sabato 16 dicembre 2017

"Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza" di Roy Andersson

«È giusto servirsi delle persone solamente per il proprio piacere?»

Il titolo è ironico e immaginifico. Il film è strano ed evocativo. Vincitore del leone d'oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 2014, è piacevolissimo da vedere, spinoso e nordico, lento e suggestivo. Pone una sequela di domande, senza fornire che stralci di risposta, ma abbondando di silenzi che ti lasciano l'agio di pensare, mentre fissi il grigiore delle scenografie fintissime da teatro e insieme vivide e trasognate, come ereditate da un ricordo infantile o prese a prestito da un futuro informe.
Seguiamo due agenti di commercio tristi, tristissimi, nei loro tentativi frustrati di vendere denti da vampiro e maschere di Zio Dentone, articoli per fare feste e scherzi, che non divertono nessuno. Come loro stessi, che invano ripetono agli altri e a se stessi: "Vogliamo aiutare la gente a divertirsi". Tra ipotetici acquirenti non interessati ed ex clienti insolventi, si aggirano tetri e ripetitivi in uno scenario fantasmatico, saldi nella loro amicizia e nella comunione di lavoro e fallimenti. Camminano con la loro valigetta tra parate militari fuoriuscite dalla Grande guerra del Nord, ballerini di flamenco che provano e sudano nella scuola di danza, passeggeri che pranzano alla mensa di una nave. La lunga sequenza di quadretti presi in prestito dalla vita (più uno strappato a un brutto sogno) raccontano con delicatezza, ironia, malinconia e stupore di amori non corrisposti, debiti non saldati, morti inaspettate, bevande alcoliche pagate in baci, autobus persi e ombrelli dimenticati a casa in giornate improvvisamente diventate piovose. Nell'immobilità pittorica e nel pallore disumano di personaggi, comparse e fondali, viene sgranato questo piccolo rosario della vita. La lentezza e la pulizia delle sequenze le rendono belle e contemplative, scultoree, esistenzialistiche.



Un uomo attende per ore, impalato in mezzo alla strada, la persona che ha evidentemente dato buca ad un importante appuntamento. Alle sue spalle, oltre la vetrina di un bar, la maestra di danza bacia le mani del ragazzo che la respinge, e si accascia piangente sul tavolino. Così, ugualmente gravata di uno schermo di silenzio e indifferenza, una ricercatrice in camice bianco chiacchiera al telefono sul clima, mentre a pochi passi una scimmietta immobilizzata e attaccata agli elettrodi geme con il corpicino impotente squassato dalle scosse elettriche. Una moglie smanetta con utensili da cucina, ignara del marito in sovrappeso che, colto da malore, agonizza silenzioso nella stanza accanto. E ancora così, degli schiavi africani vengono ricacciati a frustate dagli aguzzini colonialisti in un macchinario gigantesco che trasformerà la loro agonia in musica per le orecchie dei ricchi, che osservano placidi lo spettacolo sorseggiando un Martini. Le vite e i drammi degli uni scorrono accanto agli altri, che restano impassibili: per ignoranza, indifferenza, impotenza, pudore. Ognuno è ripiegato sulle proprie vicende e ammutolisce di fronte all'Alterità, all'imprevisto, al mistero. Eppure, la rete di relazioni e di compresenze, sulla terra e alla fermata dell'autobus, è fittissima e indissolubile: solo dal bouquet di esperienze diverse, dalla vicinanza, seppure muta, di intere folle, dal collage di sentimenti paralleli e plurali può emergere un qualcosa che non sia diario intimista ma ricco affresco della vita.

