sabato 7 gennaio 2017

Se questo è lavoro




Quest'anno mi ritrovo seduta qui davanti al mio pc sottoproletario a pensare. E ciò che penso riguarda inevitabilmente il mio futuro, così incerto da farmi star male. Per l'anno che verrà ho pochi buoni propositi che, purtroppo, non dipendono da me. Questa volta l'impegno e la dedizione non bastano. Forse "bastavano" all'università, quando si amalgamavano perfettamente alla passione per ciò che stavo studiando. Oggi non basta più neanche la passione come collante. Domattina vorrei svegliarmi con la consapevolezza di poter contare su qualcosa che non sia né la paura di non poter pagare l'affitto né i forse del mio contratto a tempo determinato vecchio di circa due anni. Due anni in cui ho messo da parte una grande fetta della mia vita per lavorare il più possibile, cercando di dimostrare competenza e professionalità. Penso che questi due anni siano stati sufficienti per fare presente di essere capace di entrambe. Ma non è tutto. Tentavo di dimostrare di meritare un contratto degno di questo nome. Tentavo in tutti i modi di smascherare, con il mio operato, il circolo vizioso di un momento storico in cui si elimina l'articolo 18 e poi si presenta un nuovo piano di riorganizzazione del lavoro. Jobs act. Azione sul lavoro. «Mi hanno gentilmente spiegato che da quando lo Statuto dei lavoratori è stato abolito, indeterminato significa soltanto che è l'azienda a decidere quando il contratto termina», ma in fondo chi ci arriva all'indeterminato? Di certo non io, troppo ambiziosa e ottusa per poter anche lontanamente immaginare che questo gioco di parti durerà non più di trentasei mesi. Ce l'hanno fatta! I capitalisti ce l'hanno fatta: hanno permesso che si vivesse per il lavoro. Viviamo per lavorare perché la nostra capacità contrattuale non ci rende portatori di diritti, benché il nostro lavoro sia di qualità perché misurato dal merito.

Mi sono documentata. In questa società flessibile, così come è stata definita dal professore Luciano Gallino, il merito non è il fine, ma il mezzo. Se sei meritevole hai tuttalpiù diritto ad un rinnovo del contratto, ma la condizione è quella di continuare ad essere meritevole. No signori, il merito non è quello che voi pensate. In questa società della rovescia il merito è la resistenza al lavoro e la sottomissione al padrone. Sostenendo che «accrescere il numero dei lavori flessibili rientrerebbe [...] negli interessi generali della collettività», i membri di questa società non fanno altro che obliare l'effettivo stato delle cose e, in particolar modo, che «ci sono tante persone, giovani e meno giovani, che alla lunga vivono i contratti a termine, le collaborazioni dette continuative ma di fatto discontinue, il lavoro intermittente, a chiamata, on the road o semplicemente occasionale, oppure in nero, come una ferita esistenziale, una fonte immeritata di ansia, una diminuzione di diritti di cittadinanza che si solevano dare per scontati». Un lavoratore flessibile può arrivare a posporre «...l'opportunità di sottoporsi a una visita medica alla necessità di essere presente sul posto di lavoro, sperando così di accrescere, o almeno non diminuire, la probabilità di vedersi rinnovato il contratto che sta per scadere».

