martedì 26 aprile 2016

L’incubo di un re detronizzato. "La città delle donne" di Federico Fellini

Uscito nelle sale nel 1980, La città delle donne suscitò molte polemiche per il marcato antifemminismo che caratterizza la pellicola. Il protagonista, Snàporaz, interpretato da Marcello Mastroianni, incontra in treno una donna, la segue nel tentativo di possederla, e si ritrova in un covo di femministe che lo tormentano, lo umiliano, lo mettono sotto processo con l’accusa di essere un Maschio. Il ritratto delle donne che lottano per la propria emancipazione è, in pieno stile felliniano, grottesco. A queste donne aggressive e violente, il regista contrappone grandi seni e grandi sederi, morbidi rifugi per un perseguitato.
Sono passati trentasei anni da allora, i movimenti femministi sono ripiegati su se stessi e forse, nell’immaginario collettivo, è proprio la visione felliniana ad essere diventata egemone: le femministe erano una banda di scalmanate che non facevano altro che urlare. Erano delle estremiste, dei maschi al contrario oppure donne che avevano “imitato” ed ereditato, nel loro processo di emancipazione, il peggio del maschio. Ma in questo film c’è di più. Nel viaggio che il regista compie all’interno della psiche di un tipico “macho italiano” si dispiega un rapporto complesso tra gli uomini e le donne che ci dice molto dei timori, delle debolezze e delle insicurezze che si celano dietro il cinico sorrisetto da seduttore del Maschio.
Cominciamo allora a seguire il percorso disegnato da Fellini, con la potente fantasia e immaginazione che caratterizza la sua arte. Snàporaz è in treno. Vede una bella donna che siede di fronte a lui: lei lo guarda ammiccante, lo provoca e fa in modo che lui la segua. E lui, con un’espressione eccitata e inebetita – il ridicolo non caratterizza soltanto i personaggi femminili del film – la insegue. Scende dal treno, attraversa un boschetto e si ritrova in un albergo pieno di donne. Snàporaz si aggira tra le donne divertito, con un sorriso che è tra lo stupore, la distaccata ironia e la tenerezza paternalistica. Ma questa spavalderia dura poco: la donna che lui aveva seguito, cercando di sedurla con pose ridicole e infantili, lo smaschera davanti a tutte. Pronuncia un’invettiva che metterà quest’uomo all’angolo, che lo costringerà a fuggire. È l’inizio dell’incubo del “califfo” ormai detronizzato.
 
«Gli occhi di quell’uomo che circola fra di noi, con la sua faccia fintamente rispettosa e che dice che vuole informarsi, conoscerci meglio, perché solo conoscendoci meglio potrà cambiare il suo rapporto con noi e  che, di tutte le sue false e ipocrite giustificazioni, questa è la più turpe… Gli occhi di quest’uomo, dicevo, sono gli occhi del maschio di sempre. Che deformano tutto ciò che vedono nello specchio della derisione e della beffa. Il mascalzone è sempre lo stesso. Noi donne siamo solo dei pretesti per permettergli di raccontare, ancora una volta, il suo bestiario, il suo circo, il suo avanspettacolo nevrotico, e noi lì a far da pagliacce, da bayadère, da marziane. A far spettacolo per lui con la nostra passione e la nostra sofferenza. Questo lugubre, cupo, stremato califfo, sappia una volta per tutte che non siamo marziane! Vogliamo abitare la terra, questa terra, ma non più per far da concime, come avviene da quattromila anni!»

L’incubo che perseguita il protagonista di questa storia è la concretizzazione della paura più profonda che affligge l’uomo: le donne contestano radicalmente l’egemonia maschile, creando spazi propri di vita, di aggregazione, di ironia. Creano un proprio linguaggio che gli uomini non riescono a comprendere, un mondo in cui gli uomini non sono presi in considerazione se non come i vecchi padroni dai quali si sono definitivamente liberate. In questo processo di creazione di modi di vita alternativi al dominio maschile, il Maschio vede sgretolarsi il terreno sotto i suoi piedi, si vede spodestato dal proprio regno che diventa terra inospitale dalla quale fuggire. L’intera vicenda si dispiega come fuga da questo assurdo mondo invaso dalle “marziane”. Snàporaz troverà rifugio nella casa di un uomo, il Dr. Xavier Katzone, che cerca di resistere all’occupazione militare delle donne: la sua casa raccoglie una immensa collezione di ritratti femminili che emettono gemiti di piacere. Sono tutte le sue amanti, collezionate nel corso della sua vita da grande seduttore. Questa figura grottesca, assurda e caricaturale rappresenta un’epoca che ormai è stata superata, malgrado tutti i tentativi di resistere da parte degli uomini.
Nel corso della sua fuga, Snàporaz avrà un dialogo con sua moglie in cui lei lo metterà di fronte alla sua indifferenza, alla sua assenza, alla sua totale mancanza di considerazione e di rispetto. Lui comprenderà le ragioni di lei, ma sarà troppo tardi: resterà in un angolo da solo, mentre lei ballerà sorridente con una donna.
Nell’incubo felliniano le donne assumono un aspetto sempre più ambiguo, incomprensibile, dionisiaco:  hanno un mondo inaccessibile all’uomo, fatto di mistero e di equivocità. Emblematica è la scena in cui Mastroianni, nel tentativo di fuga, accetta un passaggio da alcune scalmanate che urlano, ridono e ascoltano musica disco. Il loro aspetto è inquietante, sembrano delle possedute. La visione che Fellini dà di queste donne si avvicina ai riti dionisiaci descritti nelle Baccanti di Euripide, riti riservati alle sole donne, il cui accesso era severamente vietato agli uomini. Riti in cui le donne esprimono la propria sessualità e interiorità liberata da tutte le regole imposte dalla razionalità maschile. La donna portatrice di una dimensione “demoniaca” irriducibile al dominio dell’uomo, che mette in crisi l’ordine costituito, la regolarità geometrica e gerarchica della società costruita secondo le leggi del Maschio. Una visione della donna che da sempre è radicata nell’uomo e che si è concretizzata in molte forme, dalla persecuzione delle “streghe” – uno dei motti delle femministe era proprio “Maschi tremate, le streghe son tornate!” – alla chiusura delle donne in casa, isolate nelle proprie cucine, alla violenza psicologica e fisica, fino alla cinica derisione dell’uomo contemporaneo di fronte al tentativo delle donne di creare un mondo che sia il proprio, creato, pensato e vissuto dalle donne senza il filtro e la coercizione della cultura fallocentrica.
Ciò che, a mio avviso, emerge da questo film non è tanto il desiderio di difendere un modello maschile che risulta, nella rappresentazione del regista, ormai indifendibile, né criticare da un punto di vista politico i movimenti femministi. Questa pellicola sembra esprimere una grande nostalgia, espressa in maniera geniale in una delle ultime scene del film, in cui Mastroianni è su uno scivolo nel quale compaiono le donne della sua infanzia, tutte procaci e materne: la nostalgia di un’infanzia perduta, di mondo che non c’è più, in cui tutte le donne erano protese a soddisfare l’ego del maschio, sempre amato e coccolato. La nostalgia di un tempo perduto e irrecuperabile, in cui le donne guardavano agli uomini con ammirazione, premura, affetto. Ora le donne guardano il maschio con disprezzo e ostilità, non sopportano più il suo dominio e se ne vogliono liberare; dal canto suo, il maschio si sente escluso, inutile, si arma di ricordi e vittimismo per potersi difendere. Una dialettica servo-padrone in cui il padrone scopre di essere sempre stato dipendente dal servo e rimpiange i fasti di un regno che non c’è più.