domenica 10 dicembre 2017

Black Friday - Le cose che una volta possedevi, ora possiedono te


Il sabato mattina dopo il Black Friday si lavora: non è un giorno qualsiasi. 
Se il Black Friday è la giornata in cui i commercianti, attraverso un'intelligente (per non dire scaltra) politica della promozione, invitano i consumatori ad entrare nei propri negozi, segnando l'inizio della stagione degli acquisti natalizi, il saturday successivo è il giorno in cui si innesca la vera e propria bomba. Entrambe le giornate sanciscono il via alla disumanizzazione: c'è chi si azzuffa per accaparrarsi una scopa elettrica scontata del 50%, chi trascorre la notte in accampamenti di fortuna messi a punto appena fuori dai centri commerciali, chi accende mutui per acquistare l'ultimo Iphone, chi attende davanti ad un monitor con diligenza maniacale l'esatto orario in cui questo o quel prodotto sarà scontato (sono le cosiddette offerte lampo), chi controlla minuziosamente la tracciatura del proprio pacco con il form per il reclamo già aperto su un'altra scheda del browser e chi, occupando una posizione aziendale di spicco, organizza veri e propri squadroni da combattimento che possano soddisfare la richiesta del mercato. 
Non si hanno notizie certe sull'origine del nome: forse Black Friday farebbe riferimento alle annotazioni dei libri contabili dei commercianti che, tradizionalmente, passavano dal colore rosso (indicante le perdite) al colore nero (indicante il guadagno). Denoterebbe, quindi, un venerdì particolarmente produttivo per le attività commerciali, che passerebbero dal "rosso" al "nero", dalla perdita al guadagno. Il primo Black Friday può esser fatto risalire al 1924, quando la catena Macy's organizzò la prima parata per celebrare l'inizio degli acquisti natalizi. Ma fu negli anni Ottanta che prese piede l'usanza di celebrare un Black Friday all'anno: il Paese capofila, gli Stati Uniti, lasciò quindi posto agli altri Paesi.
In quella giornata lo shopping diventa virale, nella misura in cui non si tratta più di acquistare qualcosa per necessità, ma semplicemente perché sarebbe assurdo non comprare, se si ha uno sconto! Allora si compra per il gusto di comprare. I siti internet di e-commerce, che pubblicizzano l'evento mesi prima, arrivato quel giorno, propongono nel layout della propria home page una serie di categorie, da cui il consumatore può attingere tutta una serie di consigli per gli acquisti: stai arredando casa? L'immagine di un sofà ti indicherà la categoria relativa agli oggetti per la casa: schiaccianoci di design, tovaglie antimacchia, decorazioni per il bagno in stile shabby chic (l'ultima moda in termini di arredamento), ombrelli che si aprono al contrario, profumatori per ambiente. Basta cliccare il tasto "compra", compilare qualche form e il gioco è fatto. E a spese ridotte! Non solo si ha uno sconto considerevole, ma le spese di spedizione (previste sempre, se si acquista online), per il Black Friday, sono gratuite. Siamo tutti felici quando il nostro pacco arriva direttamente sulla soglia di casa nostra e noi siamo lì, in pigiama, ad accogliere il corriere mentre fuori piove.


The future of commerce!

Più trovata pubblicitaria di questa, signori, non so cosa ci possa essere! E i retroscena sono preoccupanti: chi lavora behind the scenes, sa benissimo che non è tutto rose e fiori. D'altronde, il Black Friday si fonda su una concezione capitalistica e consumistica della realtà, the american dream: lavorare per lavorare, insomma. Dove non contano valori come la sicurezza o l'efficienza, ma conta l'how much and how, da tenere assieme, come due facce della stessa medaglia. How much and how diventa il motto dell'operaio, del corriere, del portapacchi, che pur di mantenere il proprio posto di lavoro scendono a compromessi inaccettabili. Lavorare tanto, ma mantenere una resa alta, anche se l'attenzione cala, anche se la stanchezza aumenta.
La disumanizzazione, così, passa anche attraverso il lavoro. Il picco di lavoro dura pochi mesi, per cui le aziende devono scegliere tra due possibilità: assumere personale precario da impiegare appositamente durante il picco di produzione (e con il Jobs Act, almeno in Italia, non è più un problema) oppure sottoporre il proprio organico già consolidato a ritmi incessanti, previo pagamento di somme incentivanti (straordinari o flessibilità che dir si voglia). Ma il lavoro non è solo la riscossione di uno stipendio: è crescita, progettualità, impegno, fiducia. In entrambi i casi, è sempre il dio denaro a vincere, dal momento che al lavoratore vengono sottratti proprio questi valori che fanno del lavoro ciò che nobiliterebbe l'uomo: il precario per la propria condizione di instabilità, che si traduce in un guadagnare tanto, ma per poco tempo; il lavoratore consolidato per la situazione in cui si viene a trovare, quella in cui guadagna tanto, ma senza la possibilità di godere del proprio denaro. 
Soluzioni? Ce ne sarebbero tante, ma andrebbero a discapito di chi sovvenziona questo modus operandi. È un circolo vizioso: il più potente stabilisce i termini, il più debole ne accetta passivamente le condizioni. 

lunedì 18 settembre 2017

¡Viva la vida! - Frida Kahlo secondo Pino Cacucci

«Ho cominciato dipingendo me stessa perché non c'era nessun altro e nient'altro intorno a me. Ma era la mia faccia, in quello specchio? O era la Pelona che si incarnava in me, che mi entrava dentro fino a fondersi e sciogliersi in questa eterna stagione delle piogge che è la mia vita?»

Pino Cacucci racconta, in prima persona e in forma di monologo teatrale, la vita della pittrice messicana Frida Kahlo: una vita dalle tonalità intense e sensuali, animata da passioni e immagini perturbanti, resa cupa da angosce insuperabili, intrisa di mexicanidad come i suoi quadri.
Il monologo somiglia a uno dei tanti autoritratti: sullo sfondo della giungla nella stagione delle piogge e delle pareti colorate della Casa Azul di Coyoacán, raffigura Frida come una presenza ingombrante, contraddittoria, primordiale. Ce la racconta a partire dal giorno fatale dell'incidente del tram su cui Frida viaggiava, in quel settembre 1925: appena diciottenne, la pittrice incontra la Pelona, la cagna spelacchiata, la morte, e la mette in fuga con la sua disperata voglia di sopravvivere a dispetto delle numerose fratture e del dolore straziante. L'incidente rende Frida "una sciancata" per il resto della vita, ne mina gravemente la salute, la rende fisicamente incapace di portare a termine le quattro gravidanze iniziate e desiderate, e soprattutto la ossessiona per sempre: la morte, incontrata e scampata quel giorno, diventa per Frida una compagna costante, un'ossessione, un demone che la abita, una parte di lei e dell'abisso che si porta dentro per il resto della vita. Ogni giorno, fino alla morte giunta troppo presto, viene vissuto come un palmo di terra sottratto alla Pelona con una guerra di posizione che non lascia requie e tormenta, negli infiniti giorni trascorsi immobile nel letto di ospedale o rinchiusa nei busti di gesso e metallo, nelle interminabili notti piene di angosciosa solitudine.


