giovedì 7 febbraio 2013

"Un volto non comune" di Iosif Brodskij


1987. L'Accademia Svedese, con la motivazione di premiare "una produzione letteraria di levatura eccezionale, improntata all'acutezza intellettuale e all'intensità poetica", insignisce del Premio Nobel per la Letteratura un poeta relativamente giovane (quarantasette anni), il più giovane vincitore fino a quel momento, con una produzione ridotta e una storia molto più che travagliata. E' un dissidente del regime sovietico, bandito dal Paese, dove è stato costretto a lasciare i carissimi genitori che non rivedrà mai più. E' un ebreo (dice di sé "Un cattivo ebreo" perché in parte cristiano). E' nato nel 1940 a Leningrado (da madre traduttrice e padre fotografo), ma scrive in inglese, è naturalizzato americano. Ha due macchine da scrivere: una verde con i caratteri cirillici, una blu con i caratteri latini. E' Josif Aleksandrovič Brodskij.

Iosif Brodskij
«Le circostanze della vita hanno fatto di me un ebreo errante. Ma sono più ebreo in termini esistenziali, per vicende personali, di quanto non lo sia per sangue.»

La vita forzatamente errabonda di Brodskij inizia nel 1964: viene denunciato da un giornale di Leningrado come antisovietico e pornografico e dopo il processo affronta cinque mesi di lavori forzati nella regione di Arcangelo. Torna a Leningrado ma non per molto: dal 1972, espulso dalla Russia, si trasferisce a Vienna (dove troverà in qualche modo rifugio presso lo stimato poeta Auden), a Londra, a Venezia (dove alla sua morte, nel 1996, per esplicita volontà viene sepolto), e definitivamente negli Stati Uniti.

In occasione del conferimento del Premio Nobel, Brodskij pronuncia un incantevole discorso, "Un volto non comune", contenuto insieme ad altri due nel piccolo volume pubblicato da Adelphi, "Dall'esilio".

Esordisce scusandosi per l'imbarazzo che prova, sensazione «aggravata non tanto dal pensiero di coloro che qui mi hanno preceduto quanto di coloro cui quest'onore non è toccato, cui non è stata data questa possibilità di parlare urbi et orbi». Si scusa addirittura per quanto si accinge a dire, invoca il perdono delle cinque "ombre" che lo turbano di continuo, i cinque autori dai quali si sente influenzato in massimo grado: Osip Mandel'štam, Marina Cvetaeva, Robert Frost, Anna Achmatova e (appunto) Wystan Auden. Subito si corregge: non sono ombre ma fonti di luce (lampade? stelle?)
«Il loro numero è grande e decisivo nell'esistenza di ogni uomo di lettere consapevole; e nel mio caso raddoppia, grazie alle due culture alle quali il destino ha voluto farmi appartenere».
Decisivo. Sì, perché le letture che un uomo ha fatto, in un momento o nell'altro della sua vita, a proposito o a sproposito, salteranno fuori: influenzeranno concretamente la sua vita.

La letteratura è «un mezzo di difesa contro l'asservimento» e una «polizza di assicurazione morale» e in quanto tale è più efficace di un sistema filosofico, di una dottrina religiosa. Perché? Perché questi ultimi sono totalizzanti, massificanti (processi, la totalizzazione e la massificazione, che Brodskij si è lasciato alle spalle fuggendo dal regime sovietico; processi che annichiliscono il singolo uomo, lo rendono tautologia e ripetizione di tanti altri uomini resi identici a lui, tutti pressati da un modello). Invece, il bello della letteratura è questo: che si nutre dell'umana diversità (e perversità). Si fa letteratura dell'assoluta e irriducibile singolarità di ognuno, della vita assolutamente singolare che ognuno di noi è chiamato a vivere. L'arte tutta «stimola nell'uomo, volente o nolente, il senso della sua unicità, dell'individualità, della separatezza, trasformandolo da animale sociale in un "Io" autonomo». Questo intendeva Baratynkskij quando attribuiva alla propria Musa "un volto non comune": è questo che la letteratura cerca e insieme offre, è da questo che sgorga ed è questo che produce.

Volumetto edito nel 1988, contenente i
tre discorsi: La condizione che chiamiamo
esilio
,Un volto non comune e il
Discorso per l'accettazione.
E l'arte tutta, non solo stimola l'uomo a vivere una vita singolare, ma a viverla in un modo etico. E' un invito implicito: è la conseguenza inevitabile, per una persona che legga, quella di affinare la propria sensibilità morale al pari del proprio gusto estetico. Infatti, se «la bellezza salverà il mondo» (come dice Dostoevskij) e «la poesia ci salverà» (Matthew Arnold), così sarà solo perché «l'estetica è la madre dell'etica»: l'uomo, prima di essere un animale morale, è un animale estetico. Un bambino che non distingue ancora il bene dal male, distingue già istintivamente un bel viso da un brutto muso da cui essere spaventato.

