venerdì 28 giugno 2013

"Ho sognato la libertà" di Alessia Franco

La bomba di Nedeljko, in fondo al Corso, ha mancato il bersaglio. Me ne rendo conto con orrore e raggelo, una statua circondata dal brusio concitato della folla. Vedo le sei auto superstiti del corteo sfrecciarmi davanti, in direzione del municipio. Colgo, su una di esse, il lampo azzurro dell’uniforme dell’arciduca, i guizzi scuri disegnati dal suo cappello piumato, e quello di sua moglie Sofia disegnarne di pallidi.Il corteo sparisce in fondo al Corso Voivoda e io, quasi paralizzato dalla delusione, mi guardo lentamente attorno. I miei compagni sono da qualche parte in mezzo a quell’oceano di teste e nessuno di loro c’è riuscito. Riponevo le mie speranze soprattutto nei maggiori, in Mehmed e in Nedeljko stesso, ma hanno fallito, e noi tutti con loro. Stringo convulsamente, con collera, la mano sul ferro, e immagino di vedere le nocche sbiancare dentro la tasca.
Irritato, deluso, non mi resta che andarmene. Sebbene estiva, la giornata non è delle più calde; il mio sangue che ribolle, però, me la fa apparire ancora più calda in questo momento. Inizio a farmi largo tra la folla con malcelato malumore, ma il brusio curioso e sconvolto non cessa tutt’intorno e accresce in me l’irritazione; abbandono allora il Corso affollato e imbocco Via Re Pietro.
Più che il fallimento di per sé, ciò che mi riempie il cuore di amarezza è l’infrangersi della più dolce illusione: il fragore dell’esplosione, così atteso e gradito, mi aveva fatto gonfiare il cuore. È fatta, m’aveva fatto pensare, e la mano nella tasca aveva allentato la presa sul ferro. M’ero stupito di provare, insieme alla gioia folle, un profondo sollievo.
Continuo a percorrere la via a capo chino. Il mio orecchio coglie un suono alle mie spalle, e prima ancora che la mia mente, immersa nei più tristi pensieri, focalizzi di cosa si tratta, il mio cuore manca un battito e mi fa sollevare la testa.
Eccola. Poco distante, diretta verso di me: l’auto. Tornano indietro per qualche motivo, penso.
In Via Re Pietro i miei compagni non ci sono. Il calore del sole e della rabbia viene spazzato via in un attimo e la mia schiena e le mie dita sono percorse da un tremito. L’auto, lentamente, continua a procedere verso di me. Sento il sudore gelido sulla fronte, mentre quello sul palmo rende il ferro scivoloso. Il battito del mio cuore quasi mi assorda.
Fra pochi secondi, l’auto sarà a un passo da me. Tentenno. Non ho neanche vent’anni. La mia mano esita, tremante, sudata, incerta. Ma quella non è la mia mano: è la mano di tutti i Serbi.
Stringo i denti mentre l’auto mi sfila davanti con lentezza. Estraggo la pistola dalla tasca, tendo il braccio e prendo la mira.
Abbiamo sognato la libertà.
È il momento di andare a prendercela.

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