venerdì 15 febbraio 2013

Cantacronache 1958-1962

  

Un'esperienza musicale e culturale italiana, forse poco conosciuta, forse troppo breve, troppo "rossa" per essere abbracciata da un vasto pubblico; eppure l'esperienza di "Cantacronache" è stata decisiva per la storia del cantautorato italiano: questa esperienza precede cronologicamente e non solo, quella che sarà l'opera di artisti come De Andrè, Guccini, Gaber e tutti gli altri cantautori, famosissimi e molto amati.
Decisiva perchè "Cantacronache", gruppo fondato a Torino nel 1957 da Sergio Liberovici e Michele Straniero, è stato un progetto ambizioso e rivoluzionario: nell'epoca della canzonetta sanremese, espressione di un'Italia piccolo borghese, che vuole lasciarsi alle spalle gli anni bui del fascismo e della guerra, rifugiandosi nel mondo dei consumi, nella spensieratezza dell'oblio della memoria, nell'indifferenza rispetto ai problemi sociali, alle contraddizioni politiche della nazione ricostruita, questi musicisti e letterati assumono come obiettivo principale della loro arte quello di "Evadere dall'evasione".Collaborano a questo progetto, non soltanto musicisti e cantautori, ma anche letterati come Italo Calvino, il quale scriverà i testi di brani come Dove vola l'avvoltoio e Oltre il ponte, Umberto Eco, affascinato dal progetto di fare della musica un impegno, non soltanto "canzonette". Questo progetto, a mio avviso, segna l'inizio dell'eterna lotta tra due anime della musica italiana: quella commerciale, sanremese per antonomasia, più svampita che spensierata, e quella impegnata, vicina non soltanto ai temi sociali, ma all'Uomo nella sua totalità e autenticità. L'eterna lotta tra il "Chi non lavora non fa l'amore" di Celentano e il "Ma non si sdegni la brava gente, se nella vita non riesco a far niente" di De Andrè. L'eterna lotta tra chi cerca di guardare alle cose senza filtri, e chi invece, preferisce non pensare, non agire, lasciare che la barca vada (parafrasando Orietta Berti) senza fare nulla, passivamente, distraendosi con facili ritornelli orecchiabili e canticchiabili. Per me l'arte è prendere posizione rispetto alla realtà, è scorrettezza politica, ed è questo che io ammiro di questo gruppo di artisti.
In pieno Festival di Sanremo, vi lascio con alcuni versi della canzone di Fausto Amodei, Il ratto della chitarra, attuale e valida per chiunque, perchè credo che ad un certo punto della vita, tutti arriviamo al bivio "Ambizione o Ideale": restare saldi ai propri principi o rinunciare e seguire il proprio vantaggio? L'arte non ci può salvare, ma almeno, può aiutare ad essere più consapevoli...

...Cantava senza paura
dei versi un poco insolenti
in barba alla censura,
contro i padroni e i potenti
era alle volte estremista,
e la sua grande ambizione
era di accompagnare la musica
della rivoluzione

La chitarra ripulita
ben lavata ed elegante
sarà spinta a far la parte
di chitarra benpensante
per seguire la corrente,
per salvarsi un po' la faccia
d'ora in poi dovrà evitare
di dir qualche parolaccia

Mi vorrei proprio sbagliare
ma so già che il rapitore
porterà la mia chitarra
sulla via del disonore
prostituta e svergognata
un bel dì la sentiremo
a suonar sui marciapiedi
le canzoni di Sanremo...

giovedì 14 febbraio 2013

"Un'estate qui" di Stefano Saccinto

«Scrivevo roba che non aveva più senso, ma la scrivevo per il classico piacere di dare un riempimento di contrasto a una pagina bianca e in sostanza continuavo a vivere per lo stesso motivo e cioè perché mi stavano sulle palle le giornate vuote che avevo l'orrore di lasciare tali. Non avevo nemmeno il coraggio di riempirle davvero.»