                                                                                                                                                                 

venerdì 22 aprile 2016

Tra storia, arte e natura: l'esperienza unica del Musaba

«Nel corso degli anni sono diventato un uomo. Ho viaggiato attraverso i continenti. Ma ho un solo legame profondo: con il Mediterraneo. Appartengo al Mediterraneo fortemente. Il Mediterraneo, re delle forme e della luce. E, nel Mediterraneo, la Calabria, luce decisiva e paesaggio imperativo.»



Dopo aver viaggiato per l'Europa, aver vissuto a Parigi, aver frequentato l'ambiente di Picasso e Le Corbusier, alla fine degli anni Sessanta l'artista Nik Spatari ha deciso di tornare nel suo luogo d'origine, Mammola, per dare vita ad un'esperienza nuova. Con la sua compagna di origine olandese, Hiske Maas, nel 1969 dà vita al Museo Santa Barbara, in un punto geografico che unisce tracce di un passato antichissimo, del passaggio romano, della presenza cristiana nella forma di un monastero certosino e poi cistercense, dei tempi moderni con la loro stazione ferroviaria poi dismessa: il tutto su di un'altura che sormonta un panorama calabrese, selvaggio e aspro, fatto del luccichio di un fiumiciattolo, di una pietraia, di fianchi di colline verdi di sterpi, di lucertole. Una superstrada col suo rumore sembra richiamare alla realtà del presente urbano, ma i piloni su cui la strada poggia sono dipinti e coloratissimi: segni lasciati da artisti di passaggio, che al Musaba hanno trovato uno spazio accogliente.
Il Musaba non è un luogo ma un'esperienza: le sue strutture sono abitate da Nik e Hiske e da studenti, artisti, visitatori a cui è dedicata una foresteria (oltre che da gatti pasciuti e amichevoli) e risuscitano, nell'essere ancora abitate e nel loro aspetto, le vestigia del passato. I tetti sono piastrellati, i cortili ospitano mosaici infiniti e ampie pareti libere aspettano ancora la creatività esuberante ed eclettica di Nik. Soffitti, sale, pavimenti, monumenti che fanno capolino tra le piante e lungo il sentiero, uniscono i simboli della tradizione cristiana, dalle storie dell'Antico Testamento alle immagini del Nuovo, a figure e stilemi del passato sumero, dalla storia di Gilgamesh a quella del Diluvio Universale; ogni simbolo, però, è filtrato da una mente immaginifica, tribale e punk. Alcuni simboli tornano più di altri, il riferimento alla coppia, a un che di mistico, al primitivo, agli animali del luogo che tornano sotto forma di compagni indivisibili dell'uomo e della donna, il personaggio di Giacobbe (alter-ego di Nik a cui è dedicato un grandioso affresco tra Michelangelo e i Pink Floyd, "Il sogno di Giacobbe", la cui realizzazione ha richiesto 4 anni, dal 1990 al 1994). Tutti simboli, però, proposti e riproposti in modo libero e anti-scolastico. Così, Cristo è crocifisso e risorto, però può anche avere otto braccia; Adamo ed Eva si triplicano, in una tendenza dal gusto futuristico a rappresentare il movimento; uno scarabeo nero, che ha accompagnato Nik nel corso del lavoro, può essere incluso nella raffigurazione della cacciata dall'Eden.
La grandissima opera musiva di Nik non è ancora un'opera compiuta, non è neanche lettera morta da museo: è un grande gioco, ancora in corso, sincretico e leggero. E il suo essere incompleto, oggi, dopo quasi 50 anni dalla fondazione del Musaba, sembra rivelarsi quasi
Nik Spatari e Hiske Maas negli anni Settanta
come un'intenzione, come un manifesto programmatico. Il Musaba, infatti, è un museo-parco-laboratorio, abitato e vivo, perennemente in progress. Studenti, volontari e artisti di passaggio possono contribuire al suo prendere forma giorno per giorno, così come negli anni Settanta la struttura per com'è oggi prese forma dai resti dismessi e abbandonati dei precedenti passaggi umani.
Il Musaba è un posto strano: unico nel suo fondere insieme natura e cultura (il "cotto" e il "crudo" di Lévy-Strauss), tra gatti beati all'ombra di steli piastrellate e lucertole che spiano benevole i mosaici e gli alberi da frutto, una figura umana in ferro alta 15 metri, filari di ulivi, un'enorme cisterna sotterranea, galline che razzolano senza allarmarsi per le presenze sconosciute. È un posto immune da fissità e conformismi, accogliente e fricchettone, giocoso, lisergico. Un laboratorio a cielo aperto da cui emergono opere psichedeliche, manualità da coltivare all'infinito, idee eretiche, allegrie libere ma inevitabilmente legate la territorio, alla Calabria aspra e solitaria, al Mediterraneo, culla di Nik e di tanta cultura troppo spesso trascurata.

