giovedì 2 giugno 2016

Il "Bestiario" metafisico di Julio Cortázar

Il viaggio nei racconti di Cortázar scorre come sotto effetto di peyote: l'amplificazione dei sensi del lettore attraverso la pagina lo porta a non perdersi una briciola del realismo quotidiano che incornicia le follie dello scrittore argentino. Attraversiamo le stanze delle case ora impolverate ora invase da misteriosi occupanti ora abitate da tigri invisibili, percorriamo in omnibus peripli assolati e imbarazzati di una città fitta di passanti curiosi e muti, soggiorniamo in un allevamento di mancuspie e quasi, se siamo un pizzico ipocondriaci, ci sentiamo addosso i primi sintomi di quei disturbi psichici che non esistono ma da cui i personaggi sono affetti.
Il realismo magico, tutto sudamericano, di Cortázar richiama inevitabilmente quello di Borges e di García Márquez, ma si pone su di un binario parallelo e indipendente. In lui vediamo una fusione spettacolare, forse senza pari, di reale e fantastico, e la lega che ne risulta ci fa perdere di vista i confini, ci fa dimenticare il vizio dei lettori adulti ed accademici: l'attaccamento da ragioniere alle parole, alla continuità logica, alle necessità narrative. Cortázar ci guida in un delirio del quale non sente il bisogno di giustificarsi: intuizione metafisica, allucinazione fantastica, caduta a vite nell'abisso psicologico dell'umano ci spalancano davanti visuali enigmatiche e misteriose, belle e angoscianti come quadri di Salvador Dalí e, proprio come delle immagini, assolutamente indipendenti da spiegazioni, commenti, glosse a margine. "Lettera a una signorina a Parigi" può forse dare la cifra di questo "fantastico" tanto duramente conficcato nel reale da non distinguersene.

«Feci il trasloco giovedì scorso, alle cinque del pomeriggio, nella nebbia e nel tedio. Ho chiuso tante valigie in vita mia, ho passato tante ore a fare bagagli che non portavano da nessuna parte, che giovedì fu un giorno pieno di ombre e di cinghie, perché quando vedo le cinghie delle valigie è come se vedessi ombre, elementi di una sferza che mi colpisce indirettamente, nel modo più sottile e più orribile. Comunque, feci le valigie, avvisai la sua cameriera che mi sarei sistemato qui, e salii nell'ascensore. Arrivato fra il primo e il secondo piano sentii che stavo per vomitare un coniglietto. Non gliene avevo mai detto niente, e non per slealtà creda, solo perché come fa uno a mettersi a spiegare alla gente che di tanto in tanto gli viene da vomitare un coniglietto?»

Del perché, del percome, a Cortázar non importa nulla. Si passeggia per Buenos Aires, si rincasa, si entra in ascensore e si vomitano conigli a raffica (nota bene: quasi tutti bianchi). Così, come in un sogno in cui non ci si stupisce di nessun sortilegio, o in una associazione libera di idee, che non conosce nessi logici, spiegazioni, significati altri dall'accostare liberamente ispirazioni, vezzi, suggestioni. I racconti di Cortázar sono libertà e incubo, automatismo psichico ed estrema cura nella composizione, sono inconscio e gusto da antropologo per il dettaglio nell'arredamento, nel gesto, nell'oggettistica, nella descrizione urbana, nell'aspetto. Se la scrittura non fosse così bella e rotonda, così formalmente compiuta con un che di barocco e un che di romantico, a causa dei suoi conigli vomitati in ascensore, dei suoi spettri scorti nel fumo delle sale da ballo, delle reazioni assurde e prive di logica davanti all'apparente occupazione da parte di estranei della propria casa, la si potrebbe quasi definire dada. Dada, almeno quanto a contenuto: almeno di fronte all'assurdo ritagliare ed incollare frammenti pittoreschi e fuori luogo, liberi dai vincoli del razionalismo e del fas est, pieni di fantasia e carattere. Un pizzico antipatici. Assolutamente da non perdere.

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