Premetto che fa piacere (fa-davvero-piacere) , spulciando nell'immenso profluvio editoriale che l'Italia produce ogni giorno, incappare in un autore che sia bravo. Parolina semplice ma polisemantica, il cui significato minimale è saper scrivere un Italiano corretto. Sicuramente, Stefano Saccinto supera questa soglia minimale e si colloca ben oltre.
La prosa di Saccinto non solo è impeccabile (salvo qualche localismo, sicuramente voluto e parte dello stile, e il gusto un po' troppo facile per il turpiloquio), ma è raffinatissima. In giro sul web ho trovato delle recensioni che mi avevano annunciato questo libro come un mattone di una pesantezza estrema, ma nego con decisione che sia così;dopo averlo letto in prima persona, capisco che un lettore abituato a letture più leggere possa trovare questo libro un po' ostico (questa frase sembra uno scioglilingua! Ehm, proseguiamo!).
Per quanto riguarda il contenuto, non posso dirmi altrettanto entusiasta.
E' il racconto (a dire il vero molto poco narrativo) della ricerca del significato di una vita che sembra essersi ormai arenata e inabissata, preda di un'estate afosa e smorta che induce il giovane protagonista a porsi con crescenti intensità e sconforto domande esistenziali apparentemente senza risposta. "Un'estate qui" racconta la rinascita di una identità autentica (che l'autore chiama "essenza") che riesca a scrollarsi di dosso l'apatia e i dubbi per tornare in quello stato di innocenza che l'umanità, o quanto meno il mondo occidentale, ha in gran parte perduto.
Ho gradito molto i voli pindarici sulla scia di Kurt Cobain e ho apprezzato i mille spunti di riflessione; ho gradito decisamente meno la facilità di alcune soluzioni e, soprattutto, la teologia spicciola che in questo libro davvero abbonda. Ho trovato irritanti questa teodicea da bar e i giudizi che l'autore dissemina con poca parsimonia. In una parola, ho trovato questo libro un po' saccente (a partire dal genere autobiografico, che in generale reputo la quintessenza della boria, per edificante che sia l'esperienza narrata e per illustre che ne sia il protagonista).
Questi i contro. I pro, tuttavia, sopravanzano decisamente le critiche che sia possibile muovere a questo libro. Tra i pro, la giovane età del protagonista (che all'epoca dei fatti aveva appena vent'anni), che dimostra senza dubbio una grande sensibilità e una spiccata capacità di riflessione.
Secondo il mio gusto personale, però, "Un'estate qui" tocca il suo apice nel capitolo XVI, in cui il testo, scremato dagli eccessi di filosofia esistenzialista e tristezza alla Cioran, spende in tutta la sua eleganza. E' un capitolo un po' più sgombro da quelle-belle-cose che criticavo sopra, ed è soprattutto un capitolo in cui vediamo esplodere il talento dell'autore, la straordinaria grazia con cui sa intrecciare le parole. Saccinto racconta il suo rapporto con la scrittura, rivela cosa lo spinga a "scrivere come vomitare". 

«Io odio le mie mani su questa tastiera, io amo le mie mani su questa tastiera. Io amo le alchimie che queste dita disegnano, non perché volgono alla perfezione, ma perché sono netta sperimentazione, pura percezione e delirante visione, innalzano piani inesistenti che si reggono, leggeri, su quello reale. Sono l'ampliamento della realtà, tensione fuori dal mondo, la spinta di un braccio spiegato verso un bene universale.»

Ci sono rimasta molto (ma molto) male quando ho saputo che questa è un'opera prima e cioè, per il momento, figlia unica. Mi piacerebbe davvero molto vedere Stefano Saccinto alle prese con un testo più puramente narrativo. Di certo, attendo con ansia la sua prossima pubblicazione. E' un autore giovane ma davvero molto promettente e dotato di un talento raro.

lunedì 11 febbraio 2013

"Ahmed e le Macchine dell'Oblio" di Ray Bradbury



«Ragazzo, c'è una ragione se, rivolto lo sguardo alle stelle, sei caduto lasciando la tua impronta nella polvere e mi hai svegliato. Ho aspettato per un'eternità che tu arrivassi, io, il guardiano dei cieli, l'erede del sogno, colui che vola senza volare.»

Quando la mia acidità raggiunge il culmine, mi piace aggirarmi tra gli scaffali delle librerie riservati ai libri per bambini e ragazzini. Giusto per potermi indignare, scuotendo la testa con disapprovazione, borbottando che "quando ero piccola io, mia madre mi faceva leggere bei libri, non come questi" o che "a mia figlia non farei mai leggere una cosa come quella". Ecco, mi stavo dedicando appunto ad un giro di ricognizione tra libri effettivamente discutibili quando l'occhio mi è caduto su un nome esotico.
"Ahmed e le Macchine dell'Oblio", collezione Junior della Oscar Mondadori. Consigliato dagli undici anni in su. Autore: Ray Bradbury (e dico Ray Bradbury).

Le premesse mi sembravano promettenti. Anche perché, circondato da libri con copertine rosa e titoli sulle caccole, quel piccolo volume bianco e blu letteralmente brillava. Ho preso "Ahmed e le Macchine dell'Oblio", sissignori, e l'ho letto in un fiato per pura curiosità. E ho trovato uno dei libri più belli che abbia letto nella mia vita.