lunedì 18 aprile 2016

Referendum fallito: la complicità dei media

Poco dopo le 23 di ieri sera, sul sito del Ministero dell'Interno compaiono i risultati delle prime sezioni: ovunque, l'affluenza è bassissima. Bene i comuni di Bard, Avigliano, Monopoli, Potenza, Martano e tanti altri che raggiungono abbondantemente il quorum. Eppure, non bastano ad alzare una media incredibilmente bassa. Nella storia d'Italia solo cinque consultazioni referendarie hanno registrato affluenze più basse (e di poco).
Eppure, questa volta, la colpa non è stata tutta del popolo bue.
Fa accapponare la pelle pensare che il Presidente del Consiglio di un Paese democratico abbia invitato i propri cittadini ad astenersi dal regolare esercizio di un proprio diritto, e che un ex Presidente della Repubblica gli abbia fatto eco: responsabili entrambi di un reato, quello di induzione all'astensione. L'invito rivolto ai cittadini italiani, contro la Costituzione e la legge, è stato quello di farsi, per un giorno ufficialmente, sudditi. Le ridicole argomentazioni a sostegno dell'astensionismo erano, tutto sommato, trasparenti: lasciateci fare gli interessi dei nostri amici (e fingete di credere che siamo sinceri nel parlare di occupazione e altre porcate: pia illusione, bugia sociale di quelle che si dicono a denti stretti).
Napolitano e Renzi, trasparenti dopo tutto, sì: la ministra zita del petroliere, sarà una cattiva compagnia per un Premier, ma rende tante cose chiare. Le lobby e gli interessi dei potenti non sono mai state così abbaglianti sotto la luce del sole e sotto quella dei riflettori (al caso Guidi è stata anche data una discreta rilevanza mediatica e pochi possono dire di non averne saputo nulla). Molto più barbina è stata la figura di Mattarella: meschina. Neppure a voler dire un secco "No", mascherato di colori demagogici e paternalistica commiserazione per i poveri idioti che la pensano diversamente. Al Presidente della Repubblica non si fa vilipendio: è stato il voto di Mattarella a fare vilipendio al Paese, alla dignità del popolo. Votare doveva, ma ben di nascosto, otto minuti dopo la fine di quasi tutti i telegiornali della sera: non sia mai che la gente veda, non sia mai che prenda esempio. Votare a sera tardi come un ladro, perché da ieri pare che in Italia esercitare il diritto di voto sia diventato un atto vergognoso.
Quella a cui abbiamo assistito è da definirsi senza mezzi termini una campagna di boicottaggio: contro il diritto che il popolo ha di difendere un bene pubblico, il sottosuolo marino, dai capricci dei petrolieri; contro il dovere che il sovrano ha di regnare.
Un ventennio di Berlusconismo scellerato ci ha insegnato come il potere sappia piegare i media agli interessi di pochi, e tramite quelli indottrinare il sovrano, istupidirlo, farne un bue. Eppure, la disinformazione che ha avuto luogo negli ultimi giorni e in particolare nella giornata di ieri non ha precedenti nell'Italia repubblicana. Sfogliate i giornali di ieri, spulciate le testate online: troverete un oppiaceo disgustoso, col sapore agre e il retrogusto amaro. Da un lato, il tentativo è sabotare il referendum, darlo per perso da mezzogiorno o perfino dal giorno prima, far notare quanto sia normale e giusto non votare, quanto siano inutilmente polemici i "referendari"; dall'altro, la mossa complementare è distrarre, non attirare troppo l'attenzione su questo momento rischioso ma presto passato, in cui il popolo se non narcotizzato a dovere rischia di alzarsi in piedi.

