venerdì 3 agosto 2012

"La casa dell'incesto" di Anaïs Nin


«L'urto tra le loro somiglianze, si spande l'odore della tamerice e della sabbia, di gusci marci e di alghe morte, il loro amore come inchiostro di seppia, un banchetto di veleni.»


«Vedo il simbolico della nostra vita. Io vivo su due livelli, uno umano e uno poetico. Colgo le parabole, le allegorie». Così Anaïs Nin disse a Henry Miller, dopo avergli mostrato le prime pagine, surrealiste, de La casa dell'incesto.
Il racconto (ma è poi giusto chiamarlo racconto? Non è piuttosto un'esplosione di poesia?), infatti, è sbocciato in una dimensione onirica e simbolica, fantasmagorica, piena di incanto.
Certo, il surrealismo sfrenato di questa breve opera a metà tra la prosa e la poesia disorienta un po'. Solo alla fine, dopo essere passati attraverso le enigmatiche figure di Sabina, Jeanne e del Cristo moderno, si afferra meglio il messaggio dell'autrice. E il significato del titolo.
Perché la casa dell'incesto? Nelle ultime pagine, che descrivono l'interno di questa casa a metà fra un ricordo e un'allucinazione, Anaïs Nin inserisce un vivido ritratto di Lot e sua figlia, protagonisti dell'incesto più famoso e spudorato della Bibbia. Ma non è questo incesto reale a dare il titolo al racconto: è l'incesto metaforico di Narciso. Di chi si innamora non del proprio fratello, ma del proprio sé stesso che riconosce nella loro somiglianza. E' un amore finto, autocontemplativo, autoreferenziale: è una casa che marcisce nel chiuso, che collassa su sé stessa.
Questo racconto, che l'autrice definì «la mia stagione all'inferno», è la descrizione di questa megalomania, di questa eccentricità che sconfina nella follia, nell'angoscia e nella paura. Paura della morte, della solitudine ma anche del riscoprirsi non più sola (ma rispecchiata e ripetuta in quel fratello tanto somigliante).
Si legge La casa dell'incesto d'un fiato: il vortice variopinto e pulsante delle parole cattura e non lascia andare prima di aver raggiunto l'ultima pagina. Lo stile non è solo ricercato e raffinato, ma sontuoso, esotico, incantevole.
Quadri vividi vengono abilmente dipinti e abbandonati: foreste di alberi decapitati, donne incise nel bamboo, enormi uova di marmo bianco poggiate su dischi d'argento. Sentieri di ghiaia vengono descritti attraverso il connubio dei minerali, le stanze della casa dell'incesto sono fluttuanti e infinite, piene di gemme preziose e tappeti scarlatti. I cieli sono di zaffiro e i mari di corallo, il canto di una donna squarcia le vele delle navi e perfino le nuvole. Le donne vestono lunghi abiti che frusciano contro le loro caviglie e bracciali d'acciaio cingono i loro polsi, scandendo il battito dei loro cuori.
Le atmosfere e le suggestioni sono mediorientali, da Mille e una notte, nonostante si nomini New York e una delle protagoniste abbia un nome francese.
Enigmatico e poetico, intenso e vivido, ricchissimo: La casa dell'incesto è un incanto da non perdere.


«Quando mio fratello sedeva al sole e l'ombra del suo viso si disegnava sullo schienale della sedia, io baciavo quell'ombra. Baciavo la sua ombra e quel bacio non lo toccava, quel bacio si perdeva nell'aria e si confondeva con l'ombra. Il nostro reciproco amore è come il bacio di una lunga ombra, senza alcuna speranza di realtà.»

 

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