A volte la letteratura per l'infanzia riserva delle sorprese anche agli adulti. E' quello che avranno pensato in molti leggendo il meraviglioso Piccolo Principe di Saint-Exupéry, anch'esso riccamente illustrato e collocato su uno scaffale per bambini. Ecco, io mi sento di iscrivere la storia del piccolo Ahmed sulla stessa scia di quel piccolo-grandioso libro.
Questa è la storia di un bambino, Ahmed figlio di Ahmed, che cade dal cammello durante una traversata notturna del deserto e perde la carovana. Per caso (o no) scorge un viso di bronzo sotto la sabbia. Lo dissotterra, con le sue lacrime lo anima: è la statua colossale del dio Gonn-Ben-Allah, sepolto e dimenticato dagli uomini, che torna finalmente a vivere dopo millenni di morte grazie alle preghiere del bambino che lo ha trovato e, smarrito nel deserto, ha riposto fede in lui.
Ergendosi dalla sabbia, maestoso, «-Io sono!- gridò Gonn-Ben-Allah.» E poi, senza spiegazioni né promesse, la comunicazione: tu volerai.
Ray Bradbury, considerato uno dei
più grandi autori di fantascienza di tutti
i tempi, autore di oltre cinquecento
opere tra romanzi, racconti, raccolte, saggi, 
opere teatrali e per bambini.
Così Ahmed, senza sapere come, invitato a ricordare il proprio futuro più remoto, danzando su una visione incredibile del tempo, spicca il volo. Sorvola rovine, distese di dune, Macchine dell'Oblio che l'uomo da millenni cerca di costruire per realizzare la sua più grande ambizione: volare.
Ahmed scopre la divinità in sé, l'impronta del pollice del dio che fu impressa sulla sua fronte lo stesso giorno della sua nascita. In un'atmosfera onirica e da incanto, Gonn rivela anche ad Ahmed chi è stato ad ucciderlo, chi è che può condannarsi ad una vita-non-vita contemporaneamente uccidendo la divinità: «I sognatori che non sognano, i sognatori che non agiscono. Quelli nei quali il dubbio uccide il sogno. I morti viventi che vedono cieli senza uccelli, mari senza navi e strade maestre senza cavalli, senza un solo carro o una ruota.» Loro mi uccidono, si lamenta Gonn. Ahmed protesta:
«-Ma non stanno facendo niente, sono tutti addormentati.
-Il loro silenzio ottura le mie orecchie.»
"Ahmed e le Macchine dell'Oblio" è un libro estremamente denso e difficile. Dietro una prosa che si finge meramente favolistica, c'è uno spessore filosofico e poetico davvero non indifferente. L'atmosfera è di sogno, magia e mitica, sfogliare ogni pagina è un incanto, e a ogni pagina mi sono stupita della grandiosità di questo piccolo libro che sono davvero felice di avere trovato per caso.
E' un libro incredibile. Leggerlo non è tempo perso, nemmeno (anzi, tanto meno) per un adulto.

«Le tenebre immense sovrastarono Ahmed e Gonn-Ben-Allah.
-Che cos'è?- gridò Ahmed.
-Quello- disse Gonn -è il Nemico.
-Dunque una cosa del genere esiste?
-La metà di ogni cosa è il Nemico- rispose Gonn -Proprio come la metà di ogni cosa è il Salvatore, il ricordo luminoso del mezzogiorno.
-E qual è il nome del nemico?
-Oh, bambino, è Tempo, semplicemente Tempo.
-Ma, potente Gonn, il Tempo ha una forma? Non sapevo che si potesse vedere il Tempo.
-Sì, il Tempo ha forma e ombre visibili. Quello laggiù, sull'orlo del mondo, è il Tempo che sarà. Un ricordo di cose future destinate a essere cancellate e distrutte, se non lottiamo contro di esso, non lo afferriamo e non lo modelliamo con la nostra anima, non gli prestiamo la nostra voce. Allora il Tempo diventa compagno della luce, non è più nemico del sogni.»

giovedì 7 febbraio 2013

"Un volto non comune" di Iosif Brodskij


1987. L'Accademia Svedese, con la motivazione di premiare "una produzione letteraria di levatura eccezionale, improntata all'acutezza intellettuale e all'intensità poetica", insignisce del Premio Nobel per la Letteratura un poeta relativamente giovane (quarantasette anni), il più giovane vincitore fino a quel momento, con una produzione ridotta e una storia molto più che travagliata. E' un dissidente del regime sovietico, bandito dal Paese, dove è stato costretto a lasciare i carissimi genitori che non rivedrà mai più. E' un ebreo (dice di sé "Un cattivo ebreo" perché in parte cristiano). E' nato nel 1940 a Leningrado (da madre traduttrice e padre fotografo), ma scrive in inglese, è naturalizzato americano. Ha due macchine da scrivere: una verde con i caratteri cirillici, una blu con i caratteri latini. E' Josif Aleksandrovič Brodskij.

