venerdì 20 maggio 2016

"L'uomo senza qualità", Robert Musil

Robert Musil dedicò alla stesura di questo romanzo gli ultimi tredici anni della sua vita, dal 1929 al 1942. Un capolavoro, animato dall’ambizioso progetto di cogliere appieno il senso del proprio tempo. Di quei primi ferventi anni del Novecento in cui  tutto sembrava possibile: tanto la rivoluzione proletaria quanto la restaurazione autoritaria borghese, tanto una spinta democratica della politica, dovuta all’irruzione delle masse nella vita della società e dello stato, quanto una svolta autoritaria, dittatoriale, che relegasse le masse ad acefalo organo del consenso. Il capitalismo attraversava una fase di straordinaria crescita, la modernizzazione della società era galoppante, e al tempo stesso si metteva in discussione nella teoria e nella prassi politica l’idea che la valorizzazione del capitale sarebbe andata di pari passo con il progresso della società e dell’umanità. Al progresso tecnico-scientifico che aveva raggiunto livelli impensabili pochi anni prima, si affiancano nuove idee che mettevano in discussione la solidità, la veridicità, l’oggettività di quella razionalità che aveva sostenuto il progresso scientifico. In queste aporie si muove il romanzo di Musil, cercando di cogliere il senso complessivo di quell’insieme caotico di contraddizioni che fu il Novecento, un secolo in cui l’uomo poté conoscere un tenore di vita altissimo e in cui conobbe gli orrori e le morti più terrificanti. È un romanzo incompleto, e forse, proprio questa incompletezza costituisce l’intuizione più importante dell’autore: nell’impossibilità di riuscire a cogliere il senso ultimo di un’epoca, si scopre che proprio quella mancanza e quell’impossibilità costituiscono il tratto distintivo di un tempo storico sfuggente, contraddittorio, frenetico. L’aporia, la contraddizione, il contrasto delle idee, la lotta delle interpretazioni sono i nodi che Musil, nel tentativo di sciogliere, fa emergere in tutta la loro insolubilità.
Protagonista di un tempo senza Verità è l’uomo senza qualità, Ulrich, un matematico che decide di prendersi un anno di vacanza dalla vita. Viene coinvolto, spinto dal padre, a partecipare ad un progetto patriottico sostenuto dall’élite aristocratico-borghese dell’impero asburgico, in particolare da sua cugina Diotima Tuzzi, in onore del settantesimo compleanno dell’imperatore Francesco Giuseppe. Siamo alle soglie della Grande Guerra e l’intellighenzia e la burocrazia austriaca decidono di organizzare questa Azione, che prenderà il nome ufficioso di Azione Parallela, ossia parallela ad un progetto prussiano analogo che animava le élite tedesche in quello stesso periodo.
Questa la vicenda nella quale l’Uomo senza qualità si trova coinvolto. Ma chi è quest’uomo? Cosa significa essere privi di qualità? Per qualità qui si intende un’ “attitudine a…”, la capacità di agire, di fare qualcosa. Per fare qualcosa bisogna avere senso della realtà: un uomo dotato di una certa qualità, o di più qualità, è un uomo che ha una chiara e precisa concezione di ciò che gli sta attorno e, sulla base delle sue conoscenze, è in grado di calcolare i rischi e i vantaggi di ogni sua azione e, dunque, di procedere con l’azione concreta. Ulrich è un uomo senza qualità: è dunque un uomo incapace di agire, che presuntuosamente crede di poter prendersi un anno di vacanza dalla vita, e questa sua incapacità deriva da una “deficienza” del senso di realtà. Ulrich è fermo non perché inchiodato ad un’insicurezza o ad una incapacità, ma è fermo nel senso di sospeso: sospeso dalla realtà e aperto verso la possibilità. Il suo senso della possibilità non gli permette di avere quel senso di realtà che, come una calamita, ci fa aderire al suolo e ci permette di muoverci con linearità, direzione, senso. Ulrich fluttua sul caos del suo tempo, sballottato da una parte all’altra, risucchiato nel vortice di idee, azioni, macchine, strade, case, persone e non c’è un concetto, un’ idea, un punto di riferimento che funga da zavorra e gli permetta di scendere. Ulrich è un uomo che non ha nessuna voglia di scendere da quel continuo fluttuare: quale realtà dovrebbe spingerlo a muoversi verso una direzione precisa? Quale verità potrebbe dar senso e consistenza al suo cammino? Queste domande non sono retoriche, ma quesiti scientifici cui Ulrich cerca di dare una risposta oggettiva, esatta. L’esattezza analitica del protagonista lo porta a comprendere che la realtà è soltanto una parte che va integrata con la possibilità per poter essere consistente. Che la realtà intesa come l’insieme delle cose che sono quelle che sono è una interpretazione parziale di quell’insieme di fenomeni che caratterizzano un tempo storico, una società, un individuo. La possibilità, l’irrealtà sono motori del divenire, e la realtà è una cristallizzazione parziale di un immenso mondo di infinite possibilità. Per questo, secondo Ulrich, si dovrebbe cancellare la realtà, o vivere come si legge.