Non solo! Il lavoro flessibile ha come diretta conseguenza quella di creare concorrenza tra i lavoratori aventi diritti e salari minimi e lavoratori aventi diritti e salari elevati. Dalla nascita di questa contrapposizione (di per sé assurda) al "tu sei l'ultimo arrivato, quindi io posso e tu no" il passo purtroppo è breve. Va ad annientarsi la solidarietà proletaria tra operai e, anzi, gli operai "senior" vanno a delinearsi come sottopadroni: i diritti di cui godono non sono più diritti, ma vengono vissuti e presentati all'esterno come i privilegi di una casta. Si ribalta inevitabilmente anche il concetto di dovere: il dovere non è più associato ad un diritto, ma diventa il pegno di una condizione, la precarietà. È la crisi dei sindacati. Non a caso, scrive Gallino, l'avvento della società flessibile va di pari passo con la decadenza dell'elemento aggregante della società stessa: mentre Chiesa e sindacati perdono di valore, il tempo della vita si dimezza progressivamente. Il tempo del lavoratore flessibile è quello del lavoro. Non si tratta solo delle ore lavorative, ma dello stress del post-lavoro. Le mura domestiche diventano il nido dei problemi: la mancanza di stabilità, di tempo, di progettualità; il sentirsi messi al muro, senza via di scampo. Dal 2012 la cara Fornero ha abolito l'articolo 18, che «attribuiva al lavoratore un diritto sacrosanto: se veniva licenziato senza giusta causa, il giudice doveva reintegrarlo nel posto di lavoro». Eppure io ci spero ancora nell'articolo 18, nell'indeterminato, nel merito come fine e non come mezzo. La nostra generazione si ritrova a dover lottare per ottenere diritti che in passato i nostri genitori hanno già ottenuto. Mi direte, forse, che erano altri tempi, che il sindacato giocava un ruolo fondamentale nell'operare fianco a fianco con il lavoratore, che era diversa la mentalità aziendale, che era diversa la mentalità dei giovani. La ferita esistenziale del lavoro sta mutando la visione del lavoro stesso: non lavorare per vivere, ma vivere per lavorare.

Per il nuovo anno ho ancora pochi piccoli propositi che non dipendono da me, ma voglio credere ancora alla mia Italia.





venerdì 6 gennaio 2017

Jhumpa Lahiri e Pasolini, Baudelaire e Karl Marx: i migliori libri letti nel 2016

Come da tradizione, vi proponiamo la lista dei migliori libri letti durante quest'anno. Un'occasione per proporvi delle letture (o riletture), una piccola pausa per meditare su quello che abbiamo letto, sul nostro percorso umano e culturale. Per riflettere su quello che abbiamo imparato, e su quelle innumerevoli cose che ancora abbiamo da imparare. Buon anno a tutti!

Pagine sull'arte, Charles Baudelaire: si tratta dell'antologia degli scritti critici di Baudelaire curata da Carlo Pellegrini nel 1920. Pensieri sparsi, ma divisi per tematica, ci presentano l'arte come lo specchio dell'individualità dell'artista. In questo senso, l'arte non può che essere fine a se stessa e assolutamente distaccata da un'idea di progresso che vada oltre la visione intimista. Un libro che permette di calarsi nella domanda, più che attuale, sull'arte e sull'artista. Può l'arte essere impegnata? Per Baudelaire probabilmente no, ma ciò non toglie che «una tal leggerezza metafisica del mondo baudelairiano vuol esprimere l'esistenza stessa» (Sartre).


In altre parole è stato scritto direttamente in italiano da Jhumpa Lahiri, scrittrice statunitense di origini bengalesi. Il libro è composto di mattoncini leggeri e scarni, capitoli di poche pagine e un linguaggio pulito e scolastico, che in alcuni punti cerca di spiccare il volo con costrutti complessi e parole ricercate. Leggendolo, si percepisce nettamente l'abisso tra la lingua materna e le lingue acquisite. Ogni parola perde la spontaneità e l'ovvietà della lingua quotidiana, e pagina dopo pagina, leggendo dell'innamoramento di Lahiri per la lingua italiana e del suo studio durato anni interi e mai concluso, ci si fa carico dell'enorme peso di ogni singola parola, della fatica immensa di scrivere (e pensare) in una lingua presa in prestito, in cui anche il linguaggio banale e quotidiano è un mistero fitto che solo la pratica costante e l'intimità possono rendere familiare.
Non ho mai trovato che Jhumpa Lahiri fosse una grande scrittrice, ma questo suo libro è diverso dagli altri. Mi ha turbato quanto può farlo un saggio di filosofia del linguaggio, mi ha commosso come L'analfabeta di Agota Kristof. Mi ha fatto cogliere della mia lingua, che do quotidianamente per scontata, tutta la difficoltà, la magnificenza, l'alterità.