"Giusto votare ma per il momento prendo il sole", "Quante volte è stato usato il jolly dell'astensione", "Un caso giudiziario mai chiarito viene strumentalizzato in questi giorni per spingere il sì. Ma la realtà è ben diversa". Non sono slogan improvvisati da accaniti sostenitori del No sulle loro bacheche personali, ma titoli dell'Unità, con buona pace di Gramsci. E tra un invito all'astensione e uno al no, molto poco camuffati e molto poco costituzionali, la testata trova tempo e modo di titolare anche "Giornata mondiale della libertà di stampa". L'Unità, salvata dalla bancarotta dal governo Renzi e diventata voce ufficiale del padrone, ha continuato imperterrita a fare propaganda, prima e durante il referendum, per la linea del PD, che è la linea dei petrolieri e dei banchieri, che è la linea della passività popolare. E ricorda (forse per ridere!) la libertà di stampa, l'unico attributo che dia dignità a una testata giornalistica, l'indipendenza e l'integrità che sole possono conferirle lucidità di pensiero, imparzialità, utilità sociale, mentre stende per Renzi un tappeto di bava. La stampa in Italia non è mai stata muta come ieri. Muta, e se ha aperto bocca è stato per balbettare parolette da mentecatto. Sì, perché mentre le punte di diamante dell'informazione facevano disinformazione, il resto dei media massicciamente e senza interruzioni si dedicava alle armi di distrazione di massa. La programmazione televisiva di ieri è da tempo dei telefoni bianchi: da "Homefront" con James Franco e Winona Ryder su Rete 4 a "Non è stato mio figlio" con Gabriel Garko su Canale 5 (la rete ammiraglia della Mediaset e quella con gli ascolti più alti della televisione tutta!), da Barbara d'Urso con il suo programma lobotomizzatore a "Le iene" che avevano da pensare a truffe e ad altri cazzi loro. L'unico approfondimento politico su una rete che godeva di una certa autonomia fino a poco tempo fa, La 7, in prima serata parlava del carcere, se vada abolito o meno. Mentre l'affluenza alle urne languiva. Sempre su La 7, lo "Speciale referendum" parte alle 22.50, dieci minuti prima che il referendum si dica ufficialmente chiuso, quando nella maggior parte dei seggi si è già iniziato a chiudere tutto perché ormai chi vuoi che venga più.

Ricordo il meteo del Tg1, il venerdì prima del Referendum dei 4 Sì, nel 2011. Annunciarono bel tempo per il fine settimana e suggerirono agli italiani di godersi una giornata di mare. Sembrava che la manipolazione mediatica non potesse essere perfezionata ulteriormente. Invece, oggi il clima che si respira è da delitto Matteotti. Berlusconi usava tutto il proprio potere e ogni strumento disponibile (lecito e illecito) per il proprio esclusivo interesse, mentre Renzi è un fantoccio ambizioso, manipolato da interessi altrui in cambio di qualche briciola di potere.
Nel film "Novecento" di Bertolucci, Olmo dice guardando fisso in camera, guardando lo spettatore dritto in volto:


«I fascisti non sono mica come i funghi, che nascono così, in una notte. No. I fascisti sono stati i padroni a seminarli, li hanno voluti, li hanno pagati. E coi fascisti i padroni hanno guadagnato sempre di più, al punto che non sapevano più dove metterli i soldi.»

Ieri i padroni erano i piccoli industriali, oggi sono padroni più grossi. I mezzi sono rimasti in parte gli stessi, in parte più raffinati. Ma forse anche il popolo, sotto la crosta di intontimento, imborghesimento, qualunquismo e indifferenza è rimasto lo stesso. Spero che sappiamo occupare tutti gli spazi liberi, spero che sappiamo dare luogo a una nuova Resistenza. Aspettiamo insieme ottobre e speriamo che sia caldo.

martedì 12 aprile 2016

"Architettura e Individualismo" di Francesco Stilo

Le Scytes attaqués par Alexandre de Macedoine, 
jusques au milieu des déserts et des rochers qu'ils 
habitaient, dirent à ce conquérant: Tu n'es donc pas 
un dieu, puisque tu fais mal aux hommes! 

Tous les peuples de la terre diront à l'Alexandre 
du Nord: Vous êtes un homme! puisque vous voulez 
bien accueillir un systême social, qui contribuera au 
bonheur du genre humain.

[Così, l'architetto francese C. N. Ledoux (1736-1806) si rivolge a Sua Maestà l'Imperatore di tutte le Russie Alessandro I, nel presentare la sua opera "L'architecture considérée sous le rapport de l'art, des moeurs et de la législation".]