Un’esperienza o una verità possibili non equivalgono a un’esperienza o a una verità reali prive del valore della loro realtà, ma hanno in sé, almeno secondo i loro sostenitori, qualcosa di smaccatamente divino, un fuoco, un’esaltazione, un proposito costruttivo e un consapevole utopismo che non rifugge la realtà, ma la tratta come un compito e un’invenzione.[…] È la realtà che desta le possibilità, e nulla sarebbe così assurdo come negarlo. Tuttavia, sommate o in media, restano sempre le stesse possibilità che si ripetono finché non arriva un individuo per il quale una cosa reale non è più importante di una cosa pensata. È colui che conferisce alle nuove possibilità senso e determinazione, è lui a risvegliarle. […] E dal momento che il possesso di qualità presuppone una certa gioia nel saperle reali, è legittimo ritenere che a chiunque manchi il senso di realtà anche nei confronti di se stesso potrà capitare all’improvviso di scoprirsi un giorno un uomo senza qualità.

L’assenza di qualità di Ulrich è il riflesso dell’assenza di qualità del tempo che vive. Il protagonista è, da un lato, un uomo che non trova spazio nel proprio tempo, che non riesce ad assumere un compito e portarlo fino in fondo, brillante e parziale in tutte le imprese che intraprende. Ma, dall’altro, Ulrich è l’uomo che più di tutti replica individualmente una condizione collettiva, storica: il Novecento è un tempo privo di qualità. Un vortice dal quale emergono idee uguali e contrapposte che non riescono a trovare conciliazione. Nel romanzo il caos dell’epoca che precede la Grande Guerra è dipinto perfettamente nel microcosmo dell’alta borghesia imperiale alle prese con l’Azione Parallela. Obiettivo di questa iniziativa spirituale è la ricerca di una Grande Idea che possa unificare i sudditi dell’impero, conciliare le differenze nazionali, etniche, linguistiche, religiose, le differenze ideologiche, che congiunga pacifismo e militarismo, spirito ed economia, anima e sessualità. I personaggi che si affaccendano nella ricerca disperata e inconcludente di questa Idea sono sempre personaggi aporetici e contraddittori: Diotima, la regina indiscussa del salotto culturale, è dapprima una fanatica spiritualista, per poi diventare una erudita in sessuologia; speculare rispetto ad Ulrich, Paul Arnheim, si presenta presso l’Azione come uomo interessato alla grande impresa spirituale austriaca, è dotato di una vasta conoscenza erudita, ha scritto molti saggi, è un intellettuale e grande imprenditore molto apprezzato. Un uomo pieno di qualità che si scopre avere dei significativi interessi petroliferi legati all’impero austro-ungarico. Il generale Stumm che cerca di conciliare la schematica disciplina militare con la caotica cultura moderna e tanti altri, dall’assassino di prostitute Moosbrugger, alla nietzscheana sfegatata e mentalmente instabile Clarisse, fino alla sorella di Ulrich, Agathe, ragazza caratterizzata dalla stessa “sospensione” rispetto al mondo di suo fratello, che in lei si manifesta come indifferenza morale nei confronti del mondo. Il rapporto tra Ulrich e Agathe è molto particolare: separati fin dall’infanzia, si incontrano da adulti dopo la morte del padre. Tra i due esplode un amore “mistico” e velatamente incestuoso: Ulrich la definisce “il mio amor proprio”, la mia “gemella siamese”. Un rapporto di anime affini che si incontrano nella sospensione dal mondo, nel regno delle possibilità infinite non ancora realizzate.


Nella confusione e contraddittorietà che caratterizza il protagonista, ogni singolo personaggio, Vienna, il tempo storico nel suo complesso, serpeggia la sensazione indeterminata e ineffabile che “qualcosa stia per accadere”: in un’epoca in cui si comprende che qualcosa è andato perduto, ci si aspetta un cambiamento, un avvenimento che getterà luce – in modo tragico, possiamo ben dire oggi – su una complessità che soltanto un uomo fuori e per questo immerso nel suo tempo, come l’uomo senza qualità, in modo arguto e profondo ha già colto. 

domenica 8 maggio 2016

Tra vecchio e nuovo: "La storia del giogo d'oro" di Zhang Ailing

Nonostante La storia del giogo d'oro sia stata data per la prima volta alle stampe a Shanghai nel 1943, l'Italia l'ha conosciuta soltanto da pochi anni e neanche in modo così massiccio. Basti pensare che il breve romanzo è considerato il capolavoro di Zhang Ailing e che la scrittrice cinese non ha neppure la pagina di Wikipedia in italiano. A me è capitata per le mani l'edizione della BUR, l'unica disponibile, con le 140 pagine o poco meno e l'interessante postfazione della traduttrice, la professoressa Alessandra Cristina Lavagnino. Ho scoperto così una scrittrice insospettatamente famosa e, almeno a primo impatto, interessante (sebbene gridare al genio ribelle e alla creatività indomita, come leggo da parte di alcuni, mi paia proprio un'esagerazione).
Al centro de La storia del giogo d'oro, ambientata a cavallo della Rivoluzione Xinhai del 1911, 
si colloca la famiglia tradizionale cinese, con le sue rigide gerarchie e i suoi riti stantii. I vari membri della famiglia Jiang non sono quasi mai chiamati per nome, ma piuttosto, anche nel rivolgersi gli uni agli altri, con un appellativo che rimanda al ruolo ricoperto: Primo, Secondo e Terzo Fratello, con le rispettive Cognate; Fratello Maggiore e Sorellina Minore, fino alla Padrona anziana, la grande matriarca che pur senza uscire dall'ombra della sua stanza pare informare di sé tutto l'ambiente circostante e istituire, con la sua sola presenza silenziosa, un ordine di solida pietra. All'interno di questa gerarchia si colloca, in una pessima posizione, la bella e tragica Qiqiao, che si trova ad essere moglie di uno dei fratelli Jiang quasi per caso. La famiglia che la acquisisce è antica e mostra di patire dei «grandi disordini sotto il cielo», non tanto o non solo perché il nuovo assetto sociale minaccia il prestigio dell'aristocrazia