E' in quest'ottica che si inscrive lo straordinario potere dell'arte, la forza che rende la letteratura (e, dice Brodskij da buon poeta, la poesia in particolare) «uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione del mondo». E anche il benessere politico di un popolo viene così a derivare (almeno potenzialmente) dal grado di sensibilità estetica della sua classe dirigente, così come lo sviluppo (intellettuale ma non solo) di una Nazione è legato imprescindibilmente alla diffusione della cultura, della lettura e dell'arte presso tutto il popolo, e non solo presso una sparuta intelligencija.

Per concludere, eccovi questo breve estratto dal suo discorso, in cui ogni parola pesa come un'incudine e il cui contenuto è estremamente attuale e degno di essere diffuso.


«Dirò semplicemente che secondo me -non è una conclusione empirica, ahimè, ma solo teorica- per uno che ha letto molto Dickens sparare su un proprio simile in nome di una qualche idea è impresa un tantino più problematica che per uno che Dickens non l'ha letto mai. E parlo proprio di lettura di Dickens, Sterne, Stendhal, Dostoevskij, Flaubert, Balzac, Melville, Proust, Musil e via dicendo; cioè di letteratura, non di alfabetismo o di istruzione. Una persona che sa leggere e scrivere, una persona istruita può benissimo, dopo aver letto un libro o un libello politico, uccidere un suo simile e magari provare, nell'ucciderlo, un'esaltazione dottrinaria. Lenin era istruito, Stalin era istruito, e anche Hitler lo era; quanto a Mao Zedong, lui scriveva addirittura versi. Ma tutti avevano una cosa in comune: l'elenco delle loro vittime era infinitamente più lungo dell'elenco delle loro letture.»

domenica 3 febbraio 2013

Tracce di poesia - Allen Ginsberg

Chiudo il libro che ho sulle ginocchia e mi perdo nel «fidente minuscolo pezzetto d'allucinazione» chiamato Allen Ginsberg. Poeta esponente della Beat Generation (la faditica "gioventù bruciata" che, negli anni 50 del secolo precedente, si ribellava al conformismo conservatore), Ginsberg è erede di una tradizione poetica (William Blake, Walt Whitman, Rimbaud, Ezra Pound) che in lui è smussata e rivoluzionata: le parole si fanno portatrici di una Verità che, pur manifesta, risulta celata dall'eccessivo bigottismo della classe medio-borghese americana. L'urlo di dolore si rivolge, tutto d'un fiato, all'America, madre infanticida che inghiotte i propri figli, triturando le loro speranze. Si tratta di una personificazione che ripercorre la poesia di Ginsberg come un leit-motiv: il richiamo "Moloch!" è insieme spleen e ideale. L'asfissia della matrigna diventa confessione, riconoscimento di ciò che è sacro, visione psichedelica della realtà, scombussolamento e torpore, vita che ribolle.


Allen Ginsberg 
«Moloch! Solitudine! Suicidio! Bruttura! Pattumiere e inottenibili dollari! Bambini che urlano sotto le scale! Ragazzi che singhiozzan negli eserciti! Vecchi che piangono nei parchi! 
Moloch! Moloch! Incubo del Moloch! Moloch il senzamore! Moloch Mentale! Moloch pesante giudicatore d'uomini!
(...)
Moloch che mi è entrato presto nell'anima! Moloch in cui sono una coscienza senza un corpo! Moloch che col terrore mi ha tolto alla mia estasi naturale! Moloch che io abbandono! Destatevi in Moloch! Luce sgorga a fiotti dal cielo!»

Il nichilismo prende piede quando «un battiglione perso di conversatori platonici che si buttan giù da scalini giù da scale antincendio da davanzali dall'Empire State piombando dalla luna» viene giù come in un crollare di edifici, per l'orrore che provoca il non sapere: le certezze vengono appiattite e, con esse, ogni possibilità di crescita. La società a cui questi giovani coraggiosi si ribellano è una società che mortifica l'intraprendente, che uccide le menti migliori, che scarnifica la voglia di vivere. 
E allora il suicidio.

«Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte da pazzia, morir di fame isteriche nude strascicarsi per strade negre all'alba in cerca di una
pera di furia
hipsters testadangelo bramare l'antico spaccia paradisiaco che connette alla dinamo stellare nel meccanismo della notte
(...)
che scribacchiavan tutta notte rock-and-roll-dondolando su elevati incanti che nel mattino giallo eran strofe di scempiaggini
(...)
che gettavan gli orologi giù dal tetto per dare il proprio voto all'Eternità fuori del Tempo, e sveglie gli caddero in testa ogni giorno nel decennio dopo
(...)
che eran bruciati vivi nei loro innocenti vestiti di flanella in Madison Avenue tra scoppi di poesia plumbea e il ticchettio fradicio di ferrei reggimenti della moda e squittii nitroglicerina di checche pubblicitarie e il gas vescicante di sinistri editors intelligenti, o eran tirati sotto dai taxi sbronzi della Realtà assoluta»

Leggere Ginsberg è come fare un bagno caldo nel jazz, un viaggio senza trasparenze nelle brutture del manicomio. Moloch, col suo «pazzo generare», conduce alla follia di Carl Solomon, lo scrittore recluso al manicomio di Rockland («Son con te a Rockland», scrive Allen), ma ancora prima a quella di Naomi, la madre del poeta, a cui il poema "Kaddish" (dal nome di una preghiera ebraica) è dedicato. La morte della madre è occasione per ripensare ad una intima unione che si avvinghia ad una ancor più intima disperazione: «Non aver paura di me solo perché torno a casa dal manicomio - sono tua madre -»
La poesia di Ginsberg è quella della condivisione, quella in cui ogni dolore individuale si scioglie per riprendere forma, in Moloch. Il male di vivere assume una configurazione in cui ognuno può riconoscersi.

«Nient'altro da dire, e niente per cui piangere salvo gli Esseri nel Sogno, intrappolati nel suo sparire, singhiozzando, urlando per questo, comprando e vendendo pezzi di fantasma, l'uno dell'altro adoranti, adorando il Dio che dentro vi è incluso - per nostalgia o inevitabilità? - mentre dura, una Visione - e poi cos'altro? 
Mi balza incontro dappertutto, se esco e cammino per strada, mi guardo dietro le spalle, Settima Avenue, bastioni di finestre d'uffici edifici addossati l'uno all'altro protesi in alto, sotto una nuvola, altissimi come il cielo un istante - e il cielo là sopra - un vecchio posto blu.»

Il linguaggio del disagio è un linguaggio crudo che ben si sposa con le visioni allucinate a cui la droga conduce ("Urlo" è scritto durante le visioni prodotte dal peyote, "Kaddish" sotto l'effetto di anfetamine). Per Ginsberg, omosessuale, testi di questo tipo, sono sempre stati motivo di emarginazione sociale. Il processo per oscenità del 1957 subìto da Allen e dal suo editore (la City Lights Books di San Francisco) è il manifesto dell'ipocrisia contro cui la Beat Generation si scaglia: la rinascita si configura come un'emergenza bene accolta da scrittori quali Jack Kerouac, William Burroughs e Neal Cassady. 

«Santo Peter santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Huncke santo Borroughs santo Cassady santi gli ignoti inculati e soffrenti mendicanti santi gli schifosi angeli umani!»

Allen ha trovato una valida compagnia in Peter Orlovsky, il compagno che l'ha affiancato per quaranta anni, fino alla sua morte. 

Alcuni riferimenti letterari, biografici e cinematografici:


  • Il film "Urlo" del 2010, in cui Allen Ginsberg è interpretato da James Franco; 
  • Il film "On the Road" (tratto dal romanzo "Sulla strada" di Jack Kerouac) del 2012; 
  • Il libro "Urlo", che comprende i due poemi "Urlo" e "Kaddish", e che è edito da il Saggiatore, Milano, 2010; 
  • Il libro "Io celebro me stesso" di Billy Morgan, il Saggiatore, Milano, 2010.
Aaron Tveit e James Franco in una scena del film "Urlo", di Rob Epstein e Jeffrey Friedman 

martedì 29 gennaio 2013

"L'aggancio" di Nadine Gordimer


«"Un economista costretto a fare il rattoppa-motori. Chissà come ha imparato ad aggiustare le macchine."
Un altro aveva la risposta pronta.
"Per necessità. L'unico modo per entrare in un paese che non ti vuole è fare un lavoro manuale o il mafioso."»

Julie Summers, ragazza bianca emancipata e capricciosa, figlia della più alta borghesia sudafricana, resta bloccata nel traffico. Ha problemi al motore. Tra automobilisti che suonano istericamente il clacson, urlandole cose come "Stronza bianca" in afrikaan, riesce a raggiungere un'autofficina. Steso sotto la scocca di un veicolo in riparazione, con addosso una tuta rigida e unta di grasso, c'è un giovanotto senza un nome. Un meccanico, un rattoppa-motori anonimo per tutto, salvo forse per la sua bellezza esotica. Il suo inglese è sufficiente, parla con Julie e la accompagna all'auto. La riparerà. Si scambiano i numeri di telefono. Julie, intrigata dal fascino di quel misterioso "principe orientale", lo invita fuori per un caffè. Lo porta con sé al Tavolo, la famiglia alternativa (tra buddisti, poeti-filosofi e attivisti di sinistra) che si è creata per fuggire dal ceto altolocato da cui proviene e che finge di disprezzare (pur sguazzando negli agi che le garantisce).
Ma chi è questo bel giovanotto che Julie ha rimorchiato (agganciato, ecco il senso del titolo) in un'officina sudicia?