È in questi soggiorni forzati, in queste lunghe prigionie in un corpo infermo con l'unica compagnia di uno specchio e del materiale da disegno, che la giovane Frida inizia a comporre i suoi dipinti. Colorati, violenti, intensi come il Messico, e con protagonisti gli occhi penetranti dell'autrice e le sue sopracciglia come "ali di gabbiano nero".
Cacucci racconta delle amicizie di Frida con Lev Trockij [stupefacentemente traslitterato "Tročkij"] e con Tina Modotti, e soprattutto del suo incontro fatale (almeno quanto l'incidente del tram) con il Rospo, Diego Rivera. L'artista degli immensi murales pieni di facce e di storia, il segretario generale del Partito Comunista Messicano, il marito
incredibilmente fedifrago, l'omaccione "alto il doppio e pesante il triplo" della "Colomba" sua moglie, ci viene raccontato da una Frida ammirata, inguaribilmente innamorata, e allo stesso tempo sofferente fin quasi a odiare l'uomo del quale, tuttavia, non può e non vuole fare a meno. Numerosi tradimenti vengono commessi da una parte e dall'altra: Frida ci racconta del suo amante giapponese, l'artista Isamu Noguchi, di alcune amanti donne, della liaison con "el Viejo León", e ci racconta anche dei tradimenti subiti. Uno su tutti, quello che spinge Frida ad abbandonare Diego (dal quale, pure, tornerà), coinvolge Cristina, la sorella amata, e colpisce Frida all'indomani dell'ennesimo straziante aborto spontaneo.
Tra aneddoti biografici e sfoghi, che ricalcano a volte gli scritti di Frida e sempre cercano di richiamarne il carattere e la tormentosa passione, il rapporto tra "l'Elefante e la Colomba" (come titolarono i giornali il giorno delle loro nozze) ci viene raccontato come una convivenza tra geni artistici, prima e oltre che come un matrimonio difficile.

«Mentre Diego rappresenta l'universalità del mondo visibile, Frida dipinge pensieri che si materializzano, stati d'animo che diventano forme e colori: lui è l'interprete di un popolo e della sua lunga e travagliata storia, lei è l'immediatezza dell'esperienza vissuta e immaginata, dove vivere e immaginare si fondono, si compenetrano, si tormentano a vicenda

"Autoritratto come Tehuana (o Diego nei miei pensieri)"

Nel finale Frida, vestita con gli abiti tribali delle donne di Oaxaca e carica di gioielli come una divinità azteca, si prepara all'incontro, sempre rimandato, temuto e desiderato, con la Pelona. Frida cammina incontro alla Pelona, ne brama l'abbraccio come si brama una liberazione dalle sofferenze fisiche ed emotive, dal peso non più sostenibile di una vita intensa e travagliata. Aspetta la partenza, come scrisse nel suo diario alla vigilia della morte, e spera di non tornare mai più.
Il libro si conclude con due brevi testi che raccontano qualcosa in più dell'ambiente abitato da Frida e Diego e della genesi del monologo ¡Viva la vida!, dell'ammirazione di Cacucci per figure di Tina Modotti e Nahui Olin e soprattutto del suo amore per Frida, che pone al di sopra delle altre e che chiama, ammaliato dai suoi occhi penetranti e dalla sua personalità, la "stella intramontabile".

«««v

martedì 25 luglio 2017

"Crotone nera" di Natale G. Calabretta


«Pionieri di terre promesse: di rione Tufolo lo zolloso, di Bernabò fittavolo ebreo.
Poi, ci si ritrova a parlare con uno di questi, un superstite solo, e le sue parole ti sorprendono perché quel non luogo, quel posto agonizzante, è il suo intimo imprescindibile luogo dell'anima: la frontiera della sua storia commuovente comunque.
In periferia gli occhi di chi ci vive sono estranei e le esigenze non comprese.
"Sugnu du' Gesù"... tanta orgogliosa appartenenza.
Ma perché?
Non c'è disagio nelle sue parole di abitante, piuttosto rimpianto per l'inaspettata malattia, unico prezzo troppo alto del riscatto.
Il prezzo, l'ennesima beffa ai danni dei poveri congeniti, ostinati sui luoghi delle loro care macerie.»