Iosif Brodskij
«Le circostanze della vita hanno fatto di me un ebreo errante. Ma sono più ebreo in termini esistenziali, per vicende personali, di quanto non lo sia per sangue.»

La vita forzatamente errabonda di Brodskij inizia nel 1964: viene denunciato da un giornale di Leningrado come antisovietico e pornografico e dopo il processo affronta cinque mesi di lavori forzati nella regione di Arcangelo. Torna a Leningrado ma non per molto: dal 1972, espulso dalla Russia, si trasferisce a Vienna (dove troverà in qualche modo rifugio presso lo stimato poeta Auden), a Londra, a Venezia (dove alla sua morte, nel 1996, per esplicita volontà viene sepolto), e definitivamente negli Stati Uniti.

In occasione del conferimento del Premio Nobel, Brodskij pronuncia un incantevole discorso, "Un volto non comune", contenuto insieme ad altri due nel piccolo volume pubblicato da Adelphi, "Dall'esilio".

Esordisce scusandosi per l'imbarazzo che prova, sensazione «aggravata non tanto dal pensiero di coloro che qui mi hanno preceduto quanto di coloro cui quest'onore non è toccato, cui non è stata data questa possibilità di parlare urbi et orbi». Si scusa addirittura per quanto si accinge a dire, invoca il perdono delle cinque "ombre" che lo turbano di continuo, i cinque autori dai quali si sente influenzato in massimo grado: Osip Mandel'štam, Marina Cvetaeva, Robert Frost, Anna Achmatova e (appunto) Wystan Auden. Subito si corregge: non sono ombre ma fonti di luce (lampade? stelle?)
«Il loro numero è grande e decisivo nell'esistenza di ogni uomo di lettere consapevole; e nel mio caso raddoppia, grazie alle due culture alle quali il destino ha voluto farmi appartenere».
Decisivo. Sì, perché le letture che un uomo ha fatto, in un momento o nell'altro della sua vita, a proposito o a sproposito, salteranno fuori: influenzeranno concretamente la sua vita.

La letteratura è «un mezzo di difesa contro l'asservimento» e una «polizza di assicurazione morale» e in quanto tale è più efficace di un sistema filosofico, di una dottrina religiosa. Perché? Perché questi ultimi sono totalizzanti, massificanti (processi, la totalizzazione e la massificazione, che Brodskij si è lasciato alle spalle fuggendo dal regime sovietico; processi che annichiliscono il singolo uomo, lo rendono tautologia e ripetizione di tanti altri uomini resi identici a lui, tutti pressati da un modello). Invece, il bello della letteratura è questo: che si nutre dell'umana diversità (e perversità). Si fa letteratura dell'assoluta e irriducibile singolarità di ognuno, della vita assolutamente singolare che ognuno di noi è chiamato a vivere. L'arte tutta «stimola nell'uomo, volente o nolente, il senso della sua unicità, dell'individualità, della separatezza, trasformandolo da animale sociale in un "Io" autonomo». Questo intendeva Baratynkskij quando attribuiva alla propria Musa "un volto non comune": è questo che la letteratura cerca e insieme offre, è da questo che sgorga ed è questo che produce.

Volumetto edito nel 1988, contenente i
tre discorsi: La condizione che chiamiamo
esilio
,Un volto non comune e il
Discorso per l'accettazione.
E l'arte tutta, non solo stimola l'uomo a vivere una vita singolare, ma a viverla in un modo etico. E' un invito implicito: è la conseguenza inevitabile, per una persona che legga, quella di affinare la propria sensibilità morale al pari del proprio gusto estetico. Infatti, se «la bellezza salverà il mondo» (come dice Dostoevskij) e «la poesia ci salverà» (Matthew Arnold), così sarà solo perché «l'estetica è la madre dell'etica»: l'uomo, prima di essere un animale morale, è un animale estetico. Un bambino che non distingue ancora il bene dal male, distingue già istintivamente un bel viso da un brutto muso da cui essere spaventato.

E' in quest'ottica che si inscrive lo straordinario potere dell'arte, la forza che rende la letteratura (e, dice Brodskij da buon poeta, la poesia in particolare) «uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione del mondo». E anche il benessere politico di un popolo viene così a derivare (almeno potenzialmente) dal grado di sensibilità estetica della sua classe dirigente, così come lo sviluppo (intellettuale ma non solo) di una Nazione è legato imprescindibilmente alla diffusione della cultura, della lettura e dell'arte presso tutto il popolo, e non solo presso una sparuta intelligencija.