 Possiamo chiamarlo Abdu, ma il suo vero nome Julie lo scoprirà solo quando deciderà di seguirlo nel suo Paese martoriato dal colonialismo e dimenticato dal mondo, perduto nel deserto. Sì, perché Abdu-nessuno è un immigrato clandestino e non è gradito in Sudafrica, come in nessun altro Paese occidentale.

«In questa città, come in tutte le città, esiste un mondo sotterraneo, l'unico posto per quelli di noi che non possono vivere, non hanno i mezzi, non solo i soldi, ma i mezzi prescritti per conformarsi a quello che gli altri chiamano mondo. La clandestinità. L'oscurità è l'unica libertà possibile per lui.»

Così Abdu si traveste da nessuno per darsi un'identità che gli è negata perché straniero, perché sgradito. Preferisce essere nessuno "qua", dove non è desiderato ma può vivere clandestinamente il sogno di una vita migliore, piuttosto che essere Ibrahim (il suo vero nome) nel suo Paese misero e annegato dalla sabbia, dove ogni possibilità gli è preclusa, ogni ambizione è troncata.

«Alle sette del mattino lui è all'officina in quel travestimento indurito di grasso che è la sua tuta. Oppure è quando se la sfila la sera, una gamba dopo l'altra, che si spoglia della sua unica identità, per camuffarsi, "qui", da Abdu-nessuno?»

Il suo camuffamento, sebbene gli conceda il lusso di sognare, costa caro, perché «Non c'è futuro senza un'identità che lo rivendichi». Abdu viene scacciato (non c'è termine più duro e animalesco, non c'è termine più adatto). Julie lo stupisce comprando due biglietti aerei e seguendolo come una moglie. Nel villaggio miserrimo di lui, la ricca bianca dovrà confrontarsi con la lingua araba, la cultura musulmana, la famiglia acquisita. Lei cerca nuove regole, una dura disciplina che rimpiazzi il vuoto della sua giovinezza sfrenata. Si innamora della sottomissione, della tradizione, del deserto. Scopre bellezze dove Ibrahim non le vede più, accecato dal bisogno opposto: il desiderio ardente di fuggire da casa. Quella scelta, di nuovo: essere un fallito senza speranze in casa propria o un umile lavoratore con qualche sogno in un posto lontano.
Lei apprende l'arabo, si abitua al richiamo del Muezzin, si incanta a fissare la caligine luminosa del deserto dietro casa. Lui vuole ripartire. Prende la macchina dello zio ogni giorno per andare nella capitale a cercare contatti; cerca di ottenere delle spinte dalle conoscenze che sua moglie ha all'estero (si tratta di "ungere una ruota": pur di fuggire, nessun mezzo è rifiutato, per disonesto che sia). Cerca i visti, visita le ambasciate, fa domande. Sua moglie teme per lui. Comprende la sua furia e insieme non la comprende. Non ha vissuto su di sé il dramma di un'identità cancellata alla dogana, di un visto negato perché hai i documenti scritti in un alfabeto sbagliato.

«Vergogna, senso di colpa, paura, sgomento, rabbia, biasimo, risentimento nei confronti del mondo intero e di quello che è - e nomi affiorano, nomi - immaginando quel che sarà di lui. Ancora una volta. Abitare in un sudicio tugurio, dentro un grattacielo o una rimessa dietro un'officina - che cosa cambia? - con Dio sa chi altri dalla pelle del colore sbagliato, dei poveracci come lui (parole sue), a pulire la merda americana - lei ha visto i quartieri poveri di quelle città, i destini vuoti di quel devastato mondo nuovo, i detriti del degrado - a fare lavori che la "gente vera", i bianchi americani, non vogliono fare.»

L'aggancio è una storia a due facce: due culture, due Paesi, due lingue. Due persone che si incontrano nonostante le differenze, nonostante le inevitabili incomprensioni. Due strade, due vie che si aprono davanti ai protagonisti, un bivio dopo l'altro. Partire o restare. Arrendersi o tentare. Prepararsi ad una sfida o abbandonare i propri sogni. 

