassionato di umanità che studia come al microscopio un universo di linguaggi, mimica e percezioni ancora nuovo e alieno. Ma è anche guardata con la lucidità dell'uomo politico, con un taglio ora da antropologo ora da poeta, con a volte una punta di invidia per quelle forme di vita radicate e spontanee, spaventose e fragili, che avevano nelle borgate romane il loro habitat naturale più caratteristico, introvabile altrove.
Un ritratto di Roma che è anche un saggio sociologico, una riflessione sulla religione e sul consumismo, sull'origine e sulla conservazione delle diseguaglianze, un affresco minuzioso di ambienti e folle, una fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta, una dichiarazione d'amore.



Liberazione animale di Peter Singer è un classico del pensiero occidentale contemporaneo. In un periodo come quello presente, che vede lo stile di vita vegano e il vegetarianesimo come mode e quasi come manie, di certo come fenomeni socioeconomici e mediatici, come nuovi impulsi vitali per il mercato alimentare e quello editoriale, è fondamentale interrogarsi sul senso reale della scelta auspicata da Singer, quella della rinuncia alla carne. Con immensa competenza bioetica e con estrema lucidità logica, Singer smonta dapprima il mito antropocentrico caratteristico della società Occidentale, per poi analizzare e descrivere gli universi spietati della sperimentazione sugli animali, dell'industria della carne, dell'allevamento industriale per le uova; infine, viene proposto un nuovo modello di vita, non solo antispecista, ma che mette in profonda discussione alcuni degli assunti intrinseci del capitalismo, che stanno alla base di ogni altra forma di sfruttamento e oppressione. L'enorme talento di Singer impedisce che la sua denuncia sia ridotta a dito puntato contro le sofferenze dei singoli animali, con corredo patetico e derive fanatiche: Liberazione animale è un libro assolutamente rigoroso, che giustifica le sue posizioni con grande serietà intellettuale, che mette in discussione alcuni punti cardine della nostra cultura, mostrando una parte degli orrori che l'abitudine e la ricerca esclusiva del profitto ci addestrano fin da bambini ad accettare come uno stato di cose immutabile.


Storia e coscienza di classe, György Lukács, 1922. Raccolta di saggi di teoria e filosofia politica. Di particolare rilievo filosofico è il saggio sulla reificazione: l'autore mette in evidenza come la razionalità capitalistica, formale e calcolante, non tenga conto della mostruosità della condizione del proletariato. Il proletariato è per il Capitale una cosa in sé inconoscibile, i cui bisogni e desideri vitali non sono comprensibili attraverso le categorie formali di cui si serve per irreggimentare la realtà. Il proletariato è la materia densa e oscura che il capitalismo pone nel momento in cui dispiega la sua fredda razionalità: la classe operaia è la massa che si fa coscienza, principio autenticamente vitale e punto di rovesciamento del sistema capitalistico.



La famiglia Karnowski, I.J.Singer, 1943. Ritratto di tre generazioni di una famiglia ebraica, dalla fine del diciannovesimo secolo fino alla Seconda Guerra Mondiale. Un romanzo sull'identità ebraica soggetta, come tutte le identità,  ai mutamenti e agli eventi storici, legata alle vite degli individui che concorrono a costituirla; una profonda riflessione sul senso dell'essere ebreo, sul rapporto con il proprio passato, con i propri padri e con i propri fratelli. Un quadro complesso della comunità ebraica, in cui vivono anime diverse, spesso inconciliabili, in cui il conflitto con il Padre è un conflitto con il testo sacro, con la propria fede religiosa.
 


Casa di bambola, Ibsen, 1879. Opera teatrale d'avanguardia nel teatro e nella letteratura borghese, in cui si mettono in scena tutte le ipocrisie e le miserie della piccola borghesia europea nei decenni a cavallo tra XIX e il XX secolo. Una donna-bambola, stereotipo della perfetta moglie e madre borghese, comincia a sentire questa etichetta sempre più estranea, fino alla scelta di abbandonare il tetto coniugale per riscattarsi come donna, come essere umano. Opera che mette in luce la mediocrità, la finzione della vita borghese, apparentemente rassicurante, ma profondamente segnata da contraddizioni e lacerazioni insanabili.


Manoscritti economico-filosofici del 1844, Karl Marx. Raccolta di manoscritti del giovane Marx, in cui vengono poste le basi per la futura critica dell'economia politica. Nel cuore restano soprattutto i manoscritti sul lavoro alienato, in cui l'autore mette in luce la brutalità, l'estraniazione che il modo di produzione capitalistico impone all'operaio, condannato a vendere la propria forza lavoro come merce. Questa alienazione porta il lavoratore ad avere l'oggetto prodotto di fronte a sé, estraneo, ad allontanarsi da se stesso, dagli altri uomini, dallo stesso genere umano. Un'analisi che pone le basi per uno studio scientifico e sistematico dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, lucida e allo stesso tempo intensa. Un classico indimenticabile della filosofia.


