lunedì 7 settembre 2015

2012 - Foto di gruppo con poeta, di Alessia Franco

Questo post non vuole essere una recensione, ma una “presentazione on-line” del romanzo della nostra amica, collega e compagna Alessia Franco, pubblicato recentemente dalla casa editrice indipendente Eretica Edizioni. Recensire questo libro avrebbe significato “valutarlo”, dare un giudizio che dubito sarebbe stato oggettivo. Tuttavia, penso non sia affatto sconveniente utilizzare questo nostro spazio per promuovere l’attività di una giovane scrittrice emergente che, come tutti gli emergenti, fa fatica a trovare una collocazione nel mondo editoriale, egemonizzato da criteri economici e consumistici, che vede l’arte meramente come merce. L’autopromozione è l’unica possibilità per i giovani scrittori di farsi conoscere, e in quanto blog letterario, riteniamo doveroso far conoscere questo libro ai nostri lettori, che qualitativamente supera di gran lunga il livello di tanta merda che troviamo sugli scaffali delle librerie. Fatta questa premessa, mi accingo a mostrare quelli che, a mio avviso, sono i punti essenziali del romanzo di Alessia Franco, un romanzo che cerca di parlare della condizione in cui versano i ventenni del Duemila dall’interno, senza retorica o luoghi comuni.

Maschere.
Le maschere ammorbano i miei occhi, offuscano le mie pupille. Si frappongo fra me e lo sfondo. Mi stancano.
Scivolo tra esse, furtivo. Cerco di non farmi notare. Mi sento minacciato.
Sono mascheroni bianchi, inespressivi. La morte del volto.
Sguscio fra loro, alla ricerca di un vero volto, un volto che sia vero. Non il mio, non posso guardare il mio stesso volto. Me ne serve un altro, quello di un altro stronzo come me, che giri in questa turba spettrale a volto scoperto. Una faccia pallida o rubizza o olivastra, quello che sia, purché una macchia di colore vitale in questo bianco sporco, in questo affastellarsi di facce-senza-faccia.

Il romanzo racconta diverse storie di studenti universitari alle prese con i problemi, le difficoltà, le gioie e i dolori che caratterizzano la vita quotidiana dei ragazzi della nostra epoca. Storie diverse tra loro, ma che si intrecciano in un filo conduttore che definirei “senso di vuoto”, vertigine, assenza. La vita quotidiana di questi ragazzi oscilla tra i due poli dell’assenza di significato e della disperata e speranzosa ricerca di un significato, di un qualcosa. Nelle loro diverse esperienze, il rimpianto e il rimorso si intrecciano: da un lato si rimpiange un tempo futuro che si considera già irrimediabilmente perduto, e dall’altro i protagonisti di questa storia sono attanagliati da un profondo senso di colpa, accusano se stessi di incapacità, di non aver saputo cogliere quel futuro che viene loro negato.

Il fumo
si alza dalla mia carne
putrida,
gravido di moscerini.
Pesantezza.
Sfoglio ogni pagina della vita,
questo capitolo è solo una sfilata di parole,
lo strascico sfilacciato di un passato
che prometteva
colori accesi.
Anticipo il finale
- o almeno ci provo -
ma vedo solo pagine bianche.
 Pagine bianche fino alla fine del libro,
decine di pagine bianche.
Non intonse,
non fogli nuovi
che aspettano di essere scritti,
ancora conservati nella risma.
Fogli bianchi ma già vecchi,
già rilegati col resto del libro,
con le pagine già scritte.
Fogli vuoti
su cui non si può scrivere più niente
- o forse quel lucore che ferisce gli occhi,
quel pallore mortale della pagina
è già una scritta, è tutto quello che ci si può aspettare -
e che stanno là.
Tutto ciò che ho,
tutto ciò che si può leggere se provo a saltare le pagine.
Il vuoto.
Leggevo l’incipit,
da bambino,
e da ragazzo sognavo col protagonista,
aspettavo il suo avvenire.
Sto leggendo
- scrivendo -
un capitolo confuso,
intricato di parole futili e chiassose.
Manca poco al vuoto di quelle pagine
bianche come un sudario,
il finale trafugato di una storia.