Storie della città di Dio. Racconti e cronache romane (1950-1966), di Pasolini.
Lontane nel tempo e nel senso, accomunate dalle coordinate geografiche e dal fascino dei ritratti d'autore, ci sono la Roma di Paolo Sorrentino e quella di Pier Paolo Pasolini. La prima è una Roma inesistente, inerte, superficiale come una patina lucida e rigida stesa su un vuoto rimbombante, è bella e morta come le anatomie di marmo di Piazza Navona. La città di Dio raccontata da Pasolini, invece, è viva, e non perché a ucciderla siano stati i sessant'anni intercorsi tra un ritratto e l'altro. La Roma di Sorrentino è uccisa dal suo occhio mistificatore ed estetizzante, falsificatore, snaturalizzante al pare dell'opera di un
imbalsamatore, di un imbellettatore di mummie, dalla sua assenza di slancio sociale, dal suo ripiegamento sterile su un'interiorità egotica ed edonistica, autoassolutoria, invaghita di una bellezza virginale che è disumana e frigida. L'uomo di carne e l'uomo collettivo ne escono umiliati e offesi, dallo spazio sociale vengono ricacciati nella sfera di un intimo privo di tensione ideale e di spessore materiale («Noi abbiamo già fatto l'amore?»).
La Roma di Pasolini, che inizia a languire nel processo di omologazione culturale della società dei consumi, è invece viva, pulsante, materica, spessa. È guardata sì con l'occhio innamorato di chi proviene dalla periferia dell'Italia, di chi sente forte il fascino della millenaria stratificazione urbanistica e artistica, dell'appassionato di umanità che studia come al microscopio un universo di linguaggi, mimica e percezioni ancora nuovo e alieno. Ma è anche guardata con la lucidità dell'uomo politico, con un taglio ora da antropologo ora da poeta, con a volte una punta di invidia per quelle forme di vita radicate e spontanee, spaventose e fragili, che avevano nelle borgate romane il loro habitat naturale più caratteristico, introvabile altrove.
Un ritratto di Roma che è anche un saggio sociologico, una riflessione sulla religione e sul consumismo, sull'origine e sulla conservazione delle diseguaglianze, un affresco minuzioso di ambienti e folle, una fotografia degli anni Cinquanta e Sessanta, una dichiarazione d'amore.



Liberazione animale di Peter Singer è un classico del pensiero occidentale contemporaneo. In un periodo come quello presente, che vede lo stile di vita vegano e il vegetarianesimo come mode e quasi come manie, di certo come fenomeni socioeconomici e mediatici, come nuovi impulsi vitali per il mercato alimentare e quello editoriale, è fondamentale interrogarsi sul senso reale della scelta auspicata da Singer, quella della rinuncia alla carne. Con immensa competenza bioetica e con estrema lucidità logica, Singer smonta dapprima il mito antropocentrico caratteristico della società Occidentale, per poi analizzare e descrivere gli universi spietati della sperimentazione sugli animali, dell'industria della carne, dell'allevamento industriale per le uova; infine, viene proposto un nuovo modello di vita, non solo antispecista, ma che mette in profonda discussione alcuni degli assunti intrinseci del capitalismo, che stanno alla base di ogni altra forma di sfruttamento e oppressione. L'enorme talento di Singer impedisce che la sua denuncia sia ridotta a dito puntato contro le sofferenze dei singoli animali, con corredo patetico e derive fanatiche: Liberazione animale è un libro assolutamente rigoroso, che giustifica le sue posizioni con grande serietà intellettuale, che mette in discussione alcuni punti cardine della nostra cultura, mostrando una parte degli orrori che l'abitudine e la ricerca esclusiva del profitto ci addestrano fin da bambini ad accettare come uno stato di cose immutabile.


Storia e coscienza di classe, György Lukács, 1922. Raccolta di saggi di teoria e filosofia politica. Di particolare rilievo filosofico è il saggio sulla reificazione: l'autore mette in evidenza come la razionalità capitalistica, formale e calcolante, non tenga conto della mostruosità della condizione del proletariato. Il proletariato è per il Capitale una cosa in sé inconoscibile, i cui bisogni e desideri vitali non sono comprensibili attraverso le categorie formali di cui si serve per irreggimentare la realtà. Il proletariato è la materia densa e oscura che il capitalismo pone nel momento in cui dispiega la sua fredda razionalità: la classe operaia è la massa che si fa coscienza, principio autenticamente vitale e punto di rovesciamento del sistema capitalistico.