La fattoria degli animali, George Orwell (rilettura): un sempreverde della letteratura che riesce a spalancare finestre sulla questione secolare dei servi e dei padroni nella misura in cui sia possibile un rovesciamento degli uni negli altri. Gli animali della Fattoria Padronale, stanchi dei soprusi subiti, si ribellano all'uomo padrone e, alla cacciata del padrone, il signor Jones, la fattoria cambia nome (diventa la Fattoria degli Animali) e i maiali si assumono la responsabilità di stabilire i ritmi di lavoro di tutti gli animali. I profitti del lavoro vengono divisi secondo il principio "da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni", ma i maiali impongono il proprio volere fino a introdurre una nuova costituzione: "Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri". I servi sono diventati i padroni dei compagni di una volta. Il libro di Orwell era in maniera piuttosto esplicita una critica alla Rivoluzione russa, ma a noi piace leggerlo in chiave contemporanea e ci auguriamo che i servi di oggi non siano i padroni di domani. 


Poeti simbolisti francesi, a cura di Glauco Viazzi: il mistero della poesia che si schiude lentamente e, ogni volta, diversamente per ogni lettore che apporta alla lettura il proprio io. 
"La contemplazione degli oggetti, l'immagine che si diparte dai sogni ch'essi suscitano, è questo, a costituire il canto: i Parnassiani, loro, prendono la cosa nell'interezza sua e la mostrano; talché mancano di mistero; privano gli spiriti della deliziosa gioia di credere che stanno creando. Nominare un oggetto equivale a sopprimere i tre quarti del godimento del poema, ch'è fatto invece della felicità di indovinare poco a poco; suggerirlo, ecco il sogno. È l'uso perfetto di questo mistero, a costituire il simbolo; evocare lentamente un oggetto per mostrare uno stato d'animo, oppure, all'inverso, scegliere un oggetto e farne sprigionare uno stato d'animo grazie ad una serie di decifrazioni" (Mallarmé)