Sullo sfondo, la società multietnica del Sudafrica, che è la società italiana e quella di qualsiasi altro Paese del Primo Mondo. In primo piano una storia d'amore sorprendente e piena di nodi, intensi e dolorosi, di riflessione.
Nadine Gordimer, Premio Nobel per la Letteratura del 1991, in questo libro ci racconta una delle infinite facce dell'incontro-scontro tra culture. E ci fa innamorare del deserto, che forse è meno arido delle nostre floride società dei climi temperati.

lunedì 28 gennaio 2013

"Uno, nessuno e centomila" di Luigi Pirandello

"Ma sa che una volta io ho veduto ridere un cavallo? Sissignore, mentre il cavallo camminava. Lei ora va a guardare il muso del cavallo per vederlo ridere, e poi viene a dirmi che non l'ha visto ridere. Ma che muso! I cavalli non ridono mica col muso! Sa con che cosa ridono i cavalli, signor notaro? Con le natiche. Le assicuro che il cavallo camminando ride con le natiche, sì, alle volte, di certe cose che vede o che gli passano per il capo. Se lei vuol vederlo ridere il cavallo, gli guardi le natiche e si stia bene!"

Quando pensiamo a noi stessi, al nostro Io, abbiamo una determinata immagine di noi: il nostro corpo, con i suoi pregi e i suoi difetti, la nostra intelligenza, il nostro carattere; siamo abbastanza certi di poter dire chi siamo, per questo tendiamo a dare delle definizioni di noi stessi, proviamo a descriverci agli altri, perchè pensiamo che il nostro Io sia un "qualcosa" che si può comprendere e comunicare. Allo stesso modo, siamo convinti degli altri: quando guardiamo qualcuno, cogliamo in lui i suoi aspetti peculiari, da quelli che lo rendono per noi affascinante o interessante, a quelli che lo rendono ridicolo. Ridiamo, parliamo degli altri, non chiedendoci se gli altri vedano ciò che vediamo noi, e soprattutto non ci chiediamo cosa gli altri pensino di noi, sicuri che, in fondo, la nostra personalità sia abbastanza definita, e che gli altri colgano, in noi, ciò che noi stessi cogliamo e percepiamo. Vivendo con questa convinzione, il rapporto con se stessi e con gli altri è salvo: abbiamo dei punti di riferimento che sono i nostri, ma che proiettiamo anche sugli altri, creando, così, una comunanza d'intenti, che ci permette di dialogare, di essere un Io di fronte ad un Tu. Ma ora, proviamo ad immaginare che ad un certo punto della nostra vita, ci capiti un episodio, apparentemente insignificante, un'inezia tra le inezie della vita quotidiana, che però, comincia a far saltare alcuni punti del sistema: immaginiamo, ad esempio, di scoprire, dopo quarant'anni, di avere un difetto fisico, di cui non ci eravamo mai accorti, e che gli altri, invece, avevano sempre notato in noi, ma non ce l'avevano fatto presente, credendo che noi sapessimo di avere questo difetto. Alcuni di noi, probabilmente, ne riderebbero, riterrebbero un episodio del genere, una dimostrazione della propria mancanza di spirito d'osservazione, o addirittura, altri, se ne potrebbero compiacere, dimostrando, così, di non essere delle persone vanitose che badano solo al proprio aspetto fisico, ma di avere ben altro a cui pensare! Altri, però, potrebbero restare davvero perplessi: riconoscere un proprio difetto fisico dopo quarant'anni, per quanto insignificante, è un episodio che lascia, dentro di sè, una strana sensazione, difficile da definire; e pensare che altri abbiamo capito, percepito qualcosa di noi, prima di noi, può creare imbarazzo, forse anche risentimento. Un dubbio si può sollevare: chi sono io per gli altri? E poi, chi sono io per me stesso? E ancora, cos'è "Io", cos'è "Altri"? Se io mi vedo in un modo, e gli altri mi vedono in un altro modo, chi sbaglia? Potremmo dire che sono gli altri a sbagliarsi: ma, quando noi diamo un giudizio su qualcuno, e questo qualcuno nega di essere così, noi pensiamo forse di aver torto, o pensiamo che, in fondo, questo qualcuno non vuole riconoscere qualcosa che gli è proprio, e quindi, che noi siamo nel giusto, e che lui è nel torto? Inoltre, non tutti gli altri mi vedono allo stesso modo: chi, tra di loro, è nel giusto? Quale immagine viene fuori di questo "me stesso"? E, una volta che questo dubbio si è insinuato in me, che per me sono diventate equivalenti tutte le immagini di me stesso, compresa la mia, l'ultima domanda è: chi sono?
Questa è l'avventura di Vitangelo Moscarda, "nome brutto fino alla crudeltà", nel labirinto della propria identità: la vertigine dei suoi pensieri raggiungerà il paradosso, la follia, l'annullamento di sè. La conclusione del protagonista è che noi tutti siamo "uno, nessuno e centomila", maschere, bambole di pezza riempite di tutte le convenzioni, le ipocrisie, le illusioni che ci sono state imposte.
Tra ironia e paradosso, Pirandello apre un grande spazio di riflessione: guardare a se stessi e agli altri con lucidità dello sguardo, e cogliere il ridicolo che è in ognuno di noi. Perchè, a volte, può giovare ridere di sè e imparare a ridimensionarsi, essere un po' folli, per diventare più saggi.

lunedì 31 dicembre 2012

"Il ballo tondo" di Carmine Abate

«A volte, se il corteo era in vena, ci si prendeva per mano, adulti e bambini, e in cerchio si ballava al ritmo monotono ma allegro della vallja: Lojmë Lojmë, vasha, vallen.»