La famiglia Karnowski, I.J.Singer, 1943. Ritratto di tre generazioni di una famiglia ebraica, dalla fine del diciannovesimo secolo fino alla Seconda Guerra Mondiale. Un romanzo sull'identità ebraica soggetta, come tutte le identità,  ai mutamenti e agli eventi storici, legata alle vite degli individui che concorrono a costituirla; una profonda riflessione sul senso dell'essere ebreo, sul rapporto con il proprio passato, con i propri padri e con i propri fratelli. Un quadro complesso della comunità ebraica, in cui vivono anime diverse, spesso inconciliabili, in cui il conflitto con il Padre è un conflitto con il testo sacro, con la propria fede religiosa.
 


Casa di bambola, Ibsen, 1879. Opera teatrale d'avanguardia nel teatro e nella letteratura borghese, in cui si mettono in scena tutte le ipocrisie e le miserie della piccola borghesia europea nei decenni a cavallo tra XIX e il XX secolo. Una donna-bambola, stereotipo della perfetta moglie e madre borghese, comincia a sentire questa etichetta sempre più estranea, fino alla scelta di abbandonare il tetto coniugale per riscattarsi come donna, come essere umano. Opera che mette in luce la mediocrità, la finzione della vita borghese, apparentemente rassicurante, ma profondamente segnata da contraddizioni e lacerazioni insanabili.


Manoscritti economico-filosofici del 1844, Karl Marx. Raccolta di manoscritti del giovane Marx, in cui vengono poste le basi per la futura critica dell'economia politica. Nel cuore restano soprattutto i manoscritti sul lavoro alienato, in cui l'autore mette in luce la brutalità, l'estraniazione che il modo di produzione capitalistico impone all'operaio, condannato a vendere la propria forza lavoro come merce. Questa alienazione porta il lavoratore ad avere l'oggetto prodotto di fronte a sé, estraneo, ad allontanarsi da se stesso, dagli altri uomini, dallo stesso genere umano. Un'analisi che pone le basi per uno studio scientifico e sistematico dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, lucida e allo stesso tempo intensa. Un classico indimenticabile della filosofia.


La fattoria degli animali, George Orwell (rilettura): un sempreverde della letteratura che riesce a spalancare finestre sulla questione secolare dei servi e dei padroni nella misura in cui sia possibile un rovesciamento degli uni negli altri. Gli animali della Fattoria Padronale, stanchi dei soprusi subiti, si ribellano all'uomo padrone e, alla cacciata del padrone, il signor Jones, la fattoria cambia nome (diventa la Fattoria degli Animali) e i maiali si assumono la responsabilità di stabilire i ritmi di lavoro di tutti gli animali. I profitti del lavoro vengono divisi secondo il principio "da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni", ma i maiali impongono il proprio volere fino a introdurre una nuova costituzione: "Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri". I servi sono diventati i padroni dei compagni di una volta. Il libro di Orwell era in maniera piuttosto esplicita una critica alla Rivoluzione russa, ma a noi piace leggerlo in chiave contemporanea e ci auguriamo che i servi di oggi non siano i padroni di domani. 


Poeti simbolisti francesi, a cura di Glauco Viazzi: il mistero della poesia che si schiude lentamente e, ogni volta, diversamente per ogni lettore che apporta alla lettura il proprio io. 
"La contemplazione degli oggetti, l'immagine che si diparte dai sogni ch'essi suscitano, è questo, a costituire il canto: i Parnassiani, loro, prendono la cosa nell'interezza sua e la mostrano; talché mancano di mistero; privano gli spiriti della deliziosa gioia di credere che stanno creando. Nominare un oggetto equivale a sopprimere i tre quarti del godimento del poema, ch'è fatto invece della felicità di indovinare poco a poco; suggerirlo, ecco il sogno. È l'uso perfetto di questo mistero, a costituire il simbolo; evocare lentamente un oggetto per mostrare uno stato d'animo, oppure, all'inverso, scegliere un oggetto e farne sprigionare uno stato d'animo grazie ad una serie di decifrazioni" (Mallarmé)

sabato 12 novembre 2016

"Aelita" di Protazanov: comunisti su Marte!