I marciapiedi unti, gli abusi edilizi, le bambine incinte, gli scantinati stantii e i sacchi di immondizia: questi sono gli elementi scenografici che accolgono i racconti di Natale G. Calabretta, ingegnere crotonese. L'occhio che li osserva e descrive, che si sofferma sulle rotonde scialbe e i muri sporchi, è quello di un urbanista capace a tratti di poesia. La Crotone raccontata da Calabretta non è quella dei «fasti magnogreci» né quella delle «epopee industriali recenti e definitivamente finite». Non è la Crotone dorata visitata dai turisti, fatta di sabbie finissime e del lungo Viale Gramsci punteggiato di palme dal sapore californiano, né la Crotone di Carlo V e della serie A.
La "Crotone nera" dei racconti è innanzitutto periferia. I Trecento Alloggi, San Francesco, Fondo Gesù, «il bronx di Via degli Albanesi» sono raccontati come quanto possa esserci di
più distante dal "centro", da tutti i centri immaginabili. Sono brandelli di cemento e catrame dimenticati fuori fuoco, privi di attenzione, di cura, di interesse, di salvezza. I crotonesi che li abitano si muovono tra le pagine come ombre destinate alla nullità, a malapena esistenti, se non ai propri stessi disgraziati destini fatti di miseria, oscillanti tra la rabbia violenta e la cupa rassegnazione.

Calabretta racconta tutti i mali della periferia: dalla disoccupazione cronica allo spaccio, dalla violenza domestica alla ritorsione, dalla corruzione al senso disperato di abbandono. I primi racconti della serie, in particolare, trafiggono il lettore crotonese con il loro gusto quasi di radiografia: i fatti, ispirati alla cronaca nera recente e ai caratteri (appena mitizzati ma in buona parte rispondenti al vero) del crotonese medio, raccontano una Crotone sotterranea, una suburra oscura fatta di stupri e violenze fisiche, di delinquenza come paradossale unica possibilità di riscatto. Le storie si snocciolano tra vie che conosciamo bene (e se non le conosciamo, senz'altro potremmo pensarne di analoghe o vagamente somiglianti nelle abbandonate periferie delle nostre città: perché è vero che queste storie traggono dal loro "provincialismo", ossia dalla loro precisa connotazione geografica e storica, la loro veridicità e la propria oscena e dolorosa bellezza, ma è anche vero che la miseria e la subumanità si annidano, pur tra le diversità locali, in ogni anfratto di questa nostra società impoverita e resa deforme dalla pratica quotidiana dell'abuso, dalla logica disumana dello sfruttamento). I personaggi raccontano a turno, in prima persona, i propri squallori quotidiani: le malefatte a cui la povertà li ha spinti, le dipendenze da cui non sanno emanciparsi, gli istinti animaleschi che non vogliono domare. Ogni delitto di paese racconta dell'ignoranza becera e insieme innocente, del male come scelta obbligata, alternativo solo a un bene disperato, incapace di attecchire tra le spine. Leggiamo storie qualunque prese dall'album degli ultimi: se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo, direbbe De André. Così pare dirci anche l'autore dei racconti: non perché proponga sermoni assolutori, ma perché cerca di grattare via lo sporco per rintracciare l'umanità, la tristezza, la tensione eternamente frustrata verso il riscatto che non c'è.

Gli ultimi racconti lasciano Crotone un po' indietro, per così dire, e si fanno narrazioni più generali: scorci noir che potremmo ambientare un po' dovunque, senza che se ne perda il senso di squallore, paura, solitudine. Gli ambienti oscuri e anonimi, la gratuità della violenza fine a se stessa mi hanno ricordato le atmosfere sclaviane, da Indagatore dell'Incubo. E Calabretta «non è né vuole essere uno scrittore», ma appunto come indagatore dell'incubo reale e quotidiano, quasi come un cronista pieno di domande, si aggira tra gli anfratti di una Crotone oscura, nella quale si intrecciano e sorreggono a vicenda la borghesia dei quartieri "bene" e la malavita organizzata. Una Crotone sconfitta, che vorrebbe forse rinascere dalle sue ceneri post-industriali, depositate sui siti degli estinti stabilimenti della Montedison e della Pertusola, ombre di dignità operaia perduta, scie di malattie e degrado ambientale.
Questi racconti dal ritmo serrato si leggono con la leggerezza di un testo di intrattenimento, ma non lo sono. L'intento con cui sono stati scritti, sottolinea l'autore «è esplicitamente politico».

mercoledì 14 giugno 2017

Su "Il marxismo occidentale" - Fosco Giannini

Prima di entrare dentro l’opera di Losurdo, una notazione, certo non marginale: alla fine dei conti un libro è un libro ed è innanzitutto sostenuto dalla propria impalcatura semantica. Ecco, le pagine di Losurdo sono di una nettezza linguistica, d’ una pulizia – nella spessa densità del discorso – da indurci ad una considerazione: questo è il semplice che è difficile a farsi e ciò capita, come sappiamo sin dal “Manifesto del Partito Comunista” del 1848, quando le idee dell’autore sono chiare, sono giunte a totale maturazione.