Hora è una piccola comunità arbëresh della Presila, circondata da piante di sulla e rovi. Hora, in Albanese, significa paese, villaggio. Hora è il luogo del cuore di Carmine Abate, o almeno uno dei suoi luoghi del cuore: sotto la verniciatura sottile, come attraverso una filigrana, si vede Carfizzi, il paese arbëresh dove l'autore è nato. E' con grande delicatezza che lo ritrae nel libro "Il ballo tondo".

A Hora vive la famiglia Avati: Francesco, detto il Mericano, è un tipico germanese. Ha lasciato la sua casa per un lavoro a Ludwigshafen e si è ritrovato con un'identità frammentata. Va e viene da Hora, progetta confusamente, lavora duramente e cerca di "sistemare" le due figlie. Sua moglie, zonja Elena, regge con energia la casa, insegnando alle ragazze il lavoro del telaio. Orlandina e Lucrezia tessono coperte scarlatte decorate da file di acquile bicipiti.
Il piccolo Costantino non conosce il significato di quel simbolo. Il ballo tondo è il racconto della sua ricerca di un'origine, mezza sepolta dalla storia e mezza luccicante sotto il sole della Marina, dove la gente arbëresh si riunisce per il mercato. A guidare Costantino è nani Lissandro, ultimo baluardo di una tradizione che sembra sfilacciarsi sotto l'invadente pressione del twist, dell'emigrazione, del litish imposto ai bambini nella scuola in luogo dell'arbëresh. La coha dorata del matrimonio e quella nera del lutto, l'aquila bicipite, la lingua arbëresh sono fili delicati, ereditati dal passato, da cui Costantino Avati cerca di lasciarsi avviluppare, trascinato dalla modernità ma altrettanto legato all'origine mitica della sua gente. Costantino Avati, detto l'Aquila perché non si stanca mai di raccontare quell'episodio, quella volta che da bambino vide volare un'aquila a due teste nell'aria frizzantina della Marina, quello stesso giorno in cui nani Lissandro baciò la sabbia della riva e poi gliene spiegò il motivo. Quella era la costa a cui erano approdati i loro antenati, dopo una lunga fuga via mare per sfuggire ai Turchi che spadroneggiavano in Albania.
Scanderbeg, Amurat II, Costantino il Piccolo sono lo sfondo mitico della narrazione di Abate. In primo piano vediamo tratteggiate con semplicità e verità l'infanzia e la giovinezza di Costantino Avati: gli amori travagliati delle sorelle, il rapporto col maestro Carmelo Bevilacqua, i lavori per restaurare il piccolo castello venduto alla famiglia dal signorotto del paese, l'incontro con la sensuale e travolgente Isabella detta la Romana. Tutto, le piccole storie dei personaggi e la grande storia della comunità arbëresh di Hora, si intreccia ed accavalla in un delicato tentativo: quello di omaggiare un mondo tradizionale e rurale e, contemporaneamente, di aprirsi al resto del mondo (alla Germania come alla Merica). E' una vallja, un ballo tondo, che racchiude in un circolo la tradizione e la modernità, la memoria e il progetto. E' la ricerca di un'identità autentica e insieme nuova, è un intreccio a tratti comico e a tratti lirico, è un affresco semplice ma vivido.
Figura chiave del romanzo è il vecchio nani, devoto alla tradizione fino alla ripetizione, sentimentale e malinconico, tra la sua mesta constatazione che «Jeta ësht si fjeta» (la vita è come una foglia) e il suo energico omaggio alle «grat me kripë» (le donne con sale, quelle energiche e lavoratrici, passionali e schiette, come la nonna Sidonia, la giovane Lucrezia e la sfacciata Isabella). Il personaggio è ugualmente devoto alla tradizione albanese, grato alla Calabria che accolse i profughi del passato e consapevole della necessità per il genero Francesco di andare a lavorare in Germania: è la chiave di volta tra tre tempi, tre generazioni e tre culture. Sicuramente dà materiale su cui riflettere.
Carmine Abate delinea in questo romanzo (recentemente raccolto dalla Mondadori in una trilogia, Le stagioni di Hora, insieme a La moto di Scanderbeg e Il mosaico del tempo grande) un affresco delicato e variegato. Lo fa con lo stile leggero ed efficace del racconto orale dei rapsodi, e la narrazione scorre rapida tra frasi idiomatiche e dialoghi in lingua. Si legge ma si ha l'impressione di stare ascoltando Luca Rodotà, il vecchio rapsodo di Corone, mentre suonando la lahuta canta dell'eroe albanese Scanderbeg, della bella di sangue e ricotta, delle nozze di Costantino il Piccolo. Frammenti di una tradizione antica e viva, appuntata nei taccuini del maestro Bevilacqua e immortalata dal registratore di Costantino. Cristallizzata da Carmine Abate in una storia che è un intrecciarsi di storie: un omaggio alla memoria e una sfida multiculturale per il futuro.

