martedì 3 settembre 2013

"Sotto un sole nero" di Ivano Mingotti

«Qualcuno mi parla di luna, a volte.
La luna. Non l'ho mai vista.
Sarà per questo cielo scuro, sarà perché in fondo ci fanno vedere quello che vogliono loro.
Sarà perché, come dice qualche vecchio, ce l'han fatta sparire sotto gli occhi.»

La prima sensazione che ho provato leggendo "Sotto un sole nero" è stata positiva: una piacevole inquietudine da fiaba triste, da racconto allegorico e malinconico. La narrazione si apre su Lucas e sulla sua famiglia, pressata e minacciata da un grave segreto; loro, come i loro concittadini, vivono «chiusi in una bolla di cemento e ferro», sotto un cielo oscurato artificialmente dal regime.
La tematica politica esplode fin dalle primissime pagine, ricacciando nei margini le trame singolari e le vicende personali. Dopo l'apertura piuttosto intimista, incentrata sui disagi di Lucas, "Sotto un sole nero" si manifesta chiaramente come un romanzo distopico, prima e più che fantascientifico. Recupero la sensazione iniziale per cui ho usato il termine "allegorico": un governo fortemente repressivo ha schermato il cielo, annerendo gli astri e smorzandone la luce. Proseguendo nella lettura fino alle rivelazioni del finale questa sensazione sarà lavata via da ben più prosaici elementi fantascientifici, ma per il momento (parlo dei primi capitoli) sembra proprio che Ivano Mingotti voglia scrivere una sorta di fiaba sulla natura del totalitarismo.
Nella società distopica da lui delineata, infatti, il potere è gestito col pugno di ferro da un Ductor dai chiari (fin troppo, direi) connotati nazi-fascisti. Ad una linea politica di estrema destra (vediamo la repressione dell'omosessualità affiancata dallo spudorato sfruttamento della classe operaia) si congiungono un esasperato militarismo, repressione e censure talmente violente da risultare in alcuni passaggi perfino prive di senso, oltre che di verosimiglianza. Ma prendiamo la cosa per buona, immaginando che l'autore non abbia voluto ricostruire verosimilmente e accuratamente le caratteristiche di un ipotetico regime, con meccanismi storici, politici, giuridici, annessi, connessi, vari ed eventuali. No, immagino che l'autore abbia solo voluto dare un'idea superficiale ma estremamente efficace: quella di un governo cattivo. La verosimiglianza e l'originalità sono sacrificate alla semplicità: il Ductor arriva immediatamente al lettore come un nemico assoluto, e così il regime da lui rappresentato.


«Prestare al governo solo l'assenso, nient'altro.
Questo è ciò per cui contiamo. Il silenzio.
Ci interpellano solo per questo.
Restare nell'ombra, nelle nostre piccole vite

Vediamo Lucas e gli altri personaggi dissolversi nel calderone opprimente e violento di questo totalitarismo tratteggiato superficialmente ma efficacemente, dunque. La dimensione politica sembra rappresentata dalla cappa nera che oscura il cielo e, parimenti, speranze e libertà. Il cittadino è ridotto ad una totale passività, in cui non gli è permesso esprimere la propria individualità ma, allo stesso tempo, neppure ricevere stimoli esterni diversi da quelli concessi dal regime. Si può percepire «solo la voce silenziosa. Le dimostrazioni di forza del regime. Il sole nero

A questo punto si colloca una delle parti che ritengo meglio riuscite dell'intero libro, e cioè l'esposizione della «fabbrica, la grande ciminiera, la fornace.» Vediamo Lucas (un uomo in rappresentanza di tutti i suoi pari, della moltitudine di oppressi e repressi) alle prese con la propria condizione operaia: sfruttamento, alienazione, noia mortale, stanchezza, ripetitività, insoddisfazione sono condensate da Mingotti in alcune pagine efficacissime.


«Martelli. Battiti battiti martelli.
E carrelli. Avanti e indietro, avanti e indietro.
Rumore di ferraglia, battiti di metallo fuso. Vapore che satura l'aria, e calore, calore.
Di corsa, di corsa. Più veloce. Essere produttivi, produttivi, diamine. [...]
Non guardare nessuno, non parlare, batti il metallo.
Ancora, ancora, un altro pezzo.
Ancora, batti il metallo, non sentire il cuore.
Ancora, batti il metallo, non sentire lo stomaco.
Non gemere, non tremare, non vomitare, batti il metallo.
Dannazione, perchè battere questo metallo? Dannazione perchè battere lo stesso metallo che mi
punteranno contro?
Non pensare, batti il metallo, ancora, ancora, ancora