Ogni protagonista vive questa contraddittoria polarità in modo diverso. Contraddizione nella quale ogni ragazzo, o quasi ognuno di noi, può sentirsi stretto, come in una morsa: da un lato il diritto allo studio, il dovere che diventa piacere, che dà senso, pienezza, consistenza alla vita quotidiana, e dall’altro, la consapevolezza che tutto questo ti sarà sottratto. La consapevolezza di un condannato a morte che questo senso svanirà nel momento in cui il Presidente della commissione di laurea ci proclamerà “Dottori in aria fritta”: il dopo è un mondo caotico, anarchico, in cui c’è solo spietata e sleale concorrenza, in cui si è soli e sperduti, in cui tutto ciò che nel piccolo e accogliente mondo universitario era di fondamentale importanza, non ha alcun senso, è considerato superfluo, improduttivo, inadeguato.
I ragazzi descritti da Alessia Franco, vivono questo passaggio come una spada di Damocle sulle loro teste, sentono già in anticipo che saranno gettati, che saranno inutili. Questo senso di vuoto e inutilità si declina nelle diverse vicende dei protagonisti: Alyssa è una ragazza alle prese con seri problemi economici. Studia, lavora, ingolla continuamente “caffè di caffè”, l’elisir miracoloso che la tiene sveglia, permettendole di conciliare tutti i suoi impegni. Vive un rapporto conflittuale con sua madre, a cui non fa sapere nulla dei suoi sacrifici: Alyssa è ossessionata dall’idea di dover essere sempre eccellente, ineccepibile di fronte ai suoi genitori, perché è nata per caso, per errore. Trematerra è un ragazzo che ha abbandonato gli studi per lavorare in fabbrica. Dopo un periodo di frustrazioni e fatica, perde il lavoro, ritrovandosi a dover ricominciare tutto daccapo. Tutto ciò che gli resta è il suo sogno di partire, andare il più lontano possibile dall’Italia. Maria è una ragazza insicura, bloccata dalla sua timidezza, incapace di agire.  Cerca di lavorare in un call center, ma alla  prima telefonata la voce resta bloccata nella gola. È soffocata dalle sue paure, asfissiata dal senso ineluttabile e doloroso della sua mediocrità. È innamorata di un ragazzo, Cantatore, ma non riesce neanche a porgergli un saluto: si rifugia nella lettura, unico luogo in cui lei si senta sicura e a suo agio, per il semplice fatto che lei non c’è, che nessuno lì può vederla. E poi c’è Cantatore, il narratore, il poeta della nostra storia. È Cantatore che ci proietta nell’interiorità di una generazione profondamente scossa dalla crisi economica, dal crollo definitivo di tutti i paradigmi politici e culturali, dalla perdita di punti di riferimento: le sue poesie, le sue riflessioni, costituiscono i passaggi del romanzo in cui si abbandona la narrazione per scavare nelle profondità di questa condizione, che è banale definire “disagio giovanile”. Non a caso, a mio avviso, Cantatore soffre di una grave balbuzie: non riesce a parlare con gli altri, come Maria, è bloccato da un impedimento fisico e psicologico allo stesso tempo. Se Maria si rifugia nella lettura, Cantatore si rifugia nella scrittura: si rifugia nel suo mondo fatto di versi, di immagini, di concetti e sentimenti. Siede curvo, sempre in disparte, guardando gli altri da lontano, e il nutrimento che trae dall’umanità diventa poesia, ispirazione.
Vivo uno strano disagio.
Mi tallona. Mi rifugio nei sogni, nelle pagine che da bianche diventano fitte di lettere, gravide di pensieri, stillanti parole vibranti. Ma quando si rompe la comunione con la tastiera o con la penna, quando mi sveglio e mi ritrovo solo, il disagio affonda le unghie nel mio braccio. Mi costringe a guardarlo in faccia.
Che farai dopo?
Dopo cosa? Dopo aver finito questo paragrafo? Dopo aver scritto la nuova poesia? Dopo aver cenato? Dopo cosa?

Maria e Cantatore sono due personaggi simili, vicini, le loro personalità si intrecciano e si compensano: entrambi isolati, incapaci di stare al mondo, esseri troppo delicati e sensibili, finiscono con l’incontrarsi, con l’innamorarsi. L’amore di Maria e Cantatore è un amore che nasce con un semplice sguardo: lo sguardo dell’avida lettrice che cerca uno scrittore nel quale rifugiarsi, e lo scrittore, che ha bisogno di qualcuno che posi lo sguardo su di lui, che lo legga. La lettrice e lo scrittore sono due metà che si cercano disperatamente. Nel momento in cui si incontrano, in quel muro spesso e opaco di solitudine e insensatezza si apre una crepa, irrompe la speranza del domani.

Non so cosa sarà della mia vita. Forse finirò a mendicare sotto un portico, ultimo tra gli invisibili, oppure mi ridurrò a morire solo come un cane in preda al delirium tremens. Forse concluderò qualcosa di buono.
Una cosa è certa: quando rivedrò la ragazza con gli occhiali, la saluterò. Le tenderò la mano e mi presenterò. E la effe del mio nome non mi spaventerà, e io la pronuncerò, balbuzie o meno.
Ho trovato il mio grumo di reale. Mi ci sono issato sopra. Quello che mi strangolava non era un bianco nulla, era solo un mare pallido di nebbia. Da qui si vedono delle cime affioranti al di sopra di esso.
Da qui si vede la speranza.

Ciò che sembra emergere dalle righe di questo romanzo è che non c’è via d’uscita dall’insensatezza, se non il rabbioso rifiuto di una vita inautentica e l’ostinata ricerca di qualcosa che dia senso: di un volto, di un amore, di un amico. Il movimento incontrollabile che prepotente ci spinge verso gli altri è l’unica forza per rompere il muro della solitudine. Muro invisibile quanto spesso, eretto da una società in cui vige l’individualismo e la competitività. Oltre ad essere uno spaccato della nostra epoca, questo romanzo costituisce, a mio avviso, un inno all’amicizia, all’amore, alla solidarietà.


Se siete interessati all’acquisto del libro, allego il link dal quale è possibile effettuare l'ordine. Sempre per ragioni di autopromozione! Buona lettura…

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