domenica 30 dicembre 2012

Tracce di poesia - Fabrizio De Andrè

«Non chiedete a uno scrittore di canzoni 
che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell'opera:
è proprio per non volervelo dire
che si è messo a scrivere.
La risposta è nell'opera.»

Non ricordo la prima volta che ascoltai una canzone di De Andrè. Venne trasmessa in radio? Fu mio padre a farmela ascoltare? Il vuoto. Ogni volta che si parla di Faber, i sensi si inebriano. Eppure si assapora un sapore indimenticato, ma indecifrabile; si ascolta una melodia conosciuta, ma incontestualizzabile. La figura di questo poeta genovese è tutto e niente nello stesso momento. In "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers" (scritta con Paolo Villaggio) è il canzonatore; in "La canzone di Marinella" è il cantautore impegnato nelle tematiche sociali («Quando lessi questa storia su un giornale [...], ebbi l'impulso di fare qualcosa per lei nell'unico modo che potevo: con una canzone. Visto che non potevo più cambiarle la vita, decisi di cambiarle la morte»); in "Amico fragile" è la roccaforte di chi, come artista, approda a quel senso di inutilità che fa delle proprie frasi composizioni di parole senza senso.
Una duttilità, quella di Fabrizio, che ormai è difficile rintracciare: le sue poesie musicate si fanno testimoni di storie inconciliabili. Il soldato Piero, Princesa, il Michè, Tito, e poi Il suonatore Jones, sono lì, come in un chiasma che sembra portare alla luce una verità suprema: «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior». 
I personaggi di De Andrè sono gli ultimi, gli emarginati, gli stranieri, gli ostracizzati. La musica rischiara le ombre, purifica il marcio, assegna ad ogni ruolo importanza. E nessuno è semplicemente quello che di lui viene detto: la "puttana" di via del campo è la graziosa dagli occhi grandi color di foglia, è la bambina con le labbra color rugiada. La propria specularità viene trasmessa dall'autore ai personaggi senza volgarità, senza banalità, senza forzatura. Ogni cosa risplende perché è fenomeno e noumeno insieme: scartavetrando l'imballo pesante dei nomignoli, una luce rende visibile ciò che non si vede a occhio nudo, in una continua dialettica di chiaroscuri, di interno-esterno, di immagini restaurate.
«Sentii fin da subito che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l'ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste e l'illusione di poter partecipare, in qualche modo, a un cambiamento del mondo. Quest'ultima si è sbriciolata presto, la prima, invece, rimane»: la musica è vera quando stimola le coscienze, quando si impone come «ultimo grido di libertà». Le canzoni di De Andrè riescono a conciliare l'ampissima cultura del loro autore (sono evidenti le influenze dei Vangeli, di Brassens, Majakovskij, Cioran, Álvaro Mutis, Edgar Lee Masters, Bob Dylan) a un pubblico variegato. Sono parole anarchiche, che si rivolgono a tutti. Perché «dietro a ogni scemo c'è un villaggio», perché ciascuno rivendica il proprio diritto all'equità.
Faber ha scritto lasciandosi attraversare dal divenire, viaggiando «in direzione ostinata e contraria»: è questo il suo grande merito. 
Scrivendo di questo personaggio, mi sento come una profana in un tempio: ne ammiro l'architettura, ma proprio la sua maestosità mi rende minuta. Uomini come Faber ci spronano a fare meglio, ad andare oltre, a emozionarci.  

«Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti
  


Qui potete trovare un elenco di libri su De Andrè: http://www.bielle.org/fabriziodeandre/Pages/libri.htm

Vi lascio con una canzone: 




lunedì 24 dicembre 2012

"Nero" di Tiziano Sclavi


«Nella notte fredda e scura, chi ha paura? 
Chi ha paura?
Ha paura l’assassino di incontrare il suo destino.»