Ma, ora, affrontiamo in modo diretto il libro di Losurdo. A pagina 65 vengono riportate dall’Autore due affermazioni – l’una di Lenin, l’altra di Gramsci – che, da sole, esprimono il senso ultimo del lavoro di Losurdo, evocando con forza la critica al marxismo occidentale. “Lenin richiama l’attenzione – scrive Losurdo- sul fatto che, agli occhi dell’Occidente, le vittime delle guerre e dell’espansionismo coloniale non meritano nemmeno l’appellativo di

popoli (sono forse popoli gli asiatici e gli africani?”); in ultima analisi , esse, sono escluse dalla comunità umana. Ancor più esplicito è Gramsci. Scrivendo negli anni ‘30 egli osserva: persino per un filosofo come Henry Bergson, “in realtà umanità significa Occidente”; ed è in tal modo che argomentano i campioni della “difesa dell’Occidente”…la cultura dominante in Occidente. Il comunismo, invece, è sinonimo di umanesimo integrale, di un umanesimo che sfida l’arroganza dei “bianchi superuomini”.

Qui c’è il cuore del discorso losurdiano, la sua critica al marxismo occidentale: il marxismo dell’Occidente non ha saputo uscire dalla propria religione bianca; non ha saputo evitare che il contesto ideologico in cui è nato lo segnasse di sé; non ha saputo essere i popoli extraoccidentali oppressi dall’imperialismo e dal colonialismo, cosicché ha guardato il mondo grande ed esterno all’Occidente con gli occhi – infine -dello stesso Occidente; ha guardato al di là dell’Occidente con occhi sì critici verso il capitalismo ma non capaci di vedere il mondo grande extraoccidentale. Da qui, da questa essenziale distorsione iniziale, sono sorte le critiche – sempre più estese, organizzate, ramificate, “raffinate” – ai modi in cui si conducevano le lotte anticolonialiste; ai modi in cui si prendeva il potere; ai modi in cui i popoli e gli Stati liberatisi dal colonialismo difendevano il potere conquistato; ai modi in cui i Paesi precapitalisti liberatisi sviluppavano le forze produttive. [...]
Su quale base materiale Losurdo costruisce la critica al marxismo occidentale? Attraverso un procedimento semplice e – appunto – concreto: analizzando il pensiero dei maggiori esponenti dello stesso marxismo occidentale.

Il viaggio che Losurdo compie attraverso tutto il pensiero marxista occidentale è un atto da scuola-quadri superiore, indispensabile per costruire un nuovo senso comune rivoluzionario, in antitesi con quelle incrostazioni che oggi deformano la coscienza di troppi comunisti ancora sotto il giogo dello stesso marxismo occidentale. Non è possibile ripercorrere le cento stazioni della via crucis lungo la quale è nato e morto il marxismo occidentale e che Losurdo mette in luce. Possiamo solo dire, al cospetto di tanta ricchezza filosofica e politica, che ogni militante comunista occidentale, e specificatamente italiano (probabilmente uno dei più esposti alla malattia del marxismo occidentale), deve leggere e studiare il libro di Losurdo.

Di tutta la ricchezza analitica di Losurdo facciamo, qui, solo degli assaggi. Nello stesso incipit del suo libro l’Autore ci avverte che la stessa locuzione di “marxismo occidentale” deve la sua fortuna ad un libro con il quale nel 1976 il filosofo inglese Anderson, trotskista, invitava il marxismo occidentale a dichiarare la sua totale estraneità e indipendenza rispetto alla “caricatura di marxismo” dei paesi ufficialmente marxisti, tutti collocati ad Est. Sia l’URSS che la Cina popolare erano duramente presi di mira da Anderson. E dobbiamo dire, col senno del poi, che il pensiero di Anderson ne ha fatta di strada, tra i marxisti occidentali, sino a divenire egemone, sino a porsi come base materiale persino dello scioglimento di grandi partiti, come il PCI. E dobbiamo prendere atto, infine, di come il trotskismo, in Occidente, benchè debolissimo sul piano organizzativo e senza importanti rapporti di massa, abbia sprigionato un effetto dominante sull’intero marxismo occidentale. Nonostante dighe formidabili come quelle di Gramsci, Togliatti e del “secondo” Lucaks.

