martedì 20 agosto 2013

"84 giorni" di Daniele Pollero

«In attesa dell’eterna illusione, avevo assaporato a pieno quei minuti di effimera realtà

Ottantaquattro giorni. Una sequela suggestiva e vivida di pensieri, solitudini, desideri, rimpianti che si incarnano in ambienti e spazi per lo più silenziosi. D., il triste protagonista, passa da una scena all'altra come muovendosi su diversi set cinematografici. Leggere "84 giorni" assomiglia a guardare una proiezione di diapositive amletiche e maliose. Ad ogni capitolo sembra di immergersi bruscamente in un quadro di de Chirico, di Dalí, di Magritte.
Cos'è "84 giorni"? Un romanzo? Una miscellanea di istantanee?
Sembra un viaggio breve e frammentato nell'inconscio e l'apnea del lettore durante l'immersione completa la sensazione di straniamento che Daniele Pollero tanto magistralmente induce con le sue descrizioni.
Quasi prive di dialogo, fatto salvo il monologo interiore, le scene raccontate sono sequenze di azioni apparentemente slegate, giustapposte secondo logiche che il lettore può cercare di ricostruire forse proprio lasciando da parte la logica.
Alìa, Greta, D., il perturbante manichino: personaggi che sfumano nelle loro ambientazioni e in una serie di sovrapposizioni proteiformi.
Il senso della narrazione è scandito da un rosario di suggestioni che si susseguono in un apparente non-sense dal sapore fortemente onirico (il senso di spaesamento che ho provato leggendo "84 giorni" è lo stesso che mi ha turbato quando ho visto "Mulholland Drive" di David Lynch). Eppure, il libro non è privo di trama: la storia di D. dura ottantaquattro giorni, ha un preciso punto di inizio ed un epilogo altrettanto determinato, che in chiusura del volume vediamo congiungersi in una geometria perfetta.

«Ad un certo punto sentii un ovattato scalpiccio, da qualche parte nelle vicinanze. In qualunque altra occasione l’avrei interpretato come una manifestazione dell’ambiente, ma quest’ambiente non poteva produrre rumori. Che rumore fanno i ricordi del futuro?»

Pollero gioca con il tempo e la narrazione a volte sembra ritorcersi su sé stessa, come presa da un macabro vortice, e alternare una serie di flashback e flashforward. Il quadro si ricompone ma in modo tutt'altro che rigido.
Lo stile assolutamente originale di Pollero non ha bisogno di sequenze narrative pure e spesso la semplice presentazione di un'immagine è narrativa. Tra le più incisive è la scena ambientata in una casa apparentemente deserta, con un tavolino folto di portafoto vuoti e una porta schiusa su un corridoio vuoto: la semplice presenza di D. in questo quadro inquietante coinvolge e turba, ricordando al lettore le atmosfere burtoniane.
Non c'è solo tetraggine e malinconia in "84 giorni": il tono è frequentemente ironico e alcune scene (continuo a usare questo termine cinematografico perché è proprio così che definirei questo libro, "cinematografico") sono leggere e liete in superficie. Un'ironia quasi demenziale permea uno tra gli ultimi capitoli, che vede D. alle prese con uno strano fioraio, in una sequenza che alterna uno humor dolce-amaro a picchi che definirei fantozziani, (sono certa che il «Com'è umano lei» sia una citazione voluta) in cui lo sfortunato protagonista subisce delle prepotenze e degli assurdi incredibili.
Un'allegoria della condizione dell'uomo e più specificamente dell'innamorato, inchiodato ad un destino che gli accade e da cui è costretto a "farsi vivere" in un modo fatale con tutte le sofferenze che ne conseguono?
"84 giorni" potrebbe contenere queste riflessioni e molte altre. La formazione filosofica dell'autore emerge da continui spunti interessanti e tutt'altro che superficiali, che spazzano un'area tematica estremamente estesa e variegata, dal rapporto uomo-natura a quello sentimento-ragione, dalle tragiche incomunicabilità e incomprensibilità che sembrano isolare gli individui all'inevitabile contingenza che finisce per determinare gioie e dolori.

«E magari, prima di sprofondare ancora una volta nella tua invisibile nullità, scriverai le tue memorie, e te ne ricorderai... fischietterai il suo tema, e immaginerai di passare con lei tutte quelle ore che invece, di lei, avevano solo il profumo e lo sguardo fuggente di un’overdose di delusione.
Te lo stai immaginando?»

Ad un disincanto sartriano, ad una poetica rassegna di rimpianti e dubbi, Pollero sposa un singolare gusto per l'apparentemente assurdo, per il paradosso, per il sogno. Parla del «volo di uno struzzo, un tramonto in pieno giorno», e il suo corsivo, come il sapore di certe sequenze, non può che far pensare a Tiziano Sclavi e alle apprezzabili, tristi e sognanti atmosfere dylandoghiane.
Un unico elemento mi ha appena infastidito: le frequenti generalizzazioni di D. sulle donne e sul sesso femminile, sebbene esse siano sempre espresse con toni ammirati ed elogiativi.

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