tradizionale, ma piuttosto perché la storia, con il suo progresso inarrestabile, sembra averla scavalcata, essersela lasciata alle spalle, con il suo corredo di vezzi e obblighi ormai antiquati e sterili. Qiqiao si trova imprigionata in questo declino, in questo collasso della società e della famiglia tradizionale, ma prima ancora si è trovata vittima di questa famiglia nel pieno del suo vigore. Infatti, lei non ha lo stesso lignaggio del marito, ma era una bottegaia: vendeva olio di sesamo e non conosceva l'etichetta, ma si esprimeva (e continuerà a farlo) nel modo popolare che le è proprio. Per via della sua bassa estrazione era stata destinata ad essere una semplice concubina del Secondo Fratello Jiang, che però, colpito da una grave forma di tubercolosi ossea, diventa presto invalido. Sfumata così la possibilità di trovare per lui una moglie più altolocata, non resta ai Jiang che accasarlo con la bottegaia Qiqiao, che si trova così ad essere l'ultima ruota del carro della famiglia. Disprezzata e maltrattata per via della sua origine e dei suoi modi, derisa perfino dalla servitù che non la considera molto più che una concubina, posta in condizione di inferiorità anche per via della salute precaria del marito che non può difendere lei né i loro interessi, perfino umiliata dai furti subiti ad opera del proprio fratello e la cui responsabilità morale cade su lei stessa, Qiqiao non può che inacidirsi, richiudersi su se stessa in una sorta di implosione che la porta fino ad una forma di lucida follia autodistruttiva, che passa dal vizio dell'oppio alla rovina cosciente dei propri stessi figli. La figura crudele e allo stesso tempo innocente di Qiqiao sembra riprodurre l'implosione, la deriva della società tradizionale, che può dare segni di vitalità soltanto attraverso degli spasmi irrazionali, dei rigurgiti di tradizione, proprio come il folle momento in cui Qiqiao decide di fasciare i piedi alla propria figlia, nonostante la pratica sia ormai caduta in disuso. La figura di Qiqiao non esce mai di casa: la vediamo rintanarsi nelle stanze scure e stantie della casa che si fa sempre più claustrofobica (in un processo che mi ricorda quello descritto ne La schiuma dei giorni di Boris Vian). La chiusura in se stessa di Qiqiao, il suo ritiro dal mondo e la sua follia rappresentano il delirio dell'aristocrazia cinese di fronte ad un progresso che la spaventava, la sua pretesa egoistica di rimanere avvinghiati ad un passato ormai destinato a sfilacciarsi, a perdere significato. Qiqiao appare alla fine quasi come uno spettro, persa nei fumi dell'oppio, odiata dalla nuora che si lascia morire di dolore, disprezzata dai figli a cui ha rovinato la vita con le sue manie.
La storia del giogo d'oro contiene tutti gli elementi di una gustosa saga familiare ma è costretta, per via della sua brevità, a lasciare appena accennati tanti aspetti e tanti elementi che l'avrebbero ispessita e impreziosita. È comunque una lettura gradevole, una metafora del contrasto emotivo tra il vecchio e il nuovo, influenzata dalla cultura "occidentalizzante" dell'autrice ma che rivela anche la sua appartenenza alla "cinesità" più cinese, che si manifesta anche nelle sequenze fortemente visive, materiche, che richiamano alla memoria i testi e gli stili tradizionali, come i disegni di Wang Wei e gli esercizi di calligrafia.

martedì 26 aprile 2016

L’incubo di un re detronizzato. "La città delle donne" di Federico Fellini

Uscito nelle sale nel 1980, La città delle donne suscitò molte polemiche per il marcato antifemminismo che caratterizza la pellicola. Il protagonista, Snàporaz, interpretato da Marcello Mastroianni, incontra in treno una donna, la segue nel tentativo di possederla, e si ritrova in un covo di femministe che lo tormentano, lo umiliano, lo mettono sotto processo con l’accusa di essere un Maschio. Il ritratto delle donne che lottano per la propria emancipazione è, in pieno stile felliniano, grottesco. A queste donne aggressive e violente, il regista contrappone grandi seni e grandi sederi, morbidi rifugi per un perseguitato.
Sono passati trentasei anni da allora, i movimenti femministi sono ripiegati su se stessi e forse, nell’immaginario collettivo, è proprio la visione felliniana ad essere diventata egemone: le femministe erano una banda di scalmanate che non facevano altro che urlare. Erano delle estremiste, dei maschi al contrario oppure donne che avevano “imitato” ed ereditato, nel loro processo di emancipazione, il peggio del maschio. Ma in questo film c’è di più. Nel viaggio che il regista compie all’interno della psiche di un tipico “macho italiano” si dispiega un rapporto complesso tra gli uomini e le donne che ci dice molto dei timori, delle debolezze e delle insicurezze che si celano dietro il cinico sorrisetto da seduttore del Maschio.
Cominciamo allora a seguire il percorso disegnato da Fellini, con la potente fantasia e immaginazione che caratterizza la sua arte. Snàporaz è in treno. Vede una bella donna che siede di fronte a lui: lei lo guarda ammiccante, lo provoca e fa in modo che lui la segua. E lui, con un’espressione eccitata e inebetita – il ridicolo non caratterizza soltanto i personaggi femminili del film – la insegue. Scende dal treno, attraversa un boschetto e si ritrova in un albergo pieno di donne. Snàporaz si aggira tra le donne divertito, con un sorriso che è tra lo stupore, la distaccata ironia e la tenerezza paternalistica. Ma questa spavalderia dura poco: la donna che lui aveva seguito, cercando di sedurla con pose ridicole e infantili, lo smaschera davanti a tutte. Pronuncia un’invettiva che metterà quest’uomo all’angolo, che lo costringerà a fuggire. È l’inizio dell’incubo del “califfo” ormai detronizzato.
 