Per concludere, eccovi questo breve estratto dal suo discorso, in cui ogni parola pesa come un'incudine e il cui contenuto è estremamente attuale e degno di essere diffuso.


«Dirò semplicemente che secondo me -non è una conclusione empirica, ahimè, ma solo teorica- per uno che ha letto molto Dickens sparare su un proprio simile in nome di una qualche idea è impresa un tantino più problematica che per uno che Dickens non l'ha letto mai. E parlo proprio di lettura di Dickens, Sterne, Stendhal, Dostoevskij, Flaubert, Balzac, Melville, Proust, Musil e via dicendo; cioè di letteratura, non di alfabetismo o di istruzione. Una persona che sa leggere e scrivere, una persona istruita può benissimo, dopo aver letto un libro o un libello politico, uccidere un suo simile e magari provare, nell'ucciderlo, un'esaltazione dottrinaria. Lenin era istruito, Stalin era istruito, e anche Hitler lo era; quanto a Mao Zedong, lui scriveva addirittura versi. Ma tutti avevano una cosa in comune: l'elenco delle loro vittime era infinitamente più lungo dell'elenco delle loro letture.»

domenica 3 febbraio 2013

Tracce di poesia - Allen Ginsberg

Chiudo il libro che ho sulle ginocchia e mi perdo nel «fidente minuscolo pezzetto d'allucinazione» chiamato Allen Ginsberg. Poeta esponente della Beat Generation (la faditica "gioventù bruciata" che, negli anni 50 del secolo precedente, si ribellava al conformismo conservatore), Ginsberg è erede di una tradizione poetica (William Blake, Walt Whitman, Rimbaud, Ezra Pound) che in lui è smussata e rivoluzionata: le parole si fanno portatrici di una Verità che, pur manifesta, risulta celata dall'eccessivo bigottismo della classe medio-borghese americana. L'urlo di dolore si rivolge, tutto d'un fiato, all'America, madre infanticida che inghiotte i propri figli, triturando le loro speranze. Si tratta di una personificazione che ripercorre la poesia di Ginsberg come un leit-motiv: il richiamo "Moloch!" è insieme spleen e ideale. L'asfissia della matrigna diventa confessione, riconoscimento di ciò che è sacro, visione psichedelica della realtà, scombussolamento e torpore, vita che ribolle.


Allen Ginsberg 
«Moloch! Solitudine! Suicidio! Bruttura! Pattumiere e inottenibili dollari! Bambini che urlano sotto le scale! Ragazzi che singhiozzan negli eserciti! Vecchi che piangono nei parchi! 
Moloch! Moloch! Incubo del Moloch! Moloch il senzamore! Moloch Mentale! Moloch pesante giudicatore d'uomini!
(...)
Moloch che mi è entrato presto nell'anima! Moloch in cui sono una coscienza senza un corpo! Moloch che col terrore mi ha tolto alla mia estasi naturale! Moloch che io abbandono! Destatevi in Moloch! Luce sgorga a fiotti dal cielo!»

Il nichilismo prende piede quando «un battiglione perso di conversatori platonici che si buttan giù da scalini giù da scale antincendio da davanzali dall'Empire State piombando dalla luna» viene giù come in un crollare di edifici, per l'orrore che provoca il non sapere: le certezze vengono appiattite e, con esse, ogni possibilità di crescita. La società a cui questi giovani coraggiosi si ribellano è una società che mortifica l'intraprendente, che uccide le menti migliori, che scarnifica la voglia di vivere. 
E allora il suicidio.

«Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per strade negre all'alba in cerca di una
pera di furia
hipsters testadangelo bramare l'antico spaccia paradisiaco che connette alla dinamo stellare nel meccanismo della notte
(...)
che scribacchiavan tutta notte rock-and-roll-dondolando su elevati incanti che nel mattino giallo eran strofe di scempiaggini
(...)
che gettavan gli orologi giù dal tetto per dare il proprio voto all'Eternità fuori del Tempo, e sveglie gli caddero in testa ogni giorno nel decennio dopo
(...)
che eran bruciati vivi nei loro innocenti vestiti di flanella in Madison Avenue tra scoppi di poesia plumbea e il ticchettio fradicio di ferrei reggimenti della moda e squittii nitroglicerina di checche pubblicitarie e il gas vescicante di sinistri editors intelligenti, o eran tirati sotto dai taxi sbronzi della Realtà assoluta»

Leggere Ginsberg è come fare un bagno caldo nel jazz, un viaggio senza trasparenze nelle brutture del manicomio. Moloch, col suo «pazzo generare», conduce alla follia di Carl Solomon, lo scrittore recluso al manicomio di Rockland («Son con te a Rockland», scrive Allen), ma ancora prima a quella di Naomi, la madre del poeta, a cui il poema "Kaddish" (dal nome di una preghiera ebraica) è dedicato. La morte della madre è occasione per ripensare ad una intima unione che si avvinghia ad una ancor più intima disperazione: «Non aver paura di me solo perché torno a casa dal manicomio - sono tua madre -»
La poesia di Ginsberg è quella della condivisione, quella in cui ogni dolore individuale si scioglie per riprendere forma, in Moloch. Il male di vivere assume una configurazione in cui ognuno può riconoscersi.