La prima cosa che si scopre leggendo un libro è chi sia il protagonista. Nel caso di Nero, non solo l'identità di "lui" non è chiara dal principio, ma non sarà chiara neppure alla fine. Il protagonista attraversa diverse identità: "l'uomo", Federico Zardo, di nuovo l'uomo, lui, fino all'ingresso dell'"altro Zardo" che torna a rimescolare le carte.
Vi sto confondendo? Questo non è niente.
Presso il grande pubblico, Tiziano Sclavi è conosciuto quasi esclusivamente come "il papà" del celeberrimo Indagatore dell'incubo, Dylan Dog. I suoi romanzi (Tre, Dellamorte Dellamore, il brevissimo Film e lo stupendo Mostri, oltre che lo stesso Nero del 1992) sono scritti in quello stesso stile che abbiamo imparato ad amare dal fumetto.
In Sclavi (come in molti numeri di Dylan Dog, sceneggiati da altri ma coerenti al progetto dell'autore) vediamo ripresentarsi degli inquietanti temi ricorrenti: l'identità stravolta e sostituita, il delitto sposato al delirio, il tema caro e delicato dei "freaks". In Nero vediamo la centralità del primo di questi temi, condito dall'immancabile gusto noir, grottesco più che horror, abbondantemente splatter, tipicamente grandguignolesco. Regina incontrastata è sempre l'Oscura Signora, la morte che domina la scena con la sua presenza inersorcizzabile e pervasiva. Tocco finale, l'onnipresente ironia (e a volte sarcasmo) che sempre caratterizza le battute di Dylan Dog e ritroviamo in tante espressioni del libro. Insomma, Nero si inscrive a pieno titolo in quel filone tipicamente sclaviano, che si contraddistingue per le sue suggestioni inquietanti e oniriche (ovviamente da incubo, e non da sogno!).
Eppure, nonostante l'omogeneità dell'opera al resto della produzione sclaviana, Nero non nasce per essere un romanzo o un racconto tra i tanti. Inizialmente, nelle intenzioni dell'autore c'è scrivere una sceneggiatura per un fumetto a puntate, una sorta di lunga e macabra soap opera cartacea; dei disegni sarebbe stato incaricato Claudio Villa, sebbene alla fine non sia stato possibile portare a termine il progetto.
Cosa resta allora di Nero?
«È una sceneggiatura raccontata minimamente per lasciare molto libero il regista» dice Sclavi. Già, perché la storia del romanzo Nero è inscindibile dalla storia dell'omonimo film. Il regista in questione è Giancarlo Soldi e il romanzo di Sclavi trova così la sua giusta dimensione. Leggendo il libro, infatti, si ha proprio l'idea di scorrere un canovaccio o di seguire da vicino un lavoro di regia; sembra non di leggere ma di ascoltare una voce che ci sta raccontando un film.  «Lentamente si delinea lo skyline di Milano», leggiamo, e ci sembra di vedere l'inquadratura allargarsi e delinearsi. Numerosi flashback e flashforward sono introdotti esplicitamente e scritti in corsivo. I dialoghi sono spontanei e secchi, le descrizioni scarne fino all'assurdo, puri appunti per una futura scenografia.
Eppure, nonostante questa incredibile leggerezza suggestioni e renda la lettura facilissima, non è altrettanto semplice la comprensione del testo. Essendo nato per altri scopi, addirittura, Nero è un romanzo senza finale. Per il film ne è stato appositamente inventato uno, "anzi due", come dice lo stesso Sclavi in un'intervista. E dice anche, dopo aver dichiarato di nutrire ricordi vaghi della stesura di Nero:
«La maggior parte delle cose che ho scritto, fin da ragazzo, le scrivevo da ubriaco. La classica figura dello scrittore alcolista, con la sigaretta, il bicchiere di whiskey e la macchina da scrivere. Ciò mi ha permesso di diventare alcolista, non scrittore!». La solita ironia sclaviana di cui parlavo.
Sclavi è un autore davvero da non perdere, e nel dire questo mi riferisco anche e forse soprattutto al fumetto. Leggendo diversi autori, soprattutto tra i giovani, mi risultano evidenti i prestiti e le influenze sclaviane, nei generi che spaziano dal noir all'horror più scabroso. Si può dire senza tema di essere smentiti che Tiziano Sclavi sia un punto di riferimento per la letteratura di genere degli ultimi vent'anni; di certo, è un autore che ha lasciato un segno molto incisivo nel panorama italiano.
Non aspettatevi di ricevere chiavi di lettura per comprendere meglio Nero, e non nutrite vane speranze in una chiarificazione finale. Lasciate che questa storia vi suggestioni e vi trasporti senza essere troppo razionali. E, naturalmente, accompagnate la lettura con la visione del film. Buona lettura e buona visione!


Francesca, protagonista femminile del film, accompagnata da Federico Zardo (un Sergio Castellitto superlativo come sempre).

«Dissolvenza in nero.»
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