"L'unità" - Francesco Stilo


L'attuale crisi dell'architettura è determinata certamente da un complesso intreccio di ragioni che si mescolano ed emergono, con maggiore o minore forza, di volta in volta, condizionando e "compromettendo" il risultato, funzionale ed estetico, che l'architetto è impegnato a risolvere. Se da un lato, da un certo punto di vista propriamente interno alla disciplina, possiamo imputare parte delle responsabilità di questa crisi al recente sviluppo della tecnica, dal punto di vista degli strumenti del disegno, e da quello delle modalità costruttive (modellazione tridimensionale al personal computer, nuovi materiali, ecc), dall'altro, non possiamo non considerare un aspetto tanto sottovalutato quanto importante, qual è l'aspetto sociale di fondo che condiziona e interferisce con ogni attività messa in atto dal genere umano. La crisi delle ideologie, concretizzatasi a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio, ha giocato certamente un ruolo di primo piano in questo senso, il passaggio da una dimensione collettiva ad una più propriamente individuale, in senso spinto, propria del mondo occidentale contemporaneo, ha fatto sì che l'opera architettonica, generalmente legata ad una visone specifica di ordine sociale e valoriale, si sia convertita, avvicinandosi in questo senso all'opera d'arte tout court, in una sorta di rivelazione intimista, espressione del singolo. L'architettura delle archistar, e se vogliamo lo stesso neologismo che pone l'architetto al pari di qualsiasi uomo di spettacolo, ci mette a disposizione una misura tangibile di questo passaggio, offrendoci, opere riconducibili all'autore al primo sguardo, opere strettamente legate al progettista, in evidente opposizione, molto spesso, con la realtà circostante. Così l'architetto, divenuto uomo di spettacolo riconosciuto e potente, in virtù della pervasività attuale della comunicazione massmediologica, impone la propria volontà e la propria idea personale indipendentemente dal contesto in cui va ad operare, non tiene conto quindi delle realtà storiche, sociali e culturali, che ogni luogo per sua natura rivela e racchiude. Tra i tanti esempi a disposizione, per ragioni contingenti, si può citare il progetto per il waterfront di Reggio Calabria eseguito dall'archistar irachena recentemente scomparsa Zaha Hadid. Senza voler formulare un giudizio di merito, ci si chiede, così di sfuggita, quali relazioni abbia il progetto proposto con la città dei bronzi e del bergamotto, con la storica Rhegion magno greca, con il mediterraneo. Un opera così concepita potrebbe benissimo essere collocata ovunque come in mezzo al deserto.
Con queste brevi considerazioni, non si vuol certo lasciare intendere l'idea sciocca che l'opera architettonica non debba contenere in sé l'impronta del progettista, questa sarà sempre visibile attraverso un'analisi più o meno approfondita del linguaggio architettonico, del segno e del simbolo; tuttavia è importante che l'individuo si confronti in quell'azione politica che lo vede impegnato nella ricerca di quella reciproca sintesi tra il sé e il collettivo, assumendo e interiorizzando quella consapevolezza per cui ad ogni azione, ad ogni progetto, corrisponde un preciso potere, una precisa volontà di agire sul mondo. Il fine dovrebbe essere il bene sociale, il bene per l'umanità nel suo complesso e non per l'individuo isolato e interiormente solitario che è destinato ad estinguersi. In questo senso, l'architettura delle archistar rivela tutta la sua debolezza concettuale e valoriale, rispecchiando perfettamente la crisi di un sistema sociale che rifiutando ogni punto fermo, ogni riferimento al "vero", se non il denaro, il capitale, contrastando il concetto di unità tra i saperi, brancola nel buio verso l'abisso.

domenica 28 febbraio 2016

"Lo straniero" di Albert Camus e George Brassens

Leggendo Lo straniero di Camus ho pensato ad altre creazioni del genio francese che gli somigliano: Ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo e La Mauvase Réputacion di George Brassens. Opere create e vissute su registri stilistici e in forme espressive molto diverse, ma affratellate da uno stesso slancio, intelligente e umano, e da un certo tono allo stesso tempo lieve e grave. La canzone del cantautore francese, che ha infuso nel nostro Fabrizio De Andrè il rigetto per la giustizia facilona e per il gusto collettivo verso la legge del taglione e i giudizi tagliati con l'accetta, racconta (senza saperlo) qualcosa del Meursault, protagonista de Lo straniero. Recita:


«Au village, sans prétention,
j'ai mauvaise réputation. [...]
Le jour du Quatorze Juillet
je reste dans mon lit douillet.
La musique qui marche au pas,
cela ne me regarde pas.
Je ne fais pourtant de tort à personne,
en n'écoutant pas le clairon qui sonne.
Mais les brav's gens n'aiment pas que
l'on suive une autre route qu'eux [...]
S'ils trouv'nt une corde à leur goût,
Ils me la passeront au cou...»

[Al paese, senza menar vanto,
ho una cattiva reputazione. [...]
Il giorno del 14 luglio
resto nel mio letto confortevole.
La musica che marcia al passo
non mi riguarda affatto.
Eppure non faccio del male a nessuno
non ascoltando il clarino che suona.
Ma la brava gente non ama che
si segua una strada diversa dalla sua. [...]
Se troveranno una corda di loro gusto
me la passeranno intorno al collo.]

Merita di essere ascoltata tutta, e infatti al suo ascolto rimando senz'altro, ma questi pochi passaggi mettono a fuoco gli elementi cardine del romanzo di Camus: il protagonista è un «petit bonomme», un ometto qualunque e tranquillo, senza qualità ma neanche malvagio, un signor nessuno che eppure è odiato da tutti. Il delitto (un omicidio nel romanzo, lo
sgambetto fatto a un contadino perché non fermasse la fuga di un ladro di mele) è compiuto senza alcuna pulsione malvagia, in uno stato di innocenza quasi infantile, e da solo sembrerebbe quasi non bastare a condannare un uomo che non ha mai inteso coscientemente fare il male, ma lo ha compiuto senza quasi accorgersene e senza un reale movente (Lo straniero) o accettandolo come effetto collaterale, piccolo male necessario a fronte di un bene inteso e voluto (lo sgambetto e la caduta del contadino, la salvezza del ladro nella canzone). Eppure, i due signor nessuno di Camus e Brassens sono odiati da tutti. Letteralmente odiati, e il resto del consorzio umano arriva a desiderarne la morte, anche (assurdamente) senza una stringente correlazione con il crimine commesso. Mearsault sbatte queste urla rabbiose in faccia al cappellano che cerca di estorcergli una conversione in cella: «Che importava se, accusato di omicidio, sarebbe stato giustiziato per non aver pianto al funerale della madre?».
L'omicidio di un arabo, la complicità con il ladro di mele, non sono che pretesti per far fuori due uomini fastidiosi, socialmente insopportabili, perché devianti, diversi, "stranieri". Mearsault appare mediocre e di carattere debole, incapace di odio come di amore, e non si strugge in pubblico per la morte della madre, e al contrario si svaga andando a nuotare e al cinema con una donna, che parallelamente accetta di sposare pur non sentendo di amarla particolarmente. La società potrebbe perdonargli il suo delitto, ma non questa sua malsana diversità. Lo straniero non piange ad un funerale in cui tutti pretendano che pianga, il protagonista di Brassens non canta festoso il 14 luglio, ma si rintana da solo nel suo letto. Resistenza al dolore o alla gioia imposti dalla società, anticonformismo emotivo, "stranezza": è questo il delitto inemendabile che rende gli imputati passibili di morte. La brutalità della giustizia asservita a questi osceni meccanismi e l'inumanità della pena di morte sono complementari a questa violenza larvata, non istituzionalizzata, che vuole tutti gli uomini omologati finanche nei loro sentimenti, rassicuranti nel loro essere come tutti, facilmente dominabili nel loro placido spirito di adattamento a qualunque cosa la società passi loro per "normale" e, proprio in nome della normalità, esiga da loro. Resistere a questo tritacarne sociale, a questa fabbrica di passività, significa rivendicare prepotentemente la propria individualità e il proprio diritto ad una mente pensante, a dei sentimenti autentici e non necessariamente approvati o condivisi, alla libertà di dissociarsi e di star soli, se si vuole.
Eppure, il diritto all'individualità non è un invito all'individualismo: al contrario, è solo rispettando le singolarità che una società può farsi autenticamente plurale, ugualmente accogliente per tutti. Pretendere di essere se stessi, senza con ciò chiudersi egoisticamente agli altri, è un diritto-dovere che ara il terreno in cui si potranno piantare rispetto reciproco, libertà sociali e civili, uguaglianza reale, educazione alla collettività. Citando un altro testo di Camus, e incarnando con le stesse parole lo spirito anarcoide di Brassens: mi rivolto, dunque siamo.