Dall’analisi complessiva del pensiero degli intellettuali, dei filosofi, dei dirigenti politici di primissimo piano dell’intero marxismo occidentale dispiegata da Losurdo, emerge, in rozza sintesi, il seguente prospetto: il marxismo occidentale non capisce, non “sente” la centralità delle lotte e delle rivoluzioni anticolonialiste e antimperialiste portate avanti dai popoli, dalle avanguardie e dai partiti comunisti del “mondo grande” (come direbbe Gramsci) esterno all’Occidente. Non le capisce perché le misura con il metro culturale occidentale e della democrazia borghese, ratificando in questo modo la propria subordinazione filosofica e ideologica alla stessa cultura imperialista. È da questa postazione sbagliata che il marxismo occidentale – invece che mettere a valore, anche sul piano teorico, le lotte di liberazione dei popoli – tenta cocciutamente di scandagliarle con la diagnostica occidentale; da qui la condanna di “totalitarismo” che il marxismo occidentale scaglia contro le rivoluzioni anticolonialiste e antimperialiste, contro l’URSS, contro la Cina popolare, contro Cuba e via dicendo; da qui l’accusa di “burocratizzazione” del potere, accusa che prende sostanzialmente le mosse da un paradosso, quello dell’interiorizzazione della democrazia borghese come unica democrazia, che spinge il marxismo occidentale ad avere paura dei poteri rivoluzionari concretamente costituitisi; da qui l’accusa di “mercificazione” del socialismo rispetto ai quei progetti – essenziali ai fini rivoluzionari – volti, nei Paesi delle vittorie anticolonialiste, allo sviluppo delle forze produttive; da qui “ l’orrore” piccolo borghese più volte dimostrato dal marxismo occidentale in relazione alle difese dei poteri rivoluzionari: che differenza c’è, infatti, tra l’analisi che ha svolto “la Repubblica” rispetto a Piazza Tienanmen da quella fatta dal PRC di Bertinotti e di quasi tutta la sinistra italiana? E ancora: non sarebbe diversa, oggi, la storia del mondo se Gorbaciov, invece di perdersi nell’accidia della cultura occidentale, avesse difeso con la forza, con l’Armata Rossa, l’integrità ed il ruolo dell’Unione Sovietica, invece di regalarla a Eltsin, già genuflesso ai voleri imperialisti? Che fine hanno fatto le lezioni della Rivoluzione francese, della Comune di Parigi, dell’Ottobre, della Lunga Marcia, di Ho Chi Minh, di Fidel , di Che Guevara?

La Fortuna ha voluto (quella machiavellica, quella che si conquista sul campo, quella che i popoli e gli Stati hanno meritato con le loro lotte antimperialiste, anticolonialiste, costruendo e difendendo i poteri e sviluppando le loro economie) che dopo la scomparsa dell’URSS si materializzassero sul fronte internazionale i BRICS, nuovo argine antimperialista. I BRICS che – al solito – non piacciano troppo all’attuale marxismo occidentale, poichè troppo distanti dalla cultura occidentale, troppo “totalitari” e volti ad economie troppo miste, non puramente socialiste…


Losurdo ha svolto un lavoro intellettuale che dovrebbe essere stato d’una grande durezza (ora comprendiamo meglio il nostro filosofo quando, già una decina d’anni fa, ci diceva: “Non fatemi girare troppo, tra convegni e dibattiti, risparmiatemi un po’, poiché vorrei dedicare questa parte della mia vita a studiare e scrivere". E, alla luce di quanto ha prodotto, quanto aveva ragione!) : viaggiando tra tutta l’intellighenzia marxista occidentale ha costruito il filo coerente che ci consente di parlare legittimamente di marxismo occidentale, comprendendone la natura.

Ecco cosa afferma il filosofo marxista francese Maurice Merleau-Ponty, già nel 1955: “La politica rivoluzionaria, che nella prospettiva del 1917 doveva storicamente subentrare alla politica “liberale”è invece sempre più diventata una politica di paesi nuovi, il mezzo per passare da economie semicoloniali ai moderni modi di produzione. L’immenso apparato da essa costruito, con le sue regole e i suoi privilegi, nel momento stesso in cui si dimostra efficace per impiantare un’industria o mettere al lavoro un proletariato ancora vergine, indebolisce il proletariato come classe dirigente…”. Ha bisogno forse di un commento, tale affermazione? L’arroganza eurocentrica e la rimozione della questione della lotta anticolonialista si dichiarano da sole… 

[...] Bakunin, Jean Paul Sartre, il primo Lukacs, Adorno, Bobbio, Foucault, Hannah Arendt, Timpanaro, Toni Negri, Zizek, Badiou: sono anch’essi rivisitati nel profondo da Losurdo, e in tutti il nostro filosofo mette in luce gli elementi costitutivi del marxismo occidentale: una restrizione del campo visivo filosofico che costringe lo stesso marxismo occidentale a chiudersi nel ridotto occidentale ed eurocentrico, causa prima della rimozione delle questioni dell’imperialismo e del colonialismo, causa centrale dell’involuzione provincialista del marxismo occidentale.