Mancano tre anni all'apparizione in cartellone di "Metropolis", il kolossal fantascientifico per antonomasia dell'epoca del muto, quando viene proiettato per la prima volta "Aelita". Guardando il film sovietico sulla regina di Marte non può non venire in mente il "capolavoro" di Fritz Lang: per la figura femminile, carismatica e inquietante, per i costumi finto-egizi (o simil "Grande Babilonia"), per la grandiosità della messinscena, per l'angosciosa geometria delle rappresentazioni urbane e degli spigolosi arredi interni.
Sono trascorsi già alcuni anni dalla rivoluzione bolscevica dell'ottobre 1917, eppure "Aelita" non sembra portarne le tracce, salvo per le peculiari (e tecnicamente magistrali) caratteristiche del montaggio. Il film fantascientifico si colloca infatti nel 1924, lo stesso anno de "Il cineocchio" di Vertov e di "Sciopero!" dell'immenso Ėjzenštejn, ma è a entrambi imparagonabile, e difficilmente collocabile nei grandi filoni cinematografici del periodo. Le avanguardie culturali e artistiche sovietiche hanno già intrapreso la rivoluzione cinematografica, formale ma soprattutto teorica, che però non è giunta ancora a completa maturazione. A cavallo tra 1923 e 1924, vengono introdotte in Unione Sovietica le macchina da presa portatili senza treppiede, che spalancano nuovi orizzonti creativi ed esecutivi, mentre è già stato profondamente rinnovato il montaggio, nel suo aspetto tecnico-estetico come nella sua portata filosofico-politica. In "Aelita" vediamo una dimostrazione del "montaggio parallelo a contrasto", lo stesso che in "La fine di San Pietroburgo" di quattro anni più tardi spiega con una serrata alternanza di immagini l'essenza della guerra imperialista: soldati che cadono, azioni che salgono, feriti che strisciano, azionisti che comprano.
La portata innovativa di "Aelita" risiede dunque tutta nella sua struttura tecnica, più che formale, e nella grandiosità dell'apparato visivo "da botteghino" (oltre, banalmente, alla trama: è il primo film fantascientifico prodotto dall'URSS). Ma tolta la qualità materiale del prodotto, e tolto il suo valore storico-documentale, di "Aelita" non resta molto. Siamo lontanissimi dai capolavori del cinema "concettuale" sovietico, dalla teorizzazione del "senso cinematografico del mondo", del "vedo!" innovativo sul piano estetico-formale e sul piano storico-sociale capace di rendere il cinema sovietico una delle quattro più grandi scuole cinematografiche della storia.
Addirittura, a tratti "Aelita" ha un sapore quasi (mi si conceda il termine) "controrivoluzionario": l'immagine risente ancora molto della recitazione teatrale, soprattutto nelle scene al chiuso, che risultano molto cariche sulle espressioni facciali, sull'esasperata gestualità, sul trucco, e restituiscono un sapore espressionista; lo scenario, invece, non si discosta dalle tradizionali caratteristiche prerivoluzionarie. Los, sua moglie e la regina di Marte Aelita (che a tratti si sovrappongono in questa sorta di sogno/incubo "fantasentimentale") sono parte di un cast molto tradizionale, lontano dai "tipi" e dagli eroi-massa tipici del miglior cinema sovietico. D'altronde molto peso è conferito alla trama-narrazione, altro elemento, a rigore, "controrivoluzionario", nella misura in cui corrisponde ad una concezione individualistica del cinema e, soprattutto, alla finalità meramente ricreativa della proiezione. "Aelita" rientra, in una parola, in quel filone di film che oggi domina in maniera pressoché esclusiva (specie nel "mainstream"): quello della "fuga", della distrazione fine a se stessa, dell'assenza di ogni stimolo sociale e ideologico ("assenza" che, come i cinepanettoni ci hanno insegnato, si traduce normalmente nella "presenza" di una veste ideologica conservatrice).


La parentesi prossima al finale (sentimentale) del film, quella in cui un soldato sovietico arrivato sul pianeta rosso cerca di rovesciare la monarchia di Aelita incoraggiando i suoi sudditi a istituire l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche di Marte, non smentisce la lettura "apolitica" del film, poiché risulta non solo forzosa e disomogenea rispetto alla trama, ma prende perfino le sembianze di un semplice spot celebrativo (chissà, forse finalizzato ad evitare le fondate accuse di "vuoto formalismo" che sarebbero potute arrivare).
Con "Aelita", il cinema sovietico si dimostra all'altezza delle più pompose produzioni occidentali, dei canoni tradizionali dei più riusciti "scenari emotivi" e insieme della novità rappresentata dagli elementi fantascientifici (le scenografie e i fondali hanno un sapore perfino futuristico, e richiamano alla memoria certi manifesti della Rosta firmati Majakovskij). Si dimostra, insomma, capace di precorrere i tempi e i modi del cinema, pure nelle sue forme meno "rivoluzionarie" e rappresentative.