mercoledì 11 settembre 2013

Paradisi artificiali, Charles Baudelaire

Opera in prosa del celeberrimo poeta, Paradisi Artificiali è un interessante saggio sul consumo di vino, hashish ed oppio. Un saggio sul vizio, sulla debolezza dell'uomo, sui suoi limiti e contraddizioni. L'uomo è mortale, finito, legato indissolubilmente alla materia, limitato nelle percezioni, inibito nella volontà; eppure tende al sublime, al superamento di se stesso, del suo stesso corpo: è come se ci fosse una sproporzione tra la vista, il tatto, l'olfatto, il gusto, l'udito presi in senso assoluto, nella loro massima potenzialità, e gli organi di senso preposti a queste funzioni. La nostra anima vede e sente più di quanto possa fare il nostro corpo: il sublime è quel superamento, l'affermarsi dei sensi dell'anima sui sensi del corpo. Il sublime è il paradiso di Charles Baudelaire. L'alcol, le droghe, sono dei treni ad alta velocità che ci conducono nella terra merovigliosa e terribile del sublime, sono delle montagne russe che ci portano in vetta, e ci catapultano nell'abisso.
In questo saggio Baudelaire parla della sua esperienza personale e non solo, del rapporto tra droga e arte, dei paradisi artificiali, e di come questi possano trasformarsi in inferno.
La prima parte del saggio "Del vino e dell'hashish", oltre a decantare le gioie e i dolori del vino, mette a confronto i diversi "paradisi".
"Oh gioie profonde del vino, chi non vi ha conosciute? Chiunque abbia avuto un rimorso da placare, un ricordo da evocare, un dolore da annegare, o abbia fatto castelli in aria, tutti hanno finito per invocarti, o dio misterioso celato nelle fibre della vite. Quanto sono grandiosi gli spettacoli del vino, illuminati dal sole interiore! Quanto vera e ardente quella seconda giovinezza che l'uomo attinge da lui! Ma quanto temibili anche sono le sue folgoranti voluttà, e i suoi snervanti incantesimi. [...] Il vino assomiglia all'uomo: non si saprà mai fino a qual punto lo si possa stimare o disprezzare, amare o odiare, né di quali azioni sublimi o di quali mostruosi misfatti sia capace."
 Il vino è sangue che pulsa nelle vene, rinvigorisce la volontà, rende forti;  ha una sua "personalità", è amico e nemico dell'uomo, lotta con lui. Chi "beve solo latte" è in genere un uomo mediocre, superficiale, se non addirittura malvagio. Gli effetti del vino si legano con la personalità del bevitore, il vino scorre nelle profondità dell'anima, dà luce, e fa emergere le ombre.
Esclusivamente all'hashish è dedicata invece la seconda parte del saggio, "Il poema dell'hashish".
Rispetto alla parte dedicata al vino, il linguaggio è più freddo, oggettivo, tecnico. Se l'ebbrezza del vino è conosciuta da tutti, "il vino piace a tutti", l'hashish è poco conosciuta, quindi l'intento principale è quello di informare i lettori.
Si ripercorre la storia dell'hashish: gli effetti della canapa erano già conosciuti nell'antico Egitto, Marco Polo nel Milione narra di come il Veglio della Montagna, dopo averli inebriati con l'hashish, rinchiudesse i suoi discepoli in un giardino, per far conoscere loro il paradiso, ricompensarli di un'obbedienza assoluta e passiva; nell'Arabia felix, l'hashish era chiamata erba per antonomasia; Erodoto narra di come gli Sciti gettassero delle pietre roventi sui semi di canapa e ne aspirassero il vapore. Si elencano i diversi nomi di questa droga, in base alla composizione e all'area geografica di provenienza. Si racconta di episodi di contadini francesi, che dopo aver falciato la canapa, avvertivano strani sintomi, e persino del comportamento euforico delle galline che avevano mangiato i semi di questa pianta!
Minuziosa è la descrizione degli effetti e delle modalità d'uso (un secolo dopo, nel 1954, Aldous Huxley darà un'impostazione molto simile al suo saggio sugli effetti della mescalina, The doors of percepition, e nel 1998 Terry Gilliam girerà Paura e delirio a Las Vegas). L'hashish, a differenza del vino, inibisce la volontà, la capacità di muoversi, ma apre a delle esperienze percettive, sensoriali, assolutamente originali: le pupille si dilatano e i colori diventano sempre più nitidi, accesi. Dalle estremità, una sensazione di freddo pervade tutto il corpo, il quale si abbandona, la soggettività si annulla, fino a raggiungere uno stato di assoluta pace, felicità, che Baudelaire chiama dell'"Uomo-Dio": nirvana, atarassia, kief, è un'esperienza che espande l'anima oltre i confini del corpo, in una una unione panteistica, mistica, con il mondo. Gesti, esperienze quotidiane, assumono un volto magico, si riempiono di senso:
"La musica, altra lingua cara agli ignavi o alle menti profonde che cercano lo svago nella varietà del lavoro, vi parla di voi stessi e vi racconta il poema della vostra vita: s'incarna in voi, e voi vi infondete con lei. Essa parla della vostra passione, e non in modo vago e indefinito, come fa nelle serate svogliate quando ascoltate l'opera, ma in modo circostanziato, preciso: ogni movimento del ritmo evidenzia un movimento conosciuto della vostra anima, ogni nota si trasforma in una parola, e l'intero poema entra nel vostro cervello come un dizionario dotato di vita."
La terza e ultima parte del saggio, è il commento dell'opera di Thomas de Quincey, Confessioni di un mangiatore d'oppio: si descrivono le delizie provate inizialmente, il sempre più spasmodico bisogno di assumere la sostanza, fino alle torture della dipendenza. Si descrivono gli stati paranoici, gli incubi provocati dall'abuso di droga, il senso di impotenza nel non riuscire a liberarsi da queste catene; i tentativi di uscirne, la sofferenza, e infine la liberazione definitiva dal vizio.
Baudelaire condanna l'uso di hashish ed oppio, moralmente ed esteticamente.
Da un punto di vista estestico, l'uso di droga non agevola in nessun modo la produzione artistica, anzi l'esatto contrario; il poeta si scaglia contro gli "utilitaristi", i quali ritengono che attraverso l'uso di droga, si possa potenziare artificialmente l'estro artistico: "ammettiamo per un istante che l'hashish dia, o quanto meno aumenti la genialità; essi dimenticano che la natura propria dell'hashish è quella di diminuire la volontà; e così, esso concede con una mano ciò che toglie con l'altra, cioè l'immaginazione senza la facoltà di approfittarne". La condanna dell'uso di droga diventa elogio dell'arte, un'esaltazione della sua grandezza: l'arte è il paradiso naturale, è il sublime che rende liberi, la droga è l'illusione del sublime, dietro la quale si nasconde il volto delle tenebre.
Se Allen Ginsberg non avesse fatto uso di droga, avrebbe scritto L'Urlo? Senza uso di droga i Pink Floyd avrebbero composto brani come "Shine on you crazy diamonds"? E lo stesso Baudelaire, avrebbe scritto le sue poesie? La risposta del poeta è chiara: l'arte non è solo genialità e talento, ma è anche abnegazione, dedizione assoluta, ed è questa dedizione che porta al raggiungimento del sublime, quello autentico, della vera bellezza. Cercare una scorciatoia è inefficace, dannoso per la propria anima e immorale: "Chiamiamo baro il giocatore che ha escogitato il sistema per giocare a colpo sicuro; quale appellativo daremo all'uomo che intende acquistare, con un po' di denaro, la felicità e il genio?"
In questo saggio, Baudelaire affronta un problema spinoso, quello delle dipendenze e dei vizi, senza esaltazioni né moralismi retorici, ma con una profonda sensibilità poetica. Esorta a cercare l'inifinito nell'arte, nella cultura, che è ciò che rende davvero liberi, che eleva davvero l'anima umana. La droga, ha il vantaggio di darci tutto questo immediatamente, ma è un'illusione. Quando ci si sveglia dal sonno, ha inizio l'incubo. Quando il paradiso si dissolve in una nube di fumo, ha inizio l'inferno. Quando l'illusione della libertà scompare, ci si rende conto di essere schiavi di se stessi, soggiogati dalla propria dipendenza. Si annulla ogni possibile esperienza di senso, ogni moto dello spirito, che viene risucchiato dallo "Spirito delle Tenebre".
 
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