Lo stato di salute – politica, filosofica – è oggi, per il marxismo occidentale, gravissimo. Scrive Losurdo, in occasione della guerra imperialista e neocolonialista contro la Libia, 2011: “Non mi risulta che ci sia un esponente di rilievo del “marxismo libertario occidentale” che abbia denunciato tale orrore. Anzi una personalità (Rossana Rossanda) che, quale fondatrice di un “quotidiano comunista” (“il Manifesto”) può ben essere inserita nell’ambito del “marxismo occidentale” ovvero del “marxismo libertario occidentale”, si è spinta sino alla soglia dell’invocazione dell’intervento armato contro la Libia di Gheddafi…”.
E, qualche anno prima – 1999 - era stato Hardt, il coautore, con Negri, di “Impero”, a scrivere, rispetto alla guerra USA-NATO contro la Jugoslavia, scatenata senza nemmeno l’autorizzazione dell’ONU: “Dobbiamo riconoscere che questa non è un’azione dell’imperialismo americano. È in effetti un’azione internazionale… e i suoi obiettivi non sono guidati dai limitati interessi nazionali degli USA: essa è effettivamente finalizzata a tutelare i diritti umani…”.
Tutto ciò, specie l’adesione alle guerre imperialiste, specie in questa fase caratterizzata dalla preparazione di una guerra dal carattere strategico contro la Cina – scrive Losurdo – rappresenta il certificato di morte del marxismo occidentale. Che, se potrà rinascere, lo potrà solamente riassumendo totalmente i caratteri dell’antimperialismo e dell’anticolonialismo conseguenti.

giovedì 8 giugno 2017

"The last family": le visioni apocalittiche di Zdzisław Beksiński

Attenzione: ispirato a una storia vera. Questo avviso rende "Ostatnia rodzina" del giovane regista polacco Jan P. Matuszyński ancora più potente e disturbante. È un film così macabro, dalla trama così accanitamente triste, dalle forme così oscuramente grottesche da apparire inverosimile, se non fosse, appunto, lo specchio fedele della vita vera di una vera famiglia.
La famiglia in questione è quella di Zdzisław Beksiński: pittore surrealista nato in Polonia nel 1929, dall'io cupo e labirintico, sadomasochistico, aracnofobico, divorato dalla propria arte e dall'ossessione del reportage. Dal 1977 al 2005, Beksiński registra e archivia la propria vita privata, la storia sua e della sua famiglia, con la passione morbosa di chi questa vita,
Quadro di  Zdzisław Beksiński. Come tutti gli altri,
è senza nome.
forse, preferisce documentarla e osservarla disumanamente come attraverso la lente di un sogno o di un quadro, piuttosto che viverla. Con registratori casalinghi, Beksiński immortala ogni sua conversazione; con telecamere che si succedono secondo gli avanzamenti tecnologici, filma le stanze della casa, la moglie timida, il figlio disturbato, perfino i corpi delle parenti appena defunte prima di chiamare i soccorsi. E mentre ogni dettaglio della vita finisce rubricato e conservato, tramandato ai posteri e destinato ad alimentare la fedele sceneggiatura del film "The last family", la vita stessa scorre in una forma spenta e grigia, tra la tristezza e l'indifferenza.
Il figlio di Beksiński, che lavora in radio e ha tradotto in polacco i Monty Python, sembra incapace di cantare come di sorridere, totalmente impedito all'instaurazione e alla conservazione di relazioni con donne (e, sbotta a un certo punto davanti a una madre sconsolata, non interessato neppure agli uomini). Non ho mai picchiato Tomasz - racconta il pittore ad un amico - per non farne uno psicopatico. Nonostante la sana intenzione, Tomasz è comunque uno psicopatico, e nel corso della pellicola tenta numerosi suicidi. In preda a ripetute crisi distrugge piatti e altri oggetti, impreca, gesticola istericamente. Sembra immerso in un liquido denso e torbido che gli impedisce di nuotare come di tirarsi fuori. Annega lentamente, nello sconforto dei genitori incapaci di salvarlo.
La madre di Tomasz e le due nonne, che incarnano in qualche modo la solidità e la "normalità" della famiglia, non si rivelano sufficienti: per la durata delle rispettive vite e per il carattere e l'azione debole che ne fanno figure defilate.
Su questo panorama di infelicità diffusa, di claustrofobica incomprensione, si staglia la figura di Beksiński, con la fedele telecamera in mano oppure davanti a una delle sue tele. La sua vita e la sua famiglia, come il film che le ritrae, sembrano uno dei suoi tanti quadri. Sono dominate da un forte senso di inadeguatezza rispetto alla vita e alle relazioni umane, da un'angoscia paralizzante, da un presagio macabro e dal peso costante della solitudine.
L'essere umano e le forme in cui questo si dà, vengono deformati dallo sguardo dell'artista, che vede mostruosità e corpi putrescenti, tinte plutonie e sulfuree, orizzonti post-apocalittici abitati da incubi e rovine.
"The last family" è un film angoscioso e cupo, intimistico e pessimistico, autentico come un documentario, invadente come un reality, come lo studio entomologico delle disgraziate dinamiche familiari del protagonista. Allo stesso tempo non è vita ma arte: nel suo essere non più transitorio e particolare, ma duraturo ed universale, nel suo lanciare potente un grido di disperazione per la condizione dell'essere umano alienato e avulso dal mondo, egoticamente chiuso in sé, incapace di darsi agli altri, di trasmettere agli altri calore umano e di riceverne in cambio, di rendere gli altri felici ed esserlo lui stesso.

martedì 6 giugno 2017

"Canituccia" di Matilde Serao

«Ritornavano alle ventiquattro, Ciccotto lentamente, Canituccia, un po' più innanzi, spinta dall'insaziabile fame che le mordeva lo stomaco. Una volta aveva provato a rubare certe sorbe acerbe nel campo di Nicola Passaretti, ma le sorbe erano amarissime e Nicola l'aveva picchiata come una piccola ladra. Anzi, Nicola ne aveva detto a Pasqualina Zampa, che aveva anche essa battuta Canituccia. La bambina se n'era andata per campi con Ciccotto, piangendo e dicendogli: "Pasqualina m'ha battuto perché sono una ladra."»