«Nient'altro da dire, e niente per cui piangere salvo gli Esseri nel Sogno, intrappolati nel suo sparire, singhiozzando, urlando per questo, comprando e vendendo pezzi di fantasma, l'uno dell'altro adoranti, adorando il Dio che dentro vi è incluso - per nostalgia o inevitabilità? - mentre dura, una Visione - e poi cos'altro? 
Mi balza incontro dappertutto, se esco e cammino per strada, mi guardo dietro le spalle, Settima Avenue, bastioni di finestre d'uffici edifici addossati l'uno all'altro protesi in alto, sotto una nuvola, altissimi come il cielo un istante - e il cielo là sopra - un vecchio posto blu.»

Il linguaggio del disagio è un linguaggio crudo che ben si sposa con le visioni allucinate a cui la droga conduce ("Urlo" è scritto durante le visioni prodotte dal peyote, "Kaddish" sotto l'effetto di anfetamine). Per Ginsberg, omosessuale, testi di questo tipo, sono sempre stati motivo di emarginazione sociale. Il processo per oscenità del 1957 subìto da Allen e dal suo editore (la City Lights Books di San Francisco) è il manifesto dell'ipocrisia contro cui la Beat Generation si scaglia: la rinascita si configura come un'emergenza bene accolta da scrittori quali Jack Kerouac, William Burroughs e Neal Cassady. 

«Santo Peter santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Huncke santo Borroughs santo Cassady santi gli ignoti inculati e soffrenti mendicanti santi gli schifosi angeli umani!»

Allen ha trovato una valida compagnia in Peter Orlovsky, il compagno che l'ha affiancato per quaranta anni, fino alla sua morte. 

Alcuni riferimenti letterari, biografici e cinematografici:


  • Il film "Urlo" del 2010, in cui Allen Ginsberg è interpretato da James Franco; 
  • Il film "On the Road" (tratto dal romanzo "Sulla strada" di Jack Kerouac) del 2012; 
  • Il libro "Urlo", che comprende i due poemi "Urlo" e "Kaddish", e che è edito da il Saggiatore, Milano, 2010; 
  • Il libro "Io celebro me stesso" di Billy Morgan, il Saggiatore, Milano, 2010.
Aaron Tveit e James Franco in una scena del film "Urlo", di Rob Epstein e Jeffrey Friedman 

martedì 29 gennaio 2013

"L'aggancio" di Nadine Gordimer


«"Un economista costretto a fare il rattoppa-motori. Chissà come ha imparato ad aggiustare le macchine."
Un altro aveva la risposta pronta.
"Per necessità. L'unico modo per entrare in un paese che non ti vuole è fare un lavoro manuale o il mafioso."»

Julie Summers, ragazza bianca emancipata e capricciosa, figlia della più alta borghesia sudafricana, resta bloccata nel traffico. Ha problemi al motore. Tra automobilisti che suonano istericamente il clacson, urlandole cose come "Stronza bianca" in afrikaan, riesce a raggiungere un'autofficina. Steso sotto la scocca di un veicolo in riparazione, con addosso una tuta rigida e unta di grasso, c'è un giovanotto senza un nome. Un meccanico, un rattoppa-motori anonimo per tutto, salvo forse per la sua bellezza esotica. Il suo inglese è sufficiente, parla con Julie e la accompagna all'auto. La riparerà. Si scambiano i numeri di telefono. Julie, intrigata dal fascino di quel misterioso "principe orientale", lo invita fuori per un caffè. Lo porta con sé al Tavolo, la famiglia alternativa (tra buddisti, poeti-filosofi e attivisti di sinistra) che si è creata per fuggire dal ceto altolocato da cui proviene e che finge di disprezzare (pur sguazzando negli agi che le garantisce).
Ma chi è questo bel giovanotto che Julie ha rimorchiato (agganciato, ecco il senso del titolo) in un'officina sudicia?