Poco dopo, l'esperienza di Lucas si interrompe e "Sotto un sole nero" si dispiega nella sua struttura narrativa autentica: quella del racconto corale. Al primo personaggio (che si fa all'inizio l'errore di prendere per il protagonista) se ne susseguono molti altri: una donna dilaniata dal dolore per la perdita del marito e per l'arruolamento forzato dei figli; il grigio burocrate annichilito dal lavoro e dalla vecchiaia; la giovane madre violentata e il bimbo spettatore incosciente della violenza.
I numerosi punti di vista appartengono a personaggi lontani per estrazione sociale, ruolo famigliare, opinioni, esperienze, eppure convergono tutti verso un unico punto focale: la spaccatura che si apre nel cielo nero e (ancora una volta allegoria e metafora) nella rigida saldezza del regime. Il risultato è duplice: da un lato le diverse identità si congiungono in uno spaccato vario e praticamente impersonale, una sorta di fotografia della società distopica delineata da Mingotti; dall'altro lato, la continua staffetta, l'ininterrotto passaggio del "microfono" da un personaggio all'altro (senza che si torni due volte sulla stessa storia individuale) dà l'idea di un piacevole sperimentalismo.
"Sotto un sole nero" è un libro pieno di spunti davvero interessanti. Il regime e le sue brutture sono ricostruiti in un modo superficiale e stereotipato, tuttavia suscitare le riflessioni di un lettore su certe tematiche è sempre un merito. In alcuni passaggi, inoltre, Ivano Mingotti è originale e certe espressioni sono davvero felici. Sottolineo ancora l'apprezzabilissima attenzione riservata alla condizione operaia, e altrettanto interessante è lo sguardo lanciato sul mondo dei soldati, presi spesso senza una reale partecipazione o talvolta del tutto controvoglia in un meccanismo violento, annichilente e spersonalizzante.


«Marciamo per loro.
Per fargli capire che ci siamo. Che ci saremo quando sbaglieranno. Che ci saremo quando non lo
faranno. Marciamo. [...] Per fargli capire che quando non vorranno, ci saremo. [...] Per fare paura ai nemici dell'ordine. Per fare paura ai nemici del nostro
ordine. Marciamo.
Senza chiederci perchè, senza domandarci se sia giusto.
Perchè è quello che ci chiedono, perchè è il nostro dovere. E il dovere è tutto

Anche l'impotente e frustrante vita del burocrate è resa bene: l'inattività, la sterilità delle condizioni lavorative e soprattutto l'immensa noia sono espresse tramite l'amplificazione delle microazioni, che vengono descritte in modo lento e minuzioso come per rappresentare la dilatazione del tempo (e mi riferisco in particolare alla descrizione delle "pulizie di primavera" che il grigio burocrate effettua nel proprio naso, scaccolandosi soprappensiero... Una citazione dell'"Ulisse" di James Joyce, un omaggio al realismo isterico o una inconsapevole e felice coincidenza?).
Altro punto a favore: tra le tematiche caldissime affrontate o sfiorate nel libro, rilevo con enorme piacere e interesse quella della "divisa." Alcuni degli uomini in divisa raccontati da Mingotti sono esponenti di quella combinazione di machismo e abuso di potere di cui spesso leggiamo sui giornali (e purtroppo non si tratta né di distopia né di fantascienza).


«Io che godevo soltanto a sbattere la mia arma contro i manifestanti.
L'opposizione.
I dissidenti.
Chi non si metteva in riga con quello che il Ductor voleva. Quello che io volevo

Punti a sfavore? Onestamente, ho trovato la lettura piuttosto pesante a causa di un'abitudine un po' troppo marcata (secondo i miei personali gusti) dell'autore: un uso esagerato (direi un abuso) di un certo stile di scrittura. Mi riferisco al ricorso ossessivo dell'anafora e dei periodi ellittici. Usati con parsimonia, questi espedienti conferiscono ritmo e carattere alla narrazione, oltre a spezzare la monotonia e accendere l'attenzione del lettore, ma Ivano Mingotti ne fa un uso ininterrotto, con il risultato di scrivere delle interminabili liste della spesa in cui ogni parola è ripetuta due volte. Assaggi di quello che intendo:


«Alle mie spalle.
Alle mie spalle, gli stessi identici passi.
Alle mie spalle, gli stessi identici passi che si avvicinano.
Maledizione. Maledizione.
Così vicino. Così dannatamente vicino.
Non ho via di scampo. Non ho alcuna via di scampo

E:


«Non voglio continuare, non voglio continuare.
Voglio scappare, voglio scappare.
E non riesco a controllare il mio corpo, non riesco.
Lui continua, continua ad avanzare.
Ed io vedo, io vedo tutto. Ma non smetto, non smetto. Cammino.
Finché non lo vedo. Non lo vedo bene

Trovo questo uso costante della ripetizione davvero smisurato e la lettura ne risente, risultandone decisamente appesantita. Inoltre, altro punto a sfavore, sono alcune imprecisioni formali, per non dire ortografiche (come «» e «E'») che purtroppo non posso attribuire a distrazione o refusi (perché sistematiche).
Facendo un bilancio complessivo, posso dire che "Sotto un sole nero" è un'opera prima abbastanza promettente ed interessante. Se la forma è ancora piuttosto acerba, non difettano né una buona elasticità dell'immaginazione (abile l'autore a calarsi nei panni di un grande numero di personaggi così diversi tra loro) né una certa audacia. Ben resa l'atmosfera cupa, gustosa e suggestiva l'allegoria del sole oscurato, numerosi e sensibili gli spunti di riflessione e l'attenzione alle tematiche sociali e civili. E poi, di libri che facciano riflettere sulle disumanizzanti mostruosità di certe dittature e sulle degenerazioni del potere non ce n'è mai abbastanza.


«Figli deviati dal regime. Anime distorte, anime perse

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