domenica 25 agosto 2013

"Guido non sta in centro" di Enrico Tommaso Spanio

«Dal momento che si arriva e si viene abbandonati sulla piattaforma, si sta lì e si aspetta. Si aspetta che venga il treno a portarci via. Siamo stati lasciati accanto al nostro binario con l'unica, solitaria certezza che prima o poi un treno verrà a prenderci. Magari in ritardo, ma passa di sicuro il nostro treno. A portarci via intendo. Intanto si aspetta, tutti si aspetta. [...] Tutti trovano così il loro modo di annoiarsi aspettando. Nessuno fa niente di significativo, perché tanto tra poco arriva il treno. [...] E quasi nessuno di noi, pigiati lungo i binari, pensa di fare qualcosa, qualcosa di bello, qualcosa di meglio che ingannare l'attesa


Questo "qualcosa di meglio" che dia un significato all'"attesa del treno", all'esistenza, è da tempo immemore il nocciolo di filosofie, religioni, interpretazioni della vita e del ruolo dell'uomo nello spazio e nel tempo nei quali si trova gettato con l'atto (in realtà subìto) di venire al mondo. Nel romanzo "Guido non sta in centro", Enrico Tommaso Spanio (dottore di ricerca in Filosofia teoretica e insegnante di filosofia e storia nei licei della provincia di Pordenone) offre il suo tentativo, leggero perché posto in chiave puramente narrativa, di rispondere all'annosa questione. Non tanto il significato della vita, quanto piuttosto un modo autentico di viverla è il fulcro del racconto, che ruota attorno al personaggio di Guido.
Del tutto slegato da alcune costruzioni e costrizioni sociali che riducono la vita ad un'arida ricerca di successo e denaro, Guido vive secondo le sue regole. Il suo approccio nei confronti della vita è di una spontaneità disarmante, che in alcuni passaggi del romanzo si traduce in atteggiamenti di un candore quasi infantile. Una tragica esperienza alle spalle, un talento musicale incompreso, l'attaccamento nei confronti del piccolo amico Matteo (un bimbo che «sembrava avesse capito da subito, quali eccessi di chiacchiere e di bugie ognuno di noi porti nel mondo e di sua libera iniziativa avesse deciso, coi suoi silenzi, di pareggiare il conto o per lo meno di abbassarci la media») confluiscono in una personalità bonaria e cordiale, benché piuttosto introversa. Il personaggio di Guido si contraddistingue in particolare per la sua straordinaria leggerezza, che si palesa nell'infinito ed inesauribile sgranare battute e motti di spirito, punteggiati frequentemente dal suo tormentone, quasi un tic irriflesso, quel suo concludere argomenti e racconti con un: «le storie così».
Il fuoco prospettico della narrazione coincide con l'incontro di Guido con Elena. La giovane appartiene al mondo satinato e "glitterato" della moda, è abituata a trattare con uomini di spicco nel panorama imprenditoriale e manageriale cittadino, attratta ma contemporaneamente annoiata dal banale quanto triste trinomio cenetta-fascio di fiori-macchinone. L'incontro con Guido, un uomo del tutto diverso dallo squallido prototipo con cui tratta abitualmente (incarnato dal «Galimbeni delle fabbriche Galimbeni»), ha in qualche modo l'effetto di aprire gli occhi di Elena sulla dimensione di superficialità e arrivismo che contrassegna il suo ambiente.
Galimbeni la corteggia con estrema sicurezza, certo di riuscire a "comprare" la confidenza di Elena grazie alla propria posizione, e accompagna inviti e fiori con l'affermazione di giocare la propria stessa vita in questa metaforica partita a poker. Il commento di Guido, «Il piatto piange», è forse la frase più sagace, brillante e lapidaria del libro, o comunque quella che più di qualsiasi altra mi ha colpito e che da sola riassume perfettamente la visione che Guido ha del mondo, della società, della vita stessa.

«Nella vita accadono davvero tante cose, ma in alcune più che in altre accade la vita. Con Guido era così. Con lui ti accadeva di vivere. Non che standogli vicino ti capitasse di lanciare satelliti su Marte o di trapiantare il cuore a qualcuno, niente del genere, ma sapevi di vivere. Non riuscirei a spiegare bene come, ma lo sapevi, era così. Vivevi. So, però, che bastava scambiare poche parole con lui per capire che, pur vivendo nel mondo una vita in comune con gli altri, la vita di tutti, egli possedeva ugualmente una vita tutta sua. Viveva una vita sua, con regole sue. Solo che questo dovevi capirlo da te, perché lui delle sue regole non ne parlava mai. Le viveva e basta

Una ricca cena offerta da Galimbeni non vale quanto una pizza al taglio mangiata in piedi in compagnia di Guido. La vita "accade" ad Elena in un modo stupefacente che la rinnoverà dalla testa ai piedi, attraverso il rapporto con Guido. Le regole tutte sue con cui l'uomo vive la sua vita (mai enunciate ma sempre raggrumate nelle azioni, nei silenzi, nelle risate, negli allontanamenti) sono le lenti attraverso cui Elena, con spensieratezza e come per gioco, impara a guardare sé stessa e le sfide che la vita le pone di fronte.

"Guido non sta in centro" è una lettura estremamente fruibile e scorrevole, senza traccia di pesantezza nonostante la prospettiva teoretica dell'autore. Lo stile, soprattutto nei dialoghi, è colloquiale e umoristico. Con dispiacere e stupore, ho rinvenuto alcune imprecisioni formali e stilistiche e in particolare un uso piuttosto discutibile della punteggiatura. Si tratta comunque di una lettura piacevole.

«Lo giuro su Dio. Non credo a niente di lunedì

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