 Possiamo chiamarlo Abdu, ma il suo vero nome Julie lo scoprirà solo quando deciderà di seguirlo nel suo Paese martoriato dal colonialismo e dimenticato dal mondo, perduto nel deserto. Sì, perché Abdu-nessuno è un immigrato clandestino e non è gradito in Sudafrica, come in nessun altro Paese occidentale.

«In questa città, come in tutte le città, esiste un mondo sotterraneo, l'unico posto per quelli di noi che non possono vivere, non hanno i mezzi, non solo i soldi, ma i mezzi prescritti per conformarsi a quello che gli altri chiamano mondo. La clandestinità. L'oscurità è l'unica libertà possibile per lui.»

Così Abdu si traveste da nessuno per darsi un'identità che gli è negata perché straniero, perché sgradito. Preferisce essere nessuno "qua", dove non è desiderato ma può vivere clandestinamente il sogno di una vita migliore, piuttosto che essere Ibrahim (il suo vero nome) nel suo Paese misero e annegato dalla sabbia, dove ogni possibilità gli è preclusa, ogni ambizione è troncata.

«Alle sette del mattino lui è all'officina in quel travestimento indurito di grasso che è la sua tuta. Oppure è quando se la sfila la sera, una gamba dopo l'altra, che si spoglia della sua unica identità, per camuffarsi, "qui", da Abdu-nessuno?»

Il suo camuffamento, sebbene gli conceda il lusso di sognare, costa caro, perché «Non c'è futuro senza un'identità che lo rivendichi». Abdu viene scacciato (non c'è termine più duro e animalesco, non c'è termine più adatto). Julie lo stupisce comprando due biglietti aerei e seguendolo come una moglie. Nel villaggio miserrimo di lui, la ricca bianca dovrà confrontarsi con la lingua araba, la cultura musulmana, la famiglia acquisita. Lei cerca nuove regole, una dura disciplina che rimpiazzi il vuoto della sua giovinezza sfrenata. Si innamora della sottomissione, della tradizione, del deserto. Scopre bellezze dove Ibrahim non le vede più, accecato dal bisogno opposto: il desiderio ardente di fuggire da casa. Quella scelta, di nuovo: essere un fallito senza speranze in casa propria o un umile lavoratore con qualche sogno in un posto lontano.
Lei apprende l'arabo, si abitua al richiamo del Muezzin, si incanta a fissare la caligine luminosa del deserto dietro casa. Lui vuole ripartire. Prende la macchina dello zio ogni giorno per andare nella capitale a cercare contatti; cerca di ottenere delle spinte dalle conoscenze che sua moglie ha all'estero (si tratta di "ungere una ruota": pur di fuggire, nessun mezzo è rifiutato, per disonesto che sia). Cerca i visti, visita le ambasciate, fa domande. Sua moglie teme per lui. Comprende la sua furia e insieme non la comprende. Non ha vissuto su di sé il dramma di un'identità cancellata alla dogana, di un visto negato perché hai i documenti scritti in un alfabeto sbagliato.

«Vergogna, senso di colpa, paura, sgomento, rabbia, biasimo, risentimento nei confronti del mondo intero e di quello che è - e nomi affiorano, nomi - immaginando quel che sarà di lui. Ancora una volta. Abitare in un sudicio tugurio, dentro un grattacielo o una rimessa dietro un'officina - che cosa cambia? - con Dio sa chi altri dalla pelle del colore sbagliato, dei poveracci come lui (parole sue), a pulire la merda americana - lei ha visto i quartieri poveri di quelle città, i destini vuoti di quel devastato mondo nuovo, i detriti del degrado - a fare lavori che la "gente vera", i bianchi americani, non vogliono fare.»

L'aggancio è una storia a due facce: due culture, due Paesi, due lingue. Due persone che si incontrano nonostante le differenze, nonostante le inevitabili incomprensioni. Due strade, due vie che si aprono davanti ai protagonisti, un bivio dopo l'altro. Partire o restare. Arrendersi o tentare. Prepararsi ad una sfida o abbandonare i propri sogni. 

Sullo sfondo, la società multietnica del Sudafrica, che è la società italiana e quella di qualsiasi altro Paese del Primo Mondo. In primo piano una storia d'amore sorprendente e piena di nodi, intensi e dolorosi, di riflessione.
Nadine Gordimer, Premio Nobel per la Letteratura del 1991, in questo libro ci racconta una delle infinite facce dell'incontro-scontro tra culture. E ci fa innamorare del deserto, che forse è meno arido delle nostre floride società dei climi temperati.

lunedì 28 gennaio 2013

"Uno, nessuno e centomila" di Luigi Pirandello

"Ma sa che una volta io ho veduto ridere un cavallo? Sissignore, mentre il cavallo camminava. Lei ora va a guardare il muso del cavallo per vederlo ridere, e poi viene a dirmi che non l'ha visto ridere. Ma che muso! I cavalli non ridono mica col muso! Sa con che cosa ridono i cavalli, signor notaro? Con le natiche. Le assicuro che il cavallo camminando ride con le natiche, sì, alle volte, di certe cose che vede o che gli passano per il capo. Se lei vuol vederlo ridere il cavallo, gli guardi le natiche e si stia bene!"