«Gli occhi di quell’uomo che circola fra di noi, con la sua faccia fintamente rispettosa e che dice che vuole informarsi, conoscerci meglio, perché solo conoscendoci meglio potrà cambiare il suo rapporto con noi e  che, di tutte le sue false e ipocrite giustificazioni, questa è la più turpe… Gli occhi di quest’uomo, dicevo, sono gli occhi del maschio di sempre. Che deformano tutto ciò che vedono nello specchio della derisione e della beffa. Il mascalzone è sempre lo stesso. Noi donne siamo solo dei pretesti per permettergli di raccontare, ancora una volta, il suo bestiario, il suo circo, il suo avanspettacolo nevrotico, e noi lì a far da pagliacce, da bayadère, da marziane. A far spettacolo per lui con la nostra passione e la nostra sofferenza. Questo lugubre, cupo, stremato califfo, sappia una volta per tutte che non siamo marziane! Vogliamo abitare la terra, questa terra, ma non più per far da concime, come avviene da quattromila anni!»

L’incubo che perseguita il protagonista di questa storia è la concretizzazione della paura più profonda che affligge l’uomo: le donne contestano radicalmente l’egemonia maschile, creando spazi propri di vita, di aggregazione, di ironia. Creano un proprio linguaggio che gli uomini non riescono a comprendere, un mondo in cui gli uomini non sono presi in considerazione se non come i vecchi padroni dai quali si sono definitivamente liberate. In questo processo di creazione di modi di vita alternativi al dominio maschile, il Maschio vede sgretolarsi il terreno sotto i suoi piedi, si vede spodestato dal proprio regno che diventa terra inospitale dalla quale fuggire. L’intera vicenda si dispiega come fuga da questo assurdo mondo invaso dalle “marziane”. Snàporaz troverà rifugio nella casa di un uomo, il Dr. Xavier Katzone, che cerca di resistere all’occupazione militare delle donne: la sua casa raccoglie una immensa collezione di ritratti femminili che emettono gemiti di piacere. Sono tutte le sue amanti, collezionate nel corso della sua vita da grande seduttore. Questa figura grottesca, assurda e caricaturale rappresenta un’epoca che ormai è stata superata, malgrado tutti i tentativi di resistere da parte degli uomini.
Nel corso della sua fuga, Snàporaz avrà un dialogo con sua moglie in cui lei lo metterà di fronte alla sua indifferenza, alla sua assenza, alla sua totale mancanza di considerazione e di rispetto. Lui comprenderà le ragioni di lei, ma sarà troppo tardi: resterà in un angolo da solo, mentre lei ballerà sorridente con una donna.
Nell’incubo felliniano le donne assumono un aspetto sempre più ambiguo, incomprensibile, dionisiaco:  hanno un mondo inaccessibile all’uomo, fatto di mistero e di equivocità. Emblematica è la scena in cui Mastroianni, nel tentativo di fuga, accetta un passaggio da alcune scalmanate che urlano, ridono e ascoltano musica disco. Il loro aspetto è inquietante, sembrano delle possedute. La visione che Fellini dà di queste donne si avvicina ai riti dionisiaci descritti nelle Baccanti di Euripide, riti riservati alle sole donne, il cui accesso era severamente vietato agli uomini. Riti in cui le donne esprimono la propria sessualità e interiorità liberata da tutte le regole imposte dalla razionalità maschile. La donna portatrice di una dimensione “demoniaca” irriducibile al dominio dell’uomo, che mette in crisi l’ordine costituito, la regolarità geometrica e gerarchica della società costruita secondo le leggi del Maschio. Una visione della donna che da sempre è radicata nell’uomo e che si è concretizzata in molte forme, dalla persecuzione delle “streghe” – uno dei motti delle femministe era proprio “Maschi tremate, le streghe son tornate!” – alla chiusura delle donne in casa, isolate nelle proprie cucine, alla violenza psicologica e fisica, fino alla cinica derisione dell’uomo contemporaneo di fronte al tentativo delle donne di creare un mondo che sia il proprio, creato, pensato e vissuto dalle donne senza il filtro e la coercizione della cultura fallocentrica.
Ciò che, a mio avviso, emerge da questo film non è tanto il desiderio di difendere un modello maschile che risulta, nella rappresentazione del regista, ormai indifendibile, né criticare da un punto di vista politico i movimenti femministi. Questa pellicola sembra esprimere una grande nostalgia, espressa in maniera geniale in una delle ultime scene del film, in cui Mastroianni è su uno scivolo nel quale compaiono le donne della sua infanzia, tutte procaci e materne: la nostalgia di un’infanzia perduta, di mondo che non c’è più, in cui tutte le donne erano protese a soddisfare l’ego del maschio, sempre amato e coccolato. La nostalgia di un tempo perduto e irrecuperabile, in cui le donne guardavano agli uomini con ammirazione, premura, affetto. Ora le donne guardano il maschio con disprezzo e ostilità, non sopportano più il suo dominio e se ne vogliono liberare; dal canto suo, il maschio si sente escluso, inutile, si arma di ricordi e vittimismo per potersi difendere. Una dialettica servo-padrone in cui il padrone scopre di essere sempre stato dipendente dal servo e rimpiange i fasti di un regno che non c’è più.