domenica 14 febbraio 2016

"Una donna spezzata" di Simone De Beauvoir

«Prima, non uscivo granché dal mio guscio, ma quando ne uscivo, tutto m'interessava: i paesaggi, la gente, i musei, le strade. Adesso sono una morta. Una morta che dovrà tirare avanti ancora per quanti anni? Già una giornata mi sembra tanto: quando apro un occhio, al mattino, mi sembra impossibile arrivare sino alla sera. Ieri, mentre facevo il bagno, il solo fatto di sollevare un braccio mi poneva un problema; perché sollevare un braccio? Perché mettere un piede davanti all'altro? Quando sono sola, resto immobile sull'orlo del marciapiede, per parecchi minuti di seguito, totalmente paralizzata.»

Monique, protagonista di questo romanzo straziante, è una donna spezzata: in frantumi sono il suo orgoglio, i suoi nervi, la sua vita quotidiana, ma cosa assai più grave, in frantumi è il suo stesso io, la sua individualità. Dalle prime pagine, il suo essere inizia ad assottigliarsi, a sfilacciarsi, e al finale non ne rimane che una traccia appena percettibile, informe, che lei stessa non sa riconoscere.
Tra i quaranta e i cinquant'anni, con due figlie ormai grandi e lontane da casa, Monique scopre che suo marito frequenta un'altra donna. Regge il colpo con dignità e pacatezza, senza scenate e con molte concessioni, cullata dal mantra standard che le arriva da ogni parte - È normale che il marito tradisca la moglie! - e dalla solida speranza che, stanco della nuova avventura, Maurice tornerà presto da lei. Ma giorno dopo giorno, la relativa serenità e

il clima disteso si incrinano sempre più: mezze frasi, coperture saltate, indizi e ricordi che a posteriori acquisiscono un senso fanno comprendere a Monique che la verità è ancora più atroce. Il tradimento di Maurice non dura da poco e non è neanche il primo. Il marito, che sembra pieno di senso di colpa, buona volontà e una certa forma di devozione alla moglie, si mostra per un fedifrago seriale, avvezzo a nascondere la verità, incapace di tutelare veramente Monique e i suoi sentimenti.
Da questa improvvisa solitudine alla disperazione è un passo: perché Monique sente che è troppo tardi. Se avesse saputo otto anni prima, quando tutto è cominciato - dice a se stessa, un po' per consolazione, un po' per rimprovero - avrebbe potuto avere anche lei altri uomini, cercare un lavoro, altri amici e interessi, e avrebbe avuto accanto le sue figlie. Ma lei non ha nulla di tutto questo, lei non ha nulla, e crede sia troppo tardi per potere conseguire qualsiasi cosa. La vita stessa, questo contenitore che a rigore si può riempire di qualunque cosa, per Monique è soltanto un vaso vuoto che niente può più colmare, che varrebbe forse la pena infrangere del tutto, se una sottile traccia di vitalità, un moto interiore inspiegabile non la tenesse cocciutamente attaccata alla sopravvivenza, seppure nell'abbandono, seppure nell'angoscia.
Il grande dolore di Monique non è causato solo dalla perdita di un uomo o dall'improvviso vuoto umano che le si è fatto attorno - ora che le figlie sono distanti, i conoscenti sanno e parlano, le amiche consigliano con reticenza e tracce di malevolenza - o dalla frantumazione di una routine quotidiana tutto sommato serena e tranquilla. No: non sono amore famiglia e vita quotidiana, è Monique stessa che è perduta. Sì, perché lei non è mai stata altro che questo: moglie e madre. Lasciati gli studi per la vita familiare, senza un lavoro né il desiderio mai di averlo, la sua unica ambizione era educare nel modo migliore le due figlie e vivere serenamente col marito, stretta a lui da un patto inviolabile e reciproco di eterna fedeltà. Era soddisfatta delle due figlie: le parevano una ragazza romantica fatta per gli affetti domestici e un'altra libera e con un brillante avvenire professionale davanti a sé. Adesso, nel vortice che ha travolto tutto seminando solo domande e sensi di colpa, a Monique la maggiore 
appare una fallita, una casalinga affatto brillante che pur di avere la sicurezza di una famiglia ha sposato il primo mediocre ragazzo che le fosse passato a tiro; e la minore, una ragazza cinica e quasi spietata, che si divide tra lavoro, frivolezze e incontri privi di calore umano. E il proprio io, questa donna che le pareva soddisfatta e serena, questa moglie-madre perfetta, rassicurante e sensibile, premurosa e chioccia, questa donna che non viveva per altro che per i suoi cari, adesso appare a se stessa una matrona autoritaria e invadente, che ha ridotto la figlia maggiore a un fantoccio senza aspirazioni e costretto la minore a fuggire verso la libertà, oltreoceano. Questa donna, questa moglie, che non è altro: a cosa le servirà la vita ora che Maurice ama un'altra?
Simone De Beauvoir
Saprà questa donna reinventarsi? Inventare un'altra se stessa, che abbia bisogno degli altri ma senza dipenderne ottusamente? Non lo sappiamo: di lei sappiamo che non ha più certezze, né sugli altri né su di sé, né sul suo avvenire. Prostrata nei nervi e nel fisico, la vediamo logorarsi in un tormentoso viluppo di richieste dell'amante di lui che diventano pretese, di contese per i minimi tempi e spazi vitali, di umiliazioni e sottomissioni forzate, quando ogni tentativo di ribellione e ogni rivendicazione è bollato con un altero: Non fare scenate. È straziante passare per queste pagine fatte di bugie, impotenza e affronti, è doloroso accompagnare Monique in questo viaggio verso la distruzione di sé stessa che non arriva che a un misero barlume di rinascita futura. L'ultima cosa che leggiamo di lei è la sua paura: della solitudine, del nulla, del domani. La più grande lezione che questo libro doloroso ci ha insegnato è quella dell'indipendenza. È un libro atroce e vero, rapido e traumatico: una sorsata alcolica che brucia e spalanca la visuale. Un libro necessario, puro come un diamante.