Quando pensiamo a noi stessi, al nostro Io, abbiamo una determinata immagine di noi: il nostro corpo, con i suoi pregi e i suoi difetti, la nostra intelligenza, il nostro carattere; siamo abbastanza certi di poter dire chi siamo, per questo tendiamo a dare delle definizioni di noi stessi, proviamo a descriverci agli altri, perchè pensiamo che il nostro Io sia un "qualcosa" che si può comprendere e comunicare. Allo stesso modo, siamo convinti degli altri: quando guardiamo qualcuno, cogliamo in lui i suoi aspetti peculiari, da quelli che lo rendono per noi affascinante o interessante, a quelli che lo rendono ridicolo. Ridiamo, parliamo degli altri, non chiedendoci se gli altri vedano ciò che vediamo noi, e soprattutto non ci chiediamo cosa gli altri pensino di noi, sicuri che, in fondo, la nostra personalità sia abbastanza definita, e che gli altri colgano, in noi, ciò che noi stessi cogliamo e percepiamo. Vivendo con questa convinzione, il rapporto con se stessi e con gli altri è salvo: abbiamo dei punti di riferimento che sono i nostri, ma che proiettiamo anche sugli altri, creando, così, una comunanza d'intenti, che ci permette di dialogare, di essere un Io di fronte ad un Tu. Ma ora, proviamo ad immaginare che ad un certo punto della nostra vita, ci capiti un episodio, apparentemente insignificante, un'inezia tra le inezie della vita quotidiana, che però, comincia a far saltare alcuni punti del sistema: immaginiamo, ad esempio, di scoprire, dopo quarant'anni, di avere un difetto fisico, di cui non ci eravamo mai accorti, e che gli altri, invece, avevano sempre notato in noi, ma non ce l'avevano fatto presente, credendo che noi sapessimo di avere questo difetto. Alcuni di noi, probabilmente, ne riderebbero, riterrebbero un episodio del genere, una dimostrazione della propria mancanza di spirito d'osservazione, o addirittura, altri, se ne potrebbero compiacere, dimostrando, così, di non essere delle persone vanitose che badano solo al proprio aspetto fisico, ma di avere ben altro a cui pensare! Altri, però, potrebbero restare davvero perplessi: riconoscere un proprio difetto fisico dopo quarant'anni, per quanto insignificante, è un episodio che lascia, dentro di sè, una strana sensazione, difficile da definire; e pensare che altri abbiamo capito, percepito qualcosa di noi, prima di noi, può creare imbarazzo, forse anche risentimento. Un dubbio si può sollevare: chi sono io per gli altri? E poi, chi sono io per me stesso? E ancora, cos'è "Io", cos'è "Altri"? Se io mi vedo in un modo, e gli altri mi vedono in un altro modo, chi sbaglia? Potremmo dire che sono gli altri a sbagliarsi: ma, quando noi diamo un giudizio su qualcuno, e questo qualcuno nega di essere così, noi pensiamo forse di aver torto, o pensiamo che, in fondo, questo qualcuno non vuole riconoscere qualcosa che gli è proprio, e quindi, che noi siamo nel giusto, e che lui è nel torto? Inoltre, non tutti gli altri mi vedono allo stesso modo: chi, tra di loro, è nel giusto? Quale immagine viene fuori di questo "me stesso"? E, una volta che questo dubbio si è insinuato in me, che per me sono diventate equivalenti tutte le immagini di me stesso, compresa la mia, l'ultima domanda è: chi sono?
Questa è l'avventura di Vitangelo Moscarda, "nome brutto fino alla crudeltà", nel labirinto della propria identità: la vertigine dei suoi pensieri raggiungerà il paradosso, la follia, l'annullamento di sè. La conclusione del protagonista è che noi tutti siamo "uno, nessuno e centomila", maschere, bambole di pezza riempite di tutte le convenzioni, le ipocrisie, le illusioni che ci sono state imposte.
Tra ironia e paradosso, Pirandello apre un grande spazio di riflessione: guardare a se stessi e agli altri con lucidità dello sguardo, e cogliere il ridicolo che è in ognuno di noi. Perchè, a volte, può giovare ridere di sè e imparare a ridimensionarsi, essere un po' folli, per diventare più saggi.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...