venerdì 4 novembre 2016

AAA Cercasi. Il gioco linguistico degli annunci di lavoro

Una delle principali attività di noi giovani disoccupati – purtroppo siamo un gruppo ben nutrito – è quella di cercare un lavoro. Diversi sono i canali, le piattaforme di ricerca. Una delle principali è internet: numerosissimi sono i siti che pubblicano annunci di lavoro, e noi impieghiamo molto del nostro tempo a leggere le diverse offerte, cercando di capire se non sono delle truffe, se fanno al caso nostro, se abbiamo i requisiti per poterci candidare. Diverse sono le analisi e le valutazioni che facciamo nell’impegnativa, faticosa e tediosa lettura delle moltitudini di offerte e proposte che vagano per il web. In questo post vorrei tentare un tipo di analisi diversa: un’analisi del linguaggio degli annunci di lavoro, della terminologia, cercando di dare un senso complessivo a questo inafferrabile, liquido “gioco linguistico”. Navigando su internet ci imbattiamo in un’infinità di annunci diversi, che però a mio avviso presentano delle costanti. Isolerò alcuni dei sostantivi e degli aggettivi che mi sembrano particolarmente emblematici e di cui, con una veloce ricerca, potrete verificarne l’onnipresenza.

OFFERTA 1: Operatore telefonico. Requisiti:
  • -          Buone capacità relazionali e comunicative
  • -          Forte predisposizione a lavorare in team e al guadagno
  • -          Capacità di ascolto e di gestione del colloquio telefonico
  • -          Capacità di convincimento
  • -          Attitudini all’attività di vendita
  • -          Massima serietà
  • -          Solarità, dinamicità e tenacia


OFFERTA 2: Addetto alle vendite
  • -          Spiccate capacità relazionali e di leadership
  • -          Flessibilità
  • -          Predisposizione al lavoro in team
  • -          Attitudine al problem solving
  • -          Determinazione al raggiungimento degli obiettivi
  • -          Creatività
  • -          Orientamento al cliente
  • -          Doti organizzative e di pianificazione


OFFERTA 3: Risorse Umane
  • -          Familiarità con i più moderni supporti informatici
  • -          Propensione al lavoro in team
  • -          Precisione, professionalità, affidabilità
  • -          Riservatezza
  • -          Flessibilità, proattività, assertività
  • -          Ottima capacità relazionale
  • -          Livello inglese buono/autonomo


Provando a fare un’analisi di questi tre annunci , la prima cosa che mi colpisce è la loro sostanziale omogeneità: non soltanto per quanto riguarda il modello di scrittura utilizzato, il che è comprensibile, ma anche riguardo ai contenuti. Sono tre offerte diverse, che riguardano tre differenti lavori, eppure sono richieste più o meno le stesse “competenze”. Scrivo competenze tra virgolette perché non mi sembra che si richieda una determinata preparazione, quanto piuttosto determinati atteggiamenti psicologici: ad un operatore telefonico non si chiede la conoscenza della lingua italiana ( che ingenuamente mi sembra l’unica competenza di cui il candidato dovrebbe essere dotato), ma la “flessibilità”, la “capacità relazionale”, “solarità, dinamicità e tenacia”. Al venditore viene richiesta la capacità di “leadership” e all’addetto alle risorse umane viene richiesta la “proattività” e l’ “assertività”. Questi annunci non ti chiedono di saper fare alcune cose, ma di essere in un certo modo. Ti chiedono di aderire ad un modello comportamentale che è considerato adeguato alla mansione da svolgere. Un modello astratto, che vale per ogni lavoro, più o meno qualificato: prima di capire quali sono le tue competenze è importante capire se puoi essere ciò che noi ti chiediamo di essere.