                                                                                                                                                                 

venerdì 22 aprile 2016

Tra storia, arte e natura: l'esperienza unica del Musaba

«Nel corso degli anni sono diventato un uomo. Ho viaggiato attraverso i continenti. Ma ho un solo legame profondo: con il Mediterraneo. Appartengo al Mediterraneo fortemente. Il Mediterraneo, re delle forme e della luce. E, nel Mediterraneo, la Calabria, luce decisiva e paesaggio imperativo.»



Dopo aver viaggiato per l'Europa, aver vissuto a Parigi, aver frequentato l'ambiente di Picasso e Le Corbusier, alla fine degli anni Sessanta l'artista Nik Spatari ha deciso di tornare nel suo luogo d'origine, Mammola, per dare vita ad un'esperienza nuova. Con la sua compagna di origine olandese, Hiske Maas, nel 1969 dà vita al Museo Santa Barbara, in un punto geografico che unisce tracce di un passato antichissimo, del passaggio romano, della presenza cristiana nella forma di un monastero certosino e poi cistercense, dei tempi moderni con la loro stazione ferroviaria poi dismessa: il tutto su di un'altura che sormonta un panorama calabrese, selvaggio e aspro, fatto del luccichio di un fiumiciattolo, di una pietraia, di fianchi di colline verdi di sterpi, di lucertole. Una superstrada col suo rumore sembra richiamare alla realtà del presente urbano, ma i piloni su cui la strada poggia sono dipinti e coloratissimi: segni lasciati da artisti di passaggio, che al Musaba hanno trovato uno spazio accogliente.
Il Musaba non è un luogo ma un'esperienza: le sue strutture sono abitate da Nik e Hiske e da studenti, artisti, visitatori a cui è dedicata una foresteria (oltre che da gatti pasciuti e amichevoli) e risuscitano, nell'essere ancora abitate e nel loro aspetto, le vestigia del passato. I tetti sono piastrellati, i cortili ospitano mosaici infiniti e ampie pareti libere aspettano ancora la creatività esuberante ed eclettica di Nik. Soffitti, sale, pavimenti, monumenti che fanno capolino tra le piante e lungo il sentiero, uniscono i simboli della tradizione cristiana, dalle storie dell'Antico Testamento alle immagini del Nuovo, a figure e stilemi del passato sumero, dalla storia di Gilgamesh a quella del Diluvio Universale; ogni simbolo, però, è filtrato da una mente immaginifica, tribale e punk. Alcuni simboli tornano più di altri, il riferimento alla coppia, a un che di mistico, al primitivo, agli animali del luogo che tornano sotto forma di compagni indivisibili dell'uomo e della donna, il personaggio di Giacobbe (alter-ego di Nik a cui è dedicato un grandioso affresco tra Michelangelo e i Pink Floyd, "Il sogno di Giacobbe", la cui realizzazione ha richiesto 4 anni, dal 1990 al 1994). Tutti simboli, però, proposti e riproposti in modo libero e anti-scolastico. Così, Cristo è crocifisso e risorto, però può anche avere otto braccia; Adamo ed Eva si triplicano, in una tendenza dal gusto futuristico a rappresentare il movimento; uno scarabeo nero, che ha accompagnato Nik nel corso del lavoro, può essere incluso nella raffigurazione della cacciata dall'Eden.
La grandissima opera musiva di Nik non è ancora un'opera compiuta, non è neanche lettera morta da museo: è un grande gioco, ancora in corso, sincretico e leggero. E il suo essere incompleto, oggi, dopo quasi 50 anni dalla fondazione del Musaba, sembra rivelarsi quasi
Nik Spatari e Hiske Maas negli anni Settanta
come un'intenzione, come un manifesto programmatico. Il Musaba, infatti, è un museo-parco-laboratorio, abitato e vivo, perennemente in progress. Studenti, volontari e artisti di passaggio possono contribuire al suo prendere forma giorno per giorno, così come negli anni Settanta la struttura per com'è oggi prese forma dai resti dismessi e abbandonati dei precedenti passaggi umani.
Il Musaba è un posto strano: unico nel suo fondere insieme natura e cultura (il "cotto" e il "crudo" di Lévy-Strauss), tra gatti beati all'ombra di steli piastrellate e lucertole che spiano benevole i mosaici e gli alberi da frutto, una figura umana in ferro alta 15 metri, filari di ulivi, un'enorme cisterna sotterranea, galline che razzolano senza allarmarsi per le presenze sconosciute. È un posto immune da fissità e conformismi, accogliente e fricchettone, giocoso, lisergico. Un laboratorio a cielo aperto da cui emergono opere psichedeliche, manualità da coltivare all'infinito, idee eretiche, allegrie libere ma inevitabilmente legate la territorio, alla Calabria aspra e solitaria, al Mediterraneo, culla di Nik e di tanta cultura troppo spesso trascurata.