domenica 7 febbraio 2016

Uccellacci e Uccellini, Pier Paolo Pasolini

Padre e figlio camminano per le vie della periferia romana, apparentemente senza una meta. Durante il loro cammino incontrano un personaggio particolare, un piccolo corvo che dice di abitare nel paese di Ideologia, nella città del futuro, la Capitale, in via Karl Marx al numero settanta volte sette, di essere figlio di Dubbio e Coscienza. I due popolani gli rispondono ironicamente: noi abitiamo al Borgo della Monezza, in via Morti de Fame, numero 23. Il corvo chiede loro il permesso di poter raccontare una storia, una storia di uccellacci ed uccellini.

Ai tempi di frate Francesco, un gruppo di monaci da lui guidati è in un prato a meditare e pregare.  Francesco ordina a due monaci (interpretati da Totò e Ninetto Davoli) di andare a predicare il messaggio evangelico agli uccelli. Bisogna convertire prima i falchi e poi i passerotti. I due monaci si incamminano giungendo al covo dei falchi. Fra’ Ciccillo (Totò) si inginocchia e comincia a pregare. Resta fermo lì per mesi mesi, passano le stagioni, arriva il caldo, poi l’inverno, poi di nuovo la primavera. Alla fine riesce a trovare il linguaggio con il quale comunicare agli uccellacci l’amore di Dio. Questi accolgono con entusiasmo il messaggio evangelico, così i due monaci possono proseguire nella loro missione.
Giunti presso un vecchio rudere abitato da Sora Gramigna, Sora Grifagna e Sora Migragna, i monaci incontrano i passerotti. Totò si inginocchia, comincia a pregare e cerca il modo di comunicare con gli uccellini. Anche in questo caso il tempo passa, attorno a Fra’ Ciccillo si crea un luogo di culto tra il sacro e il profano, con altari, ceri, mercatini, spettacoli di artisti di strada. Il monaco si alza e distrugge il mercato, seguendo l’esempio di Gesù. Dopo mesi e mesi di preghiera, il Fra' Ciccillo finalmente comprende che i passerotti non comunicano cinguettando ma saltellando. Così apprende il loro linguaggio e comunica l’amore di Dio. I passerotti accolgono gioiosamente il messaggio cristiano.
Compiuta la loro missione, i due monaci sono pronti a tornare dal loro maestro, ma assistono ad un episodio sconvolgente: un uccellaccio attacca e ammazza un uccellino. Fra’ Ciccillo torna sconfortato da Frate Francesco, e gli riporta l’episodio. Gli uccellini amano Dio, ed anche gli uccellacci, ma non si amano tra di loro. Cosa possiamo fare, se c’è la classe dei falchi e quella dei passerotti, e se queste non possono andare d’accordo? San Francesco risponde che “Tutto ce poi fa’”:

Bisogna cambiarlo questo mondo. Fra’ Ciccillo è questo che non avete capito. Un giorno verrà un uomo dagli occhi azzurri e dirà: "Sappiamo che la giustizia è progressiva e sappiamo che man mano che progredisce la società, si sveglia la coscienza della sua imperfetta composizione e vengono alla luce le disuguaglianze stridenti e imploranti che affliggono l’umanità." Non è forse questa avvertenza, della disuguaglianza fra classe e classe, fra nazione e nazione, la più grave minaccia della pace? Andate e ricominciate tutto daccapo. In lode del signore.

La favola raccontata dal Corvo, un “intellettuale di sinistra prima della morte di Togliatti”, si conclude con i due frati che tornano indietro a predicare la pace tra la classe dei falchi e quella dei passerotti.