Ma chi dobbiamo essere? Qual è il modello, il “tipo”, che emerge dagli aggettivi e dai sostantivi impiegati in questi annunci? Per tentare una risposta a questa domanda dobbiamo cercare di capire cosa questi vocaboli significano, a quale mondo, a quale contesto si riferiscono. Dobbiamo cercare di riportare queste parole fluttuanti e disincarnate al concreto mondo del lavoro, nella sua complessità e drammaticità. Cosa significa, ad esempio, “flessibilità”? Il termine flessibilità fa parte del lessico del mondo del lavoro da un po’ di tempo: in una società post-capitalistica o post-industriale il lavoro è diventato “flessibile” e dobbiamo accogliere questo cambiamento con realismo. Non è più possibile, si dice, svolgere il medesimo lavoro dalla maggiore età alla pensione, nella stessa azienda, con la stessa mansione. Bisogna essere “flessibili”! Adattarsi all’idea di cambiare lavoro, azienda, mansione, località di residenza. Essere “dinamici”, disposti a spostarci continuamente da un impiego all’altro, senza sosta, per tutta la vita. “Flessibilità” significa per i lavoratori incertezza, precarietà, impossibilità di accumulare esperienze, di crescere. Un continuo e frustrante dover ricominciare sempre daccapo. La flessibilità, per chi la subisce, altro non è che rassegnazione alla precarietà.

Questo lavoratore che non nutre alcuna premura per il tipo di contratto che gli viene proposto dal datore (il tipo flessibile) deve anche essere dotato di una personalità “assertiva”. Non sono una psicologa, quindi non mi addentrerò in una maldestra spiegazione delle caratteristiche di questo modello comportamentale. Voglio concentrarmi sul significato concreto che, a mio avviso, questo termine assume in un contesto lavorativo. Il giudizio assertorio è quello che attesta un dato di fatto: «È così» o «Non è così».  In un contesto lavorativo è dunque richiesto che il lavoratore sia in grado di affermare o negare determinati dati di fatto, che sia capace di convincere gli altri della veridicità delle sue asserzioni e che, partendo da queste, possa approntare determinate strategie (“proattività”, capacità di “problem solving”). Quale spazio riserva una personalità assertiva alle domande? Ai dubbi? Qual è il suo senso della possibilità? La sua capacità di giudizio etico o estetico?  Il datore non richiede queste “competenze”: non è necessario che il lavoratore sia incline a porsi dei dubbi, a formulare giudizi diversi da quelli assertori, a muovere delle critiche o sollevare delle obiezioni. Non sono richieste queste capacità razionali, o forse, è richiesto che non si sia dotati di tali capacità.

Nel 1955 Herbert Marcuse scriveva in Eros e Civiltà che il principio di realtà teorizzato da Freud si è trasformato, nella società di massa tecnologizzata, in principio di prestazione. Aderire al senso di realtà significa ignorare le proprie inclinazioni, reprimere il principio di piacere, per far sì che il comportamento adottato quotidianamente sia conforme a quello che la società ci chiede. Non sono ammesse personalità eccentriche, deboli, dubbiose, insicure, fantasiose perché tendono a disperdere le energie, a non incanalarle nell’obiettivo stabilito, mettendo in discussione l’obiettivo stesso.  Il principio di prestazione si concretizza negli annunci di lavoro, nei colloqui in cui ti chiedono «Quali sono le tue ambizioni?» - come se fosse scontato, se non d’obbligo, avere delle ambizioni – indagando la tua psiche, i tuoi desideri, piuttosto che le tue competenze. Il principio di prestazione ha organizzato il modello cui tutti dobbiamo aderire completamente, pena l’esclusione dal mondo del lavoro, con tutta la frustrazione e il senso di inadeguatezza che tale esclusione comporta.

Vorrei concludere questo post con una mia personale offerta di Non-lavoro, un umile invito a liberarsi dall'opprimente angoscia causata dal sacrificio ( di sé, del proprio tempo, delle proprie energie) che il lavoro richiede, a chi ce l'ha e a chi lo cerca. Un invito a dare sfogo a tutte le capacità e ai desideri che continuamente siamo costretti a soffocare. 

AAA Cercasi perdigiorno. Requisiti:
  • -          Inflessibilità
  • -          Assoluta ignoranza dell’inglese e del pacchetto Office
  • -          Senso di inadeguatezza
  • -          Incapacità di leadership
  • -          Immaginazione
  • -          Radicale tendenza al dubbio, alla domanda e alla critica
  • -          Dispersione delle proprie energie
  • -          Totale mancanza di senso della realtà





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