lunedì 18 aprile 2016

Referendum fallito: la complicità dei media

Poco dopo le 23 di ieri sera, sul sito del Ministero dell'Interno compaiono i risultati delle prime sezioni: ovunque, l'affluenza è bassissima. Bene i comuni di Bard, Avigliano, Monopoli, Potenza, Martano e tanti altri che raggiungono abbondantemente il quorum. Eppure, non bastano ad alzare una media incredibilmente bassa. Nella storia d'Italia solo cinque consultazioni referendarie hanno registrato affluenze più basse (e di poco).
Eppure, questa volta, la colpa non è stata tutta del popolo bue.
Fa accapponare la pelle pensare che il Presidente del Consiglio di un Paese democratico abbia invitato i propri cittadini ad astenersi dal regolare esercizio di un proprio diritto, e che un ex Presidente della Repubblica gli abbia fatto eco: responsabili entrambi di un reato, quello di induzione all'astensione. L'invito rivolto ai cittadini italiani, contro la Costituzione e la legge, è stato quello di farsi, per un giorno ufficialmente, sudditi. Le ridicole argomentazioni a sostegno dell'astensionismo erano, tutto sommato, trasparenti: lasciateci fare gli interessi dei nostri amici (e fingete di credere che siamo sinceri nel parlare di occupazione e altre porcate: pia illusione, bugia sociale di quelle che si dicono a denti stretti).
Napolitano e Renzi, trasparenti dopo tutto, sì: la ministra zita del petroliere, sarà una cattiva compagnia per un Premier, ma rende tante cose chiare. Le lobby e gli interessi dei potenti non sono mai state così abbaglianti sotto la luce del sole e sotto quella dei riflettori (al caso Guidi è stata anche data una discreta rilevanza mediatica e pochi possono dire di non averne saputo nulla). Molto più barbina è stata la figura di Mattarella: meschina. Neppure a voler dire un secco "No", mascherato di colori demagogici e paternalistica commiserazione per i poveri idioti che la pensano diversamente. Al Presidente della Repubblica non si fa vilipendio: è stato il voto di Mattarella a fare vilipendio al Paese, alla dignità del popolo. Votare doveva, ma ben di nascosto, otto minuti dopo la fine di quasi tutti i telegiornali della sera: non sia mai che la gente veda, non sia mai che prenda esempio. Votare a sera tardi come un ladro, perché da ieri pare che in Italia esercitare il diritto di voto sia diventato un atto vergognoso.
Quella a cui abbiamo assistito è da definirsi senza mezzi termini una campagna di boicottaggio: contro il diritto che il popolo ha di difendere un bene pubblico, il sottosuolo marino, dai capricci dei petrolieri; contro il dovere che il sovrano ha di regnare.
Un ventennio di Berlusconismo scellerato ci ha insegnato come il potere sappia piegare i media agli interessi di pochi, e tramite quelli indottrinare il sovrano, istupidirlo, farne un bue. Eppure, la disinformazione che ha avuto luogo negli ultimi giorni e in particolare nella giornata di ieri non ha precedenti nell'Italia repubblicana. Sfogliate i giornali di ieri, spulciate le testate online: troverete un oppiaceo disgustoso, col sapore agre e il retrogusto amaro. Da un lato, il tentativo è sabotare il referendum, darlo per perso da mezzogiorno o perfino dal giorno prima, far notare quanto sia normale e giusto non votare, quanto siano inutilmente polemici i "referendari"; dall'altro, la mossa complementare è distrarre, non attirare troppo l'attenzione su questo momento rischioso ma presto passato, in cui il popolo se non narcotizzato a dovere rischia di alzarsi in piedi.

"Giusto votare ma per il momento prendo il sole", "Quante volte è stato usato il jolly dell'astensione", "Un caso giudiziario mai chiarito viene strumentalizzato in questi giorni per spingere il sì. Ma la realtà è ben diversa". Non sono slogan improvvisati da accaniti sostenitori del No sulle loro bacheche personali, ma titoli dell'Unità, con buona pace di Gramsci. E tra un invito all'astensione e uno al no, molto poco camuffati e molto poco costituzionali, la testata trova tempo e modo di titolare anche "Giornata mondiale della libertà di stampa". L'Unità, salvata dalla bancarotta dal governo Renzi e diventata voce ufficiale del padrone, ha continuato imperterrita a fare propaganda, prima e durante il referendum, per la linea del PD, che è la linea dei petrolieri e dei banchieri, che è la linea della passività popolare. E ricorda (forse per ridere!) la libertà di stampa, l'unico attributo che dia dignità a una testata giornalistica, l'indipendenza e l'integrità che sole possono conferirle lucidità di pensiero, imparzialità, utilità sociale, mentre stende per Renzi un tappeto di bava. La stampa in Italia non è mai stata muta come ieri. Muta, e se ha aperto bocca è stato per balbettare parolette da mentecatto. Sì, perché mentre le punte di diamante dell'informazione facevano disinformazione, il resto dei media massicciamente e senza interruzioni si dedicava alle armi di distrazione di massa. La programmazione televisiva di ieri è da tempo dei telefoni bianchi: da "Homefront" con James Franco e Winona Ryder su Rete 4 a "Non è stato mio figlio" con Gabriel Garko su Canale 5 (la rete ammiraglia della Mediaset e quella con gli ascolti più alti della televisione tutta!), da Barbara d'Urso con il suo programma lobotomizzatore a "Le iene" che avevano da pensare a truffe e ad altri cazzi loro. L'unico approfondimento politico su una rete che godeva di una certa autonomia fino a poco tempo fa, La 7, in prima serata parlava del carcere, se vada abolito o meno. Mentre l'affluenza alle urne languiva. Sempre su La 7, lo "Speciale referendum" parte alle 22.50, dieci minuti prima che il referendum si dica ufficialmente chiuso, quando nella maggior parte dei seggi si è già iniziato a chiudere tutto perché ormai chi vuoi che venga più.