Canituccia è una bambina di sette anni, figlia bastarda di Maria la rossa, che l'ha abbandonata per trasferirsi a Napoli o a Capua «a far vita disonesta». La piccola rimane affidata alle cure di Pasqualina Zampa, una «vecchia zitella contadina», a cui il fratello, negandole la dote, ha negato anche il sogno del matrimonio e dell'amore. Sulla piccola Canituccia, che col viso bianco e lentigginoso ricorda la madre dissoluta, Pasqualina esercita il suo potere tirannico e sfoga quel particolare livore, quell'invidia rabbiosa, che suscita in lei il pensiero delle "follie amorose" della sregolata Maria la rossa. Quando arriva la notizia della morte di quest'ultima, Canituccia la riceve senza comprendere, e resta impassibile e muta «come una stupida».


Canituccia è una Rosso Malpelo campagnola, una figurina perfetta del verismo, che incarna in sé gli elementi più caratteristici del genere e più strazianti della condizione umana: la giovanissima età, la condizione di grave sfruttamento, l'assenza di figure amorevoli e di un sereno ambiente domestico e lavorativo, la vita miserabile. Viene tiranneggiata da Pasqualina, che le concede a fine giornata un tozzo di pane scuro e dei ceci freddi, e riposa di notte su un pagliericcio magrissimo, coprendosi i piedi con un lembo di coperta, e vestita tutta la notte dei poveri indumenti bagnati quando viene colta, durante il giorno, dalla pioggia. Il giorno Canituccia lo trascorre all'aperto, portando al pascolo Ciccotto, un maialino roseo che entro la fine della novella diventa un verro grasso pronto per il macello. Quel maiale, che già una volta è scappato durante una distrazione della bambina, cagionandole un violento castigo e la minaccia di non ricevere più cibo fino al momento del ritrovamento, pascola tutto il giorno legato a lei con una fune. Finché è piccolo, viene tirato da lei come al guinzaglio verso le erbe che può trovare più buone. Crescendo e ingrassando, finisce con l'essere così pesante da travolgerla, e da tirarla a proprio piacimento di qua e di là per i pascoli.
Ciccotto, legato a lei come una palla al piede, causa per lei di sofferenza e castighi, rappresenta la fatica quotidiana di Canituccia e la sua impossibilità di emanciparsi dalla propria condizione schiavile e dal suo legame con la terra. Paradossalmente, lo stesso Ciccotto finisce con l'essere considerato da Canituccia un amico, o addirittura l'unica "persona" amica su cui la piccola possa fare affidamento. A lui si confida, parlandogli ad alta voce nelle lunghe ore che i due trascorrono, da soli, sotto il sole o la pioggia. Con lui, soprattutto, Canituccia condivide inconsapevolmente una condizione di dura subumanità: sono entrambi delle bestie al servizio di Pasqualina, l'una con il proprio lavoro e la propria sottomissione, l'altro con il proprio ingrasso e il destino, un giorno, di sfamare la famiglia con la propria carne. Canituccia, che per tutta la novella è straziata dalla denutrizione e magra come il bastone di una scopa, non può saziarsi della carne di Ciccotto, suo fratello, suo compagno di miseria. Il legame stretto con il maiale, nelle avversità e nella comunanza della condizione subumana, è più forte della necessità fisiologica e disperata del cibo, più stringente del momento di festa e di condivisione con gli altri esseri umani, per cui la macellazione di Ciccotto rappresenta abbondanza e tradizionale allegria. L'autenticità di Canituccia, cresciuta bestialmente e distante anni luce dai "diritti" della persona umana, la rende più vicina alla bestia, solidale ad essa, sconvolta dalla sua uccisione, che la lascia totalmente sola, abbandonata all'arbitrio degli adulti, alla nera solitudine, a una vita priva di qualunque gioia.


Orecchio Acerbo ha pubblicato la novella di Matilde Serao in un volumetto a sé, indirizzato al pubblico infantile e giovanile digiuno di letteratura, con l'idea di stuzzicarne l'appetito. In questi tempi che prescrivono per il grande pubblico una formazione in pillole, una cultura disorganica fatta di gossip e spigolature che richiedono poco tempo e poca concentrazione, volumetti come questo rendono certo un piccolo servigio e forse riescono nel loro scopo, quello di innamorare qualche lettore frettoloso. L'amarissima storia della magrissima Canituccia è del resto adatta al pubblico infantile, scritta da Matilde Serao con il taglio asciutto e giornalistico che conosciamo, e allo stesso tempo con la doviziosa resa di ambienti e atmosfere.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...