Ninetto, Totò e il Corvo proseguono nel loro cammino insensato, in una torrida giornata d’estate, nelle vie della triste e desolata periferia romana. Un deserto fatto di costruzioni fatiscenti, di piccoli e tristi bar, popolato da personaggi grotteschi: una ragazza che indossa un costume da angelo per una recita, un barista brutto fino alla crudeltà con dei capelli assurdi. Ragazzi che si esercitano a ballare al ritmo della tipica musica anni ’60, composta da Ennio Morricone, prendendo la “picciolata” al juke-box. Le vie del quartiere sono intitolate agli eroi locali: Via Benito la Lacrima (disoccupato), Via Antonio Mangiapasta (scopino), Via Lillo Strappalenzola (scappato di casa a 12 anni).

 In queste vie si consuma una storia di uccellacci ed uccellini. Il cammino senza senso di Totò e Ninetto, assume presto la forma chiara e distinta, con tutta la sua potenza favolistica e metaforica, dell’oppressione e dell’abuso, del dominio dell’uomo sull’uomo. I due innocenti popolani giungono in un casolare diroccato, fatiscente, in cui c’è una donna che cucina un nido d’uccelli per il marito, ridotto ad uno spettro scheletrico, mentre continua a gridare ai propri figli che sono a letto “Dormite, è ancora notte!” da ben tre giorni. Cerca di impedire loro di svegliarsi, perché non sa cosa come sfamarli. I due girovaghi rivendicano severamente il pagamento di alcuni debiti, cui i poveri passerotti non possono adempiere. Ma durante il loro cammino, la posizione degli uccellacci si rovescerà in quella di uccellini: si recheranno da un ricco signore, in cui si tiene una festa di “dentisti dantisti”, per contrattare il pagamento di alcuni debiti. Saranno assaliti da cani inferociti, gettati per terra e minacciati.

Questa è la storia che si ripete da secoli nelle periferie dimenticate, dall’epoca di San Francesco a quella del Corvo, intellettuale di sinistra che assiste ai funerali di Togliatti e all’indebolimento della presa del marxismo sulle masse. Assiste alla sclerotizzazione di un’ideologia che non riesce a farsi comprendere da quelli che dovrebbero essere i protagonisti del progetto politico che si prospetta attraverso questa narrazione. Il piccolo Corvo è imbarazzato nel vedere i soprusi che le classi povere fanno a quelle ancora più povere e nell’assistere al servilismo che queste stesse classi riservano ai potenti e ai ricchi. Durante il loro cammino, Totò dice che soltanto un ricco muore davvero. Quando un ricco muore, si crea un vuoto che fa avvertire agli altri la sua assenza. I segni della sua morte sono evidenti. Questo perché il ricco morendo ha perso qualcosa: gli è stata tolta la vita, ma la vita gli aveva dato delle cose, a lui è stato concesso il lusso di vivere. Quando muore un povero, invece, nessuno si accorge che è morto, perché egli in realtà non ha mai vissuto, è semplicemente passato “da una morte ad un’altra morte”.  
Mettersi in ginocchio di fronte a queste masse abbandonate a se stesse e cercare un linguaggio per poter comunicare l’amore tra l’uomo e l’uomo, la solidarietà, la cooperazione. Cercare una parola che unisca tra loro le classi subalterne, che le inciti all’emancipazione. L’intellettuale non parla il linguaggio delle masse, non le comprende e non è compreso. La predicazione dell’intellettuale di sinistra è un buco nell’acqua, un’eco che si scontra con uno spazio vuoto. L’intellettuale parla, parla, parla e nel frattempo il popolo, che guarda a lui con un misto di ingenua curiosità e atavico scetticismo, continua a menare la propria vita, che ostinatamente si afferma sempre allo stesso modo, come morte dell’altro, del più debole. In questa ostinazione sta l’innocenza morale del popolo pasoliniano: un’innocenza infantile, al di là del bene e del male. Se l’intellettuale segue le ragioni della coscienza, abitando l’iperuranio dell’Ideologia, il popolo segue le ragioni della vita, sorta con la sua incomprensibile testardaggine nel Borgo della Monezza, in via Morto de Fame. Quale linguaggio, azione, potrà unire questi due pianeti che seguono vie parallele che sembrano incontrarsi soltanto per sbaglio, in epoche della storia sempre troppo brevi? Perché questo sodalizio tra coscienza della miseria e miseria stessa sembra essere puntualmente fallimentare?
“Che ce possiamo fa’ se la classe dei corvi e quella dei passeretti non possono andare d’accordo?”.  “Tutto ce poi fa’”, risponde frate Francesco.
Durante il cammino del Corvo con i due protagonisti di questa favola densa di significato, che Pasolini introduce con la didascalia “Dove va l’umanità? Boh!”, il motto di Francesco sembra capovolgersi. Alla fine del film sembra che l’intellettuale non possa farci proprio nulla. Non ha la Verità, ha più domande che risposte. “Dove andate?”, chiede il Corvo a Totò e Ninetto, “Laggiù”, gli rispondono. “Ma dove? A destra, a sinistra, dritto?”, e loro, tautologici, “Laggiù”. Il corvo non sa dove stia andando la massa, e lo chiede a due emblematici esponenti, ma neanche loro lo sanno. Vanno laggiù, e questo è sufficiente ad intraprendere il cammino della vita, della storia. L’intellettuale fa loro delle prediche, racconta delle parabole, e il popolo dapprima lo ascolta, ma alla fine non ne può più.
Estenuati dalla logorrea del piccolo Corvo, dopo essere stati con una prostituta, i due protagonisti decidono di mangiarlo. Dell’intellettuale di sinistra prima della morte di Togliatti restano soltanto i resti bruciacchiati, mentre Totò e Ninetto, sazi, contenti ed innocenti, tornano allegramente a casa.


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