Ricordo il meteo del Tg1, il venerdì prima del Referendum dei 4 Sì, nel 2011. Annunciarono bel tempo per il fine settimana e suggerirono agli italiani di godersi una giornata di mare. Sembrava che la manipolazione mediatica non potesse essere perfezionata ulteriormente. Invece, oggi il clima che si respira è da delitto Matteotti. Berlusconi usava tutto il proprio potere e ogni strumento disponibile (lecito e illecito) per il proprio esclusivo interesse, mentre Renzi è un fantoccio ambizioso, manipolato da interessi altrui in cambio di qualche briciola di potere.
Nel film "Novecento" di Bertolucci, Olmo dice guardando fisso in camera, guardando lo spettatore dritto in volto:


«I fascisti non sono mica come i funghi, che nascono così, in una notte. No. I fascisti sono stati i padroni a seminarli, li hanno voluti, li hanno pagati. E coi fascisti i padroni hanno guadagnato sempre di più, al punto che non sapevano più dove metterli i soldi.»

Ieri i padroni erano i piccoli industriali, oggi sono padroni più grossi. I mezzi sono rimasti in parte gli stessi, in parte più raffinati. Ma forse anche il popolo, sotto la crosta di intontimento, imborghesimento, qualunquismo e indifferenza è rimasto lo stesso. Spero che sappiamo occupare tutti gli spazi liberi, spero che sappiamo dare luogo a una nuova Resistenza. Aspettiamo insieme ottobre e speriamo che sia caldo.

martedì 12 aprile 2016

"Architettura e Individualismo" di Francesco Stilo

Le Scytes attaqués par Alexandre de Macedoine, 
jusques au milieu des déserts et des rochers qu'ils 
habitaient, dirent à ce conquérant: Tu n'es donc pas 
un dieu, puisque tu fais mal aux hommes! 

Tous les peuples de la terre diront à l'Alexandre 
du Nord: Vous êtes un homme! puisque vous voulez 
bien accueillir un systême social, qui contribuera au 
bonheur du genre humain.

[Così, l'architetto francese C. N. Ledoux (1736-1806) si rivolge a Sua Maestà l'Imperatore di tutte le Russie Alessandro I, nel presentare la sua opera "L'architecture considérée sous le rapport de l'art, des moeurs et de la législation".]


"L'unità" - Francesco Stilo


L'attuale crisi dell'architettura è determinata certamente da un complesso intreccio di ragioni che si mescolano ed emergono, con maggiore o minore forza, di volta in volta, condizionando e "compromettendo" il risultato, funzionale ed estetico, che l'architetto è impegnato a risolvere. Se da un lato, da un certo punto di vista propriamente interno alla disciplina, possiamo imputare parte delle responsabilità di questa crisi al recente sviluppo della tecnica, dal punto di vista degli strumenti del disegno, e da quello delle modalità costruttive (modellazione tridimensionale al personal computer, nuovi materiali, ecc), dall'altro, non possiamo non considerare un aspetto tanto sottovalutato quanto importante, qual è l'aspetto sociale di fondo che condiziona e interferisce con ogni attività messa in atto dal genere umano. La crisi delle ideologie, concretizzatasi a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio, ha giocato certamente un ruolo di primo piano in questo senso, il passaggio da una dimensione collettiva ad una più propriamente individuale, in senso spinto, propria del mondo occidentale contemporaneo, ha fatto sì che l'opera architettonica, generalmente legata ad una visone specifica di ordine sociale e valoriale, si sia convertita, avvicinandosi in questo senso all'opera d'arte tout court, in una sorta di rivelazione intimista, espressione del singolo. L'architettura delle archistar, e se vogliamo lo stesso neologismo che pone l'architetto al pari di qualsiasi uomo di spettacolo, ci mette a disposizione una misura tangibile di questo passaggio, offrendoci, opere riconducibili all'autore al primo sguardo, opere strettamente legate al progettista, in evidente opposizione, molto spesso, con la realtà circostante. Così l'architetto, divenuto uomo di spettacolo riconosciuto e potente, in virtù della pervasività attuale della comunicazione massmediologica, impone la propria volontà e la propria idea personale indipendentemente dal contesto in cui va ad operare, non tiene conto quindi delle realtà storiche, sociali e culturali, che ogni luogo per sua natura rivela e racchiude. Tra i tanti esempi a disposizione, per ragioni contingenti, si può citare il progetto per il waterfront di Reggio Calabria eseguito dall'archistar irachena recentemente scomparsa Zaha Hadid. Senza voler formulare un giudizio di merito, ci si chiede, così di sfuggita, quali relazioni abbia il progetto proposto con la città dei bronzi e del bergamotto, con la storica Rhegion magno greca, con il mediterraneo. Un opera così concepita potrebbe benissimo essere collocata ovunque come in mezzo al deserto.
Con queste brevi considerazioni, non si vuol certo lasciare intendere l'idea sciocca che l'opera architettonica non debba contenere in sé l'impronta del progettista, questa sarà sempre visibile attraverso un'analisi più o meno approfondita del linguaggio architettonico, del segno e del simbolo; tuttavia è importante che l'individuo si confronti in quell'azione politica che lo vede impegnato nella ricerca di quella reciproca sintesi tra il sé e il collettivo, assumendo e interiorizzando quella consapevolezza per cui ad ogni azione, ad ogni progetto, corrisponde un preciso potere, una precisa volontà di agire sul mondo. Il fine dovrebbe essere il bene sociale, il bene per l'umanità nel suo complesso e non per l'individuo isolato e interiormente solitario che è destinato ad estinguersi. In questo senso, l'architettura delle archistar rivela tutta la sua debolezza concettuale e valoriale, rispecchiando perfettamente la crisi di un sistema sociale che rifiutando ogni punto fermo, ogni riferimento al "vero", se non il denaro, il capitale, contrastando il concetto di unità tra i saperi, brancola nel buio verso l'abisso.

domenica 28 febbraio 2016

"Lo straniero" di Albert Camus e George Brassens

Leggendo Lo straniero di Camus ho pensato ad altre creazioni del genio francese che gli somigliano: Ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo e La Mauvase Réputacion di George Brassens. Opere create e vissute su registri stilistici e in forme espressive molto diverse, ma affratellate da uno stesso slancio, intelligente e umano, e da un certo tono allo stesso tempo lieve e grave. La canzone del cantautore francese, che ha infuso nel nostro Fabrizio De Andrè il rigetto per la giustizia facilona e per il gusto collettivo verso la legge del taglione e i giudizi tagliati con l'accetta, racconta (senza saperlo) qualcosa del Meursault, protagonista de Lo straniero. Recita:


«Au village, sans prétention,
j'ai mauvaise réputation. [...]
Le jour du Quatorze Juillet
je reste dans mon lit douillet.
La musique qui marche au pas,
cela ne me regarde pas.
Je ne fais pourtant de tort à personne,
en n'écoutant pas le clairon qui sonne.
Mais les brav's gens n'aiment pas que
l'on suive une autre route qu'eux [...]
S'ils trouv'nt une corde à leur goût,
Ils me la passeront au cou...»

[Al paese, senza menar vanto,
ho una cattiva reputazione. [...]
Il giorno del 14 luglio
resto nel mio letto confortevole.
La musica che marcia al passo
non mi riguarda affatto.
Eppure non faccio del male a nessuno
non ascoltando il clarino che suona.
Ma la brava gente non ama che
si segua una strada diversa dalla sua. [...]
Se troveranno una corda di loro gusto
me la passeranno intorno al collo.]

Merita di essere ascoltata tutta, e infatti al suo ascolto rimando senz'altro, ma questi pochi passaggi mettono a fuoco gli elementi cardine del romanzo di Camus: il protagonista è un «petit bonomme», un ometto qualunque e tranquillo, senza qualità ma neanche malvagio, un signor nessuno che eppure è odiato da tutti. Il delitto (un omicidio nel romanzo, lo
sgambetto fatto a un contadino perché non fermasse la fuga di un ladro di mele) è compiuto senza alcuna pulsione malvagia, in uno stato di innocenza quasi infantile, e da solo sembrerebbe quasi non bastare a condannare un uomo che non ha mai inteso coscientemente fare il male, ma lo ha compiuto senza quasi accorgersene e senza un reale movente (Lo straniero) o accettandolo come effetto collaterale, piccolo male necessario a fronte di un bene inteso e voluto (lo sgambetto e la caduta del contadino, la salvezza del ladro nella canzone). Eppure, i due signor nessuno di Camus e Brassens sono odiati da tutti. Letteralmente odiati, e il resto del consorzio umano arriva a desiderarne la morte, anche (assurdamente) senza una stringente correlazione con il crimine commesso. Mearsault sbatte queste urla rabbiose in faccia al cappellano che cerca di estorcergli una conversione in cella: «Che importava se, accusato di omicidio, sarebbe stato giustiziato per non aver pianto al funerale della madre?».
L'omicidio di un arabo, la complicità con il ladro di mele, non sono che pretesti per far fuori due uomini fastidiosi, socialmente insopportabili, perché devianti, diversi, "stranieri". Mearsault appare mediocre e di carattere debole, incapace di odio come di amore, e non si strugge in pubblico per la morte della madre, e al contrario si svaga andando a nuotare e al cinema con una donna, che parallelamente accetta di sposare pur non sentendo di amarla particolarmente. La società potrebbe perdonargli il suo delitto, ma non questa sua malsana diversità. Lo straniero non piange ad un funerale in cui tutti pretendano che pianga, il protagonista di Brassens non canta festoso il 14 luglio, ma si rintana da solo nel suo letto. Resistenza al dolore o alla gioia imposti dalla società, anticonformismo emotivo, "stranezza": è questo il delitto inemendabile che rende gli imputati passibili di morte. La brutalità della giustizia asservita a questi osceni meccanismi e l'inumanità della pena di morte sono complementari a questa violenza larvata, non istituzionalizzata, che vuole tutti gli uomini omologati finanche nei loro sentimenti, rassicuranti nel loro essere come tutti, facilmente dominabili nel loro placido spirito di adattamento a qualunque cosa la società passi loro per "normale" e, proprio in nome della normalità, esiga da loro. Resistere a questo tritacarne sociale, a questa fabbrica di passività, significa rivendicare prepotentemente la propria individualità e il proprio diritto ad una mente pensante, a dei sentimenti autentici e non necessariamente approvati o condivisi, alla libertà di dissociarsi e di star soli, se si vuole.
Eppure, il diritto all'individualità non è un invito all'individualismo: al contrario, è solo rispettando le singolarità che una società può farsi autenticamente plurale, ugualmente accogliente per tutti. Pretendere di essere se stessi, senza con ciò chiudersi egoisticamente agli altri, è un diritto-dovere che ara il terreno in cui si potranno piantare rispetto reciproco, libertà sociali e civili, uguaglianza reale, educazione alla collettività. Citando un altro testo di Camus, e incarnando con le stesse parole lo spirito anarcoide di Brassens: mi rivolto, dunque siamo.
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