mercoledì 1 maggio 2013

"Le vendicatrici"

«Il maschio ha (statisticamente) la forza fisica e la rabbia primeva. La femmina ha (visceralmente) l’astuzia ferina e la ferocia premeditata.»

Quando le armi di due acerrimi avversari sono così ben distribuite, chi può risultare vincitore da uno scontro sanguinoso e folle?
Il volume collettaneo "Le vendicatrici" si propone di indagare le possibili e sfumate risposte a questa domanda. La bellissima e colta prefazione di Alan D. Altieri, toglie subito il dubbio che la raccolta sia un collage di luoghi comuni o un'insalata di femminismi e maschilisti degni di una commedia romantica o brillante. No, niente affatto. «La più ancestrale, la più eterna di tutte le guerre», quella tra i sessi, viene indagata nei suoi risvolti più intimi e dolorosi, più violenti, fino allo stupro, all'omicidio, al suicidio, allo splatter più raccapricciante.
Nella raccolta curata da Andrea Coco per la Cut-Up edizioni, le donne (o meglio, le femmine, perché viste e descritte in tutta la propria animale emotività) sono innanzitutto vittime. Violentate, umiliate, offese, oppresse, emarginate. Non solo dal proprio partner o da un qualunque maschio per questioni di natura sessuale: abbiamo fidanzate tradite, ragazze abusate, ma anche lavoratrici sfruttate, licenziate, vittime di mobbing, spinte oltre l'orlo dello squilibrio psichico da mille disagi (bruttezza, deformità, solitudine, schiavitù,
emarginazione sociale, degrado familiare, ambientale e culturale). Solo successivamente, le diciotto protagoniste dei racconti (firmati da diciotto autori diversi e abilmente raccolti) si trasformano a loro volta in carnefici. E, sarà un luogo comune, ma talvolta è vero: «l'inferno non conosce nulla di simile alla vendetta di una donna».
Non che tutte le protagoniste siano delle paladine della giustizia o delle eroine. Al contrario, Andrea Coco spiega che l'antologia da lui ideata doveva imperniarsi (da un punto di vista formale e strutturale) su tre cardini: i racconti dovevano inscriversi in «un contesto narrativo noir», «il personaggio principale non» doveva né poteva essere «un eroe o un salvatore» e infine non dovevano essere previsti «finali liberatori o salvifici». Alcune delle protagoniste possono essere interpretate come delle giustiziere, a modo loro; o almeno come foriere di una vendetta più o meno equilibrata rispetto al torto subito. Altre "vendicatrici" semplicemente eccedono nella violenza, cedono a raptus incontrollabili, indulgono nell'arte sottile (e a volte neanche troppo) della ripicca. Alcune protagoniste suscitano compassione e simpatia, mentre altre disturbano e inquietano. In comune, solo la brama ferina del sangue del proprio nemico.
Due cose mi hanno impressionato di questo libro: la qualità degli scritti e la loro straordinaria varietà.
Non più di quattro racconti mi sono apparsi scialbi e superficiali, e anche tra quelli meno riusciti si può rintracciare qualche pregio e pregevolezza, a livello formale o contenutistico. È il caso di "Dalle sue mani" di Stefano Fantelli, per esempio, di cui non ho potuto non apprezzare l'evidente influenza dei "Freaks" di Tod Browning, anche mediata (immagino) da Sclavi.
Il livello generale dei racconti è alto e la loro lettura è altamente soddisfacente. In particolare, alcuni autori hanno contribuito alla raccolta con dei testi di alto spessore letterario, suggestivi, appassionanti ed evidentemente ben documentati. Uno fra questi è "Strega" di Marco Capelli: il racconto, imperniato su una figura femminile misteriosa ed inquietante, è raccontato da un punto di vista maschile e corale, quello del potestà e di alcuni violenti squadristi. L'ambientazione nord-italiana e fascista è resa magistralmente e resa credibile e impreziosita dai tecnicismi relativi alle automobili, dai dati storici ben conosciuti, dai dettagli misurati e colti.
Altro racconto notevole è "Malagueña" (o "Carajillo") di Andrea Carlo Cappi, ambientato in una Maiorca descritta con straordinarie vividezza e verosimiglianza. Anche questo racconto è evidentemente colto e ricercato; espresso attraverso uno stile di enorme impatto "visivo", richiama e suggerisce atmosfere da Quentin Tarantino.
Sorprende un po' che una raccolta sul tema delle donne vendicatrici sia composta prevalentemente da racconti firmati da uomini. Tra le donne che hanno contribuito a questo libro, sono particolarmente degne di nota Arianna Zeta (pseudonimo di un'assistente di volo, il cui racconto-denuncia-rivincita immaginaria chiude la raccolta); Alda Teodorani, il cui "Voglia di dormire" è vivida espressione di frustrazioni e squilibri che sfociano nel finale triste e terribile; ma, soprattutto, ho apprezzato il racconto di Irene Incarico. Il suo "Santísima Muerte" è sì una storia di violenze e rivincite, suggestiva e mistica, ma soprattutto è una finestra aperta sullo squallore in cui spesso vengono relegati gli immigrati, sullo sfruttamento cui spesso sono costretti a sottostare, sull'alienante sensazione di essere sgraditi e soli che spesso li affligge.

«Pensavo la canzone e nel mentre guardavo le nuvole. Quelle nuvole le vedevo solo a righe, tagliate a strisce dai tubi delle fabbriche, e mi è venuto in mente che in quel posto nemmeno il cielo te lo davano tutto intero. O forse quello era il cielo per i rumeni e per i messicani».

Particolare è il racconto "Leila" di Massimo Mongai: è scorrevole e "strano", con la sua protagonista brutta e mediocre, né eroina né antieroina, raccontata con un glaciale cinismo che colpisce.
Un discorso a parte merita "La frana de tutti li sogni mia" di Paolo Logli, il racconto che senza dubbio mi ha stupito e divertito di più. Scritto interamente in vernacolo con uno stile fluido e piacevolissimo (tanto che leggendolo si ha l'impressione di starlo sentendo dalla voce stessa della protagonista), dimostra la grande abilità con cui Logli riesce a raccontare dall'interno le illusioni e le disillusioni di un personaggio che immagino essere lontano anni-luce da lui, e cioè una ragazza «tera tera», coatta e volgare, così ignorante da non sapere che «'n' tipo degli anni Sessanta che cazzo ne so io, che faceva lo iuppi figlio dei fiori e s’era messo con 'na giapponese» era John Lennon o da affermare senza pudore: «io Federico Moccia lo adoro, è un grande scrittore che l’unico che un po’ se la gioca con lui è Fabio Volo e tutto il resto è merda».
Infine, un racconto un po' più scarno dal punto di vista della trama ma assolutamente sfolgorante nella straordinaria bellezza dello stile e della forma, è il tristissimo "Eva" di Antonio Paolacci. Le poche pagine raccontano lo squallore infinito di una vita di periferia, tra maldicenza e malattia, e lo raccontano in un modo vivido e poetico, di rara eleganza, toccando picchi notevoli di qualità artistica e spessore psicologico.
Quanto al secondo pregio della raccolta, quello della varietà... Direi che la breve rassegna appena fatta sia eloquente: i diciotto autori hanno scelto protagoniste diametralmente opposte per caratteristiche e vissuti; hanno ambientato le loro storie in Italia, in Belgio, in Spagna, negli USA, sulla tratta aerea Bari-Roma. Hanno descritto società metropolitane e rurali, contemporanee o fasciste, passando per gli anni Ottanta. Hanno toccato i temi della malattia, del tradimento, della violenza sulle donne e sugli animali, della perversione, della criminalità, della dittatura (anche franchista), della superstizione, dello sfruttamento, dell'emarginazione, degli omicidi perfetti, imperfetti e seriali. I diciotto autori e il curatore (che è uno fra essi) hanno dimostrato con "Le vendicatrici" quanto ampio e sorprendente sia il ventaglio della creatività umana, di quanta varietà e potenza espressiva possano sbocciare da una semplice ricetta che era uguale per tutti e che ha dato vita a storie così profondamente diverse. Una raccolta sorprendente, ricca e assolutamente piacevole.

1 commento:

  1. Ma sapete che sembra davvero interessante?
    Grazie, mi avete fatto venire voglia di leggerlo